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La frutta

La frutta: i frutti piccoli e gli altri frutti

Tutti i giardini, seppure di limitate dimensioni, possono ospitare un frutteto e includere non solo arbusti, ma anche piccoli alberi accostati a un muro o lasciati crescere liberamente a “pieno vento”, e persino foggiati secondo forme elaborate in vario modo

È consuetudine suddividere le diverse specie fruttifere in rapporto al tipo di pianta (arborea o arbustiva), dj frutto (piccolo o grande, drupacea o pomacea, ecc.), di foglia (specie sempreverdi, come agrumi e olivo, oppure caducifoglie, come quasi tutti gli altri fruttiferi).

Tra i frutti piccoli si possono catalogare il ribes nero e quello rosso, le more (di rovo), i mirtilli, l’uva spina e, impropriamente, le fragole. Fra quelli grandi sono annoverati mele, pere, pesche, albicocche, susine e prugne, ciliegie, agrumi e olive, fichi e nespole, cotogne, e la frutta secca (mandorle, noci, nocciole, castagne). Altri frutti, come uva e actinidia, fanno gruppo a sé. La fragola, come si è detto, pur essendo una pianta erbacea, orticola, è di solito considerata come specie da frutto.

I frutti piccoli

Eccezion fatta per la fragola, i frutti piccoli sono propri delle specie arbustive, di solito spontanee nelle zone collinari e montane o del sottobosco mediterraneo. Le specie coltivate si allevano più frequentemente a cespuglio o a controspalliera (cioè a siepe); i cespugli sono caratterizzati da una struttura scheletrica permanente o rinnovabile periodicamente, i cui rami si formano a livello del suolo o da branche cortissime. In genere, raggiungono dimensioni limitate, intorno a m 1-1,50 di altezza e un po’ meno di spessore.

I mirtilli, i lamponi, il ribes nero e rosso, l’uva spina sono allevati di solito a cespuglio naturale; il rovo richiede anche una intelaiatura di sostegno con fili, specie se si vuol formare una siepe; anche il ribes si può allevare a cordone con una o più branche permanenti.

Nel lampone e nel rovo i rami fruttiferi, di solito, sono disposti a spalliera, cioè secondo un piano verticale d’appoggio. Essi, siccome dopo aver fruttificato muoiono, sono soppressi per lasciar posto ai nuovi germogli che fruttificano nell’anno successivo a quello di formazione e che, quindi, sono indispensabili per rinnovare la vegetazione e quindi l’arbusto.

Gli altri frutti

Gli alberi fruttiferi possono essere allevati in varie forme, ma quelle più idonee al frutteto familiare sono soprattutto la forma libera, cespugliosa a basso fusto, i fusi, le palmette o spalliere e i vecchi cordoni.

Per il loro grande sviluppo le forme a fusto medioalto e a chioma globosa o piramidale espansa o a vaso sono ormai poco utilizzate, a meno che nel giardino non sia loro assegnato un grande e solitario spazio. Forma libera Più o meno cespugliosa, può essere impiegata nell’allevamento dei meli, dei peri e delle drupacee (pesco, ciliegio, ecc.). Se sono meli, per ottenere alberi di sviluppo medio o ridotto, le varietà devono essere innestate su portainnesti deboli o nanizzanti. L’albero è formato, essenzialmente, da un tronco alto cm 60-70 da cui si irradiano liberamente alcune branche senza specifica gerarchia, atte a costituire l’ossatura scheletrica. Le dimensioni finali dell’albero oscillano, per i cespugli di media statura, da m 2 a 3 di altezza e spessore della chioma e superano i m 3-3,50 se sono di statura maggiore o elevata. Fuso È caratterizzato da un unico asse centrale verticale, rivestito da numerose branche primarie inserite’ a partire da cm 40-50 da terra e di lunghezza progressivamente decrescente verso la parte più alta del fusto, in modo da conferire all’albero un aspetto fusiforme o appena piramidale. Questa forma di allevamento si adatta in modo particolare a peri e a meli e, con qualche modifica, anche a susini e peschi. L’altezza media dell’albero varia da m 2 a 4, con una larghezza o spessore che si estende mediamente da m 1 a 2.

Palmette Sono caratterizzate, come il fuso, da un unico asse centrale verticale, munito di branche di solito oblique, più o meno irregolari, ma complanari, costituenti cioè un unico piano coincidente con quello longitudinale del filare che diventerà cosi appiattito e siepiforme. In tal caso, la forma di allevamento si definisce anche “controspalliera”, mentre se risulta appoggiata a un muro si definisce più propriamente “spalliera”. Gli alberi a palmetta esigono, ovviamente, oltre a una potatura piuttosto accurata, sostegni e fili direzionali (che inizialmente sorreggono le branche). Questa forma va bene per i frutteti intensivi ad alta produzione o per giardini ove si vogliano costituire pareti fruttifere o gruppi di alberi intersecati e allineati lungo uno o più filari. Lo sviluppo degli alberi è massimo in altezza (da m 2 a 4), come per i fusi, ma è anche piuttosto largo (altrettanto o un po’ meno), mentre risulta assai ridotto di spessore (da m 0,80 a 1,50). Esistono numerosi tipi di palmette e forme similari adatte a costituire spalliere e siepi: da quelle diffuse nei frutteti ordinari (palmette irregolari a branche oblique, palmette libere, anticipate e a “tutta cima”) alle forme assai elaborate tramandateci specialmente dai giardinieri francesi dell’800, come la palmetta Verrier, il tridente o candelabro, la U doppia, ecc. Queste ultime forme, se possono corrispondere a certe esigenze decorative, sono però più onerose sia nella formazione sia nel mantenimento per i numerosi tagli di potatura che richiedono; inoltre, ritardano la fruttificazione che, in complesso, risulta anche meno abbondante. Per semplificare le operazioni di allevamento si può ricorrere ad alberi già impalcati dai vivaisti, ma in tal caso non mancano altre controindicazioni, dovute alla maggiore età dell’albero, alla più accentuata crisi di trapianto, ecc. Cordoni Adatti soprattutto per il pero e, in via alternativa, per il melo e il susino, costituiscono una forma praticabile anche nei piccoli giardini. La struttura scheletrica è ridotta all’essenziale: comprende un unico asse verticale o inclinato senza importanti ramificazioni laterali, che occupa pochissimo spazio, viene mantenuto con relativa facilità e produce abbondantemente a dispetto del modesto volume. Tuttavia, l’investimento iniziale è piuttosto oneroso, perché occorrono dai 6 ai 12 alberi per rifornire di frutta una famiglia. Anche i cordoni, come le palmette, devono essere disposti a spalliera o a controspalliera su fili di ferro. Possono essere condotti con un unico asse verticale oppure inclinato da 30° a 45° per permettere un più rapido raggiungimento dell’equilibrio tra rami fruttiferi e nuovi germogli. Lo sviluppo in altezza di un cordone medio può variare da m 1,50 a 3; il cordone obliquo è ovviamente meno alto.

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La frutta: l’impollinazione e la potatura

L’impollinazione

I fiori, se non sono stati impollinati e poi fecondati, di regola non danno frutti. Il trasporto del polline è assicurato da insetti pronubi come le api e, in alcune specie (per esempio, l’olivo), dal vento.

La quasi totalità delle specie fruttifere posseggono organi màschili e femminili nello stesso fiore, ma non tutte sono autofertili (fecondabili con il proprio polline).

Per le specie autoincompatibili, come melo, pero, ciliegio dolce, olivo, ecc., la messa a dimora di varietà fertili e intercompatibili, nonché a fìoritura contemporanea, è una condizione necessaria per ottenere l’impollinazione incrociata e quindi la fruttificazione. La consociazione di due o più cultivar si attua di solito nel rapporto da uno a due e fino a quattro, mai comunque inferiore a 1:10, fra varietà impollinatrice e varietà impollinata.

Prima di collocare a dimora gli alberi, bisogna accertarsi delle loro necessità biologiche di impollinazione, consultando le apposite liste varietali riportate alla fine di ogni capitolo di questa sezione del libro, che è dedicato a un frutto, e talora anche nei cataloghi vivaistici.

Nelle specie autocompatibili (come per esempio il pesco, l’albicocco, alcuni susini, il lampone, il rovo, ecc.) non c’è ovviamente necessità di consociazione con altre varietà e i frutteti possono essere costituiti anche da una sola cultivar per ciascuna specie.

La potatura

La potatura degli alberi da frutto comprende due momenti corrispondenti ad altrettante età dell’albero: la potatura di allevamento, durante i primi anni dall’impianto, che serve a ottenere la forma desiderata; la potatura di produzione, che mira alla conservazione della struttura scheletrica e al mantenimento, nel tempo, di un buon livello di fruttificazione.

I concetti basilari della potatura di allevamento sono, per molti alberi fruttiferi, essenzialmente identici a quelli praticati sul melo. La potatura di produzione, invece, varia cja specie a specie e anche in rapporto alle diverse cultivar.

Poiché lo scopo principale è ottenere una rapida messa a frutto e una produzione regolare, abbondante e di buona qualità, i tagli, durante la fase di allevamento, devono essere ridotti al minimo indispensabile per numero e intensità e sono, in genere, definiti dal modo di crescita dell’albero e dal suo habitus di fruttificazione.

Le pomacee (melo, pero) e alcune drupacee, come i ciliegi a frutto dolce, fruttificano per la maggior parte su corti rami fruttiferi (lamburde), portate da branchette di due o più anni. In questo caso, bisogna mantenere sull’albero un equilibrio tra il legno vecchio e quello nuovo (rami di un anno).

I ciliegi acidi, i peschi, gli agrumi, gli olivi, i fichi e la maggior parte degli arbusti a frutti piccoli (rovo, ribes nero e mirtillo) fruttificano invece sul legno di un anno.

Nella vite, nei lamponi rifiorenti, nel cachi (loto) e nel cotogno, i frutti sono portati dai germogli o dai tralci uviferi dell’anno (cioè neoformati). Per tutte queste specie la potatura mira ovviamente a rimpiazzare ogni anno i germogli o tralci che hanno fruttificato.

Per quanto riguarda gli albicocchi, i susini, il ribes rosso e l’uva spina, che danno frutti su rami di uno o più anni di età, si cerca invece di ottenere ogni anno il maggior numero possibile di germogli.

La potatura viene generalmente effettuata durante il riposo autunnoinvernale, dopo che le foglie sono cadute, ma in varie circostanze (per esempio, su alberi molto vigorosi o dove sussistano pericoli di cattiva cicatrizzazione delle ferite da taglio o di contrazione di malattie) può essere preferibile potare dopo la ripresa vegetativa o, come nel ciliegio, anche in piena estate. Le grosse ferite della potatura devono essere protette con prodotti cicatrizzanti (per esempio, mastici e trattamenti per la cicatrizzazione).

La potatura primaverileestiva ha sulla vegetazione sempre un effetto deprimente tanto più accentuato quanto più intensi sono i tagli, per cui può essere adottata solo in caso di necessità o quando si voglia contenere lo sviluppo degli alberi.

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La frutta: La propagazione e l’acquisto degli alberi

La propagazione

Un albero propagato per seme è sicuramente diverso dai suoi genitori, anche se può somigliargli molto. Per moltiplicare e diffondere le varietà preferite ci sono solo due metodi: l’autoradicazione (talora difficile e poco praticabile per le piante arboree) e l’innesto su un soggetto (portainnesto) che abbia sufficiente affinità con il nesto, cioè con la varietà coltivata. Questo secondo metodo è relativamente facile e sicuro; però, per essere sicuri dell’attecchimento, è preferibile lasciar fare l’innesto a un vivaista esperto.

Una gemma o porzione di ramo, chiamata “marza”, viene prelevata dall’albero della varietà da moltiplicare ed è opportunamente inserita su un portainnesto di solito della stessa specie ma di altra varietà, o derivata da seme (semenzale), provvista ovviamente del proprio fusto oltre che del proprio apparato radicale. L’unione fra il portainnesto e la marza è spesso riconoscibile, anche quando l’albero è adulto, dalla linea di saldatura della corteccia e da una più o meno rilevante ipertrofia del fusto, spesso evidente al di sopra del punto d’innesto, specie quando l’“affmità” fra marza e portainnesto non è delle migliori.

Il portainnesto influenza notevolmente le dimensioni, il vigore, la rapidità e l’abbondanza della messa a frutto dell’albero, tanto che, per ciascuna specie, sono stati selezionati e moltiplicati solo i “cloni” che offrono la maggior affinità con le diverse varietà e assicurano i migliori risultati in varie condizioni del terreno, climatiche e colturali. Perciò, al momento dell’acquisto degli alberi, è bene precisare al vivaista quale tipo di frutteto si intenda realizzare e le condizioni generali di coltura, con particolare attenzione al suolo, in modo che egli possa meglio aiutare nella scelta del portainnesto più idoneo.

Le specie arbustive da frutto si moltiplicano per autoradicazione, che, in tal caso, è facile da ottenersi piantando dei semplici pezzi di ramo, denominati “talee”. Questo metodo può essere applicato facilmente anche per la vite, il cotogno e, grazie alle nuove tecniche di micropropagazione “in vitro”, per il susino e altre specie fruttifere.

L’acquisto degli alberi

Gli alberi fruttiferi possono essere acquistati a diverse età, ma più sono giovani, più facile è il trapianto e più sicura la ripresa vegetativa, anche se si deve provvedere alla loro successiva formazione scheletrica.

Generalmente, si acquistano alberi di un anno dall’innesto, denominati “astoni”.

L’albero di un anno di solito è bimembre, cioè è costituito, da una parte, dall’apparato radicale del portainnesto e, dall’altra, da un solo ramo del nesto, sviluppatosi dalla gemma o marza innestata l’anno precedente. L’astone, però, può presentare anche un certo numero di ramificazioni laterali, sviluppatesi nella stessa annata insieme al germoglio principale. Questi rami laterali, detti “anticipati” (perché hanno origine da gemme “pronte”), sono utili per costituire anticipatamente abbozzi di impalcatura scheletrica.

Se si acquistano alberi di due anni è più facile che, per gli interventi cesori di vivaio, siano già in parte scheletricamente formati. Comunque, solo gli alberi di 3-4 anni sono già sviluppati con branche e rami corrispondenti alla forma voluta, anche se questo vantaggio comporta, come si è detto, non pochi inconvenienti, a meno che non siano stati allevati in vaso e, come tali, non soffrano la crisi di trapianto: con alberi di questa età si corre sempre il rischio di compromettere la loro ripresa vegetativa.

Al momento dell’acquisto è consigliabile informarsi sull’età degli alberi, anche per poter eseguire correttamente la successiva potatura di allevamento.

Nella maggior parte dei casi, l’età degli alberi può essere calcolata osservando la ramificazione delle branche inferiori e i tagli praticati alla pianta negli anni addietro: durante il primo anno di vita in vivaio di solito cresce soltanto il germoglio principale (salvo eventuali germogli anticipati laterali); nel corso del secondo anno si forma un nuovo ramo apicale e altri ancora dalle gemme laterali, destinati (se non asportati) a formare le branche primarie; nel terzo anno, queste branche si ramificano; e cosi via, fino alla formazione di branche secondarie e terziarie.

Di conseguenza, se la branca più bassa dell’albero possiede una branca laterale, anch’essa ramificata, si può dedurre che l’albero abbia in totale 4 anni, sempre che non vi siano state ramificazioni anticipate. Queste ultime sono molto frequenti nel pesco, tanto che, in terreni molto fertili, si possono avere fino a tre ramificazioni anticipate nel corso di una sola stagione vegetativa; in tal caso, l’albero accelera ovviamente la formazione scheletrica che può essere completata in soli due anni.

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La frutta: la piantagione di alberi e arbusti da frutto

La piantagione di alberi e arbusti da frutto

Gli alberi a radice nuda devono essere piantati durante il riposo vegetativo e quando le condizioni del terreno lo permettono, cioè di solito a novembre oppure a marzo. È preferibile, se è possibile, la messa a dimora autunnale. Invece, gli alberi in contenitore o con zolla (per esempio, i sempreverdi, olivi e agrumi) possono essere piantati anche a ripresa vegetativa avanzata, perché l’apparato radicale, ricoperto dal suo pane di terra, riesce a superare la crisi del trapianto.

In ogni caso, la messa a dimora delle piante deve essere evitata quando la terra è in cattive condizioni, fredda, gelata oppure troppo umida.

Il terreno deve essere possibilmente asciutto e fine, almeno quello che deve andare a contatto con le radici. Il terreno che deve ospitare il frutteto andrebbe dissodato e lavorato fino a una profondità di almeno cm 60-70. Se ciò non è possibile, bisogna scavare fosse o buche larghe e profonde almeno quanto le dimensioni dell’apparato radicale, e nel fondo di tali buche è bene porre ciottoli o ghiaia, allo scopo di attuare un minidrenaggio che eviti ristagno di acqua a contatto delle radici. E comunque buona regola evitare di piantare alberi da frutto nei terreni particolarmente argillosi o compatti, dove più facili sarebbero le manifestazioni di “asfissia radicale”, mentre, naturalmente, sono preferibili i terreni di buona struttura fisica, sciolti, fertili, freschi e profondi.

Il terreno va preparato qualche tempo prima della piantagione, preferibilmente entro l’estate.

L’albero deve essere collocato al centro della buca, dove una canna o un filo contrassegnato ne assicurano la stabilità iniziale; nelle zone ventose, però, è preferibile un più robusto tutore di legno, che sorregga l’albero anche negli anni a venire. Fra i concimi congeniali all’impianto sono da preferirsi il letame ben decomposto e il terriccio organico da orto. Essi vanno mescolati al terreno fine (alcune palate per buca) e a qualche pugno di concime (da g 100 a 300 di concimi minerali complessi azotofosfopotassici), avendo l’avvertenza di non depositare il tutto in fondo alla buca, ma di spargerli per tutta la sua profondità, in modo che possa beneficiarne tutto l’apparato radicale, pur senza mettere i concimi a diretto contatto con le radici.

Preparazione dell’albero Se le radici sono secche, bisogna immergerle per più ore in una vasca piena d’acqua; poi, occorre rifare correttamente con le cesoie i tagli mal riusciti delle radici rotte o danneggiate al momento dell’estirpazione dal vivaio. Comunque, non raccorciare indiscriminatamente le radici, che devono essere il più possibile rispettate.

Anche sulla parte aerea dell’albero è bene rimuovere i rami secchi o raccorciare, al di sopra di una nuova gemma, quelli danneggiati o rotti.

Durante la piantagione è bene che le persone addette siano almeno due, una che regga l’albero in piedi e l’altra che provveda a ricoprire le radici con il terreno.

La buchetta va riempita progressivamente, scuotendo ogni tanto l’albero per fare aderire la terra fine alle radici. Per ultimo, la terra va leggermente compressa con i piedi, facendo anche un piccolo cuscinetto protettivo alla base della pianta che rimarrà per tutto l’inverno.

L’albero va legato al filo o al tutore; non bisogna fare crescere l’erba sotto ai filari almeno per qualche anno, per evitare soprattutto sottrazione di acqua e competizione con le giovani piante. Fare sempre attenzione che il punto d’innesto si trovi almeno cm 10 sopra il livello del suolo, per evitare che si abbiano fenomeni di “affrancamento”; potrebbe infatti verificarsi l’autoradicazione del nesto, che modificherebbe lo sviluppo e il comportamento dell’albero rispetto a quelli vicini “non affrancati”.

Nelle regioni dove vi sia presenza di roditori (lepri, arvicole, topi campagnoli) si consiglia di spennellare i tronchi con vernici antilepre, mentre per i topi si possono spargere esche avvelenate o prodotti topicidi.

Nel caso specifico delle forme di allevamento a palmetta, a cordone o comunque a spalliera è bene installare, contestualmente all’impianto degli alberi o prima, le strutture di sostegno: pali o tutori, 3-4 fili direzionali tesi a varie altezze da terra (da m 0,50 fino a 2-2,50) e distanziati fra loro di cm 40-60. Nel caso di piante addossate a muri, l’astone va piantato a distanza di almeno cm 15 dalla parete (per evitare carenze idriche o effetti termici riflessi); inoltre, se l’albero deve essere allevato a cordone, il fusto va leggermente inclinato verso il muro con apice orientato a nord, per favorire l’intercettazione della luce. Sosta preimpianto degli alberi In caso di forzata sosta degli alberi (per esempio, a causa dell’impraticabilità del terreno), questi devono essere provvisoriamente sistemati dentro fossette profonde cm 30-40 (le cosiddette “tagliole” a forma di V, formate da un lato obliquo e da un altro d’appoggio verticale), poste in un luogo possibilmente riparato ed entro le quali gli alberi sono allineati l’uno accanto all’altro, con l’apparato radicale accuratamente ricoperto con sabbia o terreno molto sciolto. Per ripararla soprattutto dal gelo, la trincea può poi essere eventualmente “pacciamata” con materiale inerte protettivo (plastica, foglie, residui organici). Bisogna però aver cura che il terreno sia sufficientemente umido, per evitare disidratazione dell’apparato radicale.

Distanze di piantagione Gli alberi devono essere messi a dimora distanziati tra loro, affinché non si disturbino a vicenda durante lo sviluppo. Le distanze riportate nella tabella sottostante hanno solo un valore indicativo, variando sensibilmente sia in rapporto alla forma di allevamento, sia al tipo di suolo (più o meno fertile e fresco) e al portainnesto.

Per gli arbusti da frutto le distanze possono essere assimilate a quelle dei cordoni o dei cespugli.

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La frutta: la protezione dei frutti da avversità e malattie, far fruttificare gli alberi improduttivi e i sostegni

La protezione dei frutti da avversità e malattie

I danni degli uccelli ai frutti, che sono molto frequenti in prossimità di centri abitati, possono essere prevenuti sol* ricoprendo gli alberi con reti di nailon q poliesteri a maglie fini, oppure con spaventapasseri ad “allarmi sonori intermittenti”, o con irrorazioni di prodotti repellenti, ecc. Se si tratta di pochi frutti, si può anche ricorrere all’insacchettamento, come si usa ancora nei frutteti giapponesi.

Problemi molto comuni sono quelli fitosanitari, perché, salvo poche eccezioni, le piante da frutto sono sensibili a malattie fungine, batteriche, ad attacchi di insetti, acari, nematodi e virus, che richiedono conoscenze specifiche per essere adeguatamente prevenute o combattute. Occorre quindi l’intervento di un esperto fìtoiatra anche per consigliare la scelta dei prodotti antiparassitari, i cui tempi di carenza (periodo intercorrente fra la data del trattamento e della raccolta del frutto) devono essere rigorosamente rispettati secondo la legge. Le conoscenze tecniche non devono essere disgiunte quindi da un prudente rispetto delle norme igienicosanitarie di prevenzione dei pericoli di inquinamento dell’ambiente e di intossicazione degli alberi e soprattutto delle persone addette all’uso dei farmaci o che si cibano dei frutti.

Per ridurre questi rischi si stanno ora diffondendo nuovi metodi di lotta basata sugli interventi chimici solo quando si superano certe soglie di tolleranza nei confronti di fitofagi e patogeni (lotta guidata) per rispettare il più possibile l’equilibrio ambientale e le altre specie utili.

Inoltre, trattamenti ripetuti provocano una selezione a rovescio dei parassiti, di cui finiscono per riprodursi, fino a limiti incontrollabili e assai più virulenti, le razze più resistenti; è quanto si è già verificato per alcuni acari (per esempio, il ragno rosso) e altri fitofagi (come la psilla del pero) e patogeni fungini (come l’agente della ticchiolatura delle mele).

Purtroppo, l’uso dei metodi di lotta biologica con la diffusione di specie di predatori o di altri insetti utili, oppure di funghi o batteri a effetti antibiotici sui propri simili nocivi non è ancora attuabile, in pratica, se non in casi molto limitati o del tutto particolari (per esempio, prevenzione dei tumori batterici dell’apparato radicale di alcuni fruttiferi, cura del “mal del piombo”), cosi come, pur se molto promettenti, ancora in embrione sono i metodi di lotta basati sugli attrattivi sessuali (ferormoni), che impediscono gli accoppiamenti di certi insetti.

In definitiva, occorre curare bene il frutteto, ovunque sia possibile, con mezzi agronomici (per esempio, asportare i rami visibilmente infetti e i frutti mummificati sugli alberi, interrare i residui organici e le erbe infestanti, bruciare i residui della legna di potatura) e ricorrere ai mezzi chimici solo in condizioni di accertata necessità ed entro i limiti di sicurezza.

Per analoghi motivi, specie se il frutteto è piccolo e ospita anche specie erbacee, evitare possibilmente l’uso dei diserbanti chimici. Piuttosto, controllare spesso gli alberi in primavera ed estate, ricorrendo tempestivamente ai consigli dell’agronomo o del fìtoiatra ove non si abbia sufficiente esperienza professionale.

Per far fruttificare gli alberi improduttivi

Può capitare che alberi da frutto già adulti o in avanzato stadio di allevamento siano improduttivi. In tal caso, occorre anzitutto accertare: a) che non esistano impedimenti biologici (per esempio, mancanza di varietà impollinatrici oppure scelta di cloni poco fertili), nel qual caso bisogna rimuovere gli alberi (per esempio, con opportuni “reinnesti”); b) che le gemme a frutto non siano state danneggiate dal decorso invernale (per esempio, la mancanza di freddo nelle regioni meridionali o gli eccessivi abbassamenti termici in quelle settentrionali); c) che la fìoritura sia stata regolare e non disturbata da gelate o da altre avversità climatiche.

Ciò premesso, si deve verificare se nel frutteto ci sono i presupposti agronomici che favoriscono l’induzione a fiore (cioè il processo di formazione delle gemme a frutto), cercando di porvi rimedio o di procedere per tentativi. Per esempio, se gli alberi sono stati sottoposti a potature energiche con molti tagli di raccorciamento durante i primi anni, si può esser certi che la messa a frutto degli alberi sarà ritardata (anche di alcuni anni); cosi pure, se la concimazione è fortemente squilibrata a favore dell’azoto, l’albero propenderà ad accentuare la fase vegetativa a danno di quella riproduttiva; oppure, ancora, se l’albero è stato vittima di forti attacchi parassitari o è stato defogliato da violente grandinate, difficilmente riuscirà a fruttificare normalmente.

In conclusione, bisogna prima accertare le cause e poi mettere in atto gli eventuali rimedi.

Talvolta, pur in mancanza di cause chiaramente individuabili, gli alberi, specie se molto vigorosi (per esempio, alcune cultivar di melo triploidi, di ciliegio, di olivo, di clementina fra gli agrumi, ecc.), anche se posti in terreni fertili e freschi, stentano a mettersi a frutto. In tali casi si può ricorrere, con talune cautele, a particolari interventi di potatura (curvatura delle branche, intaccatura sotto branca, anulazione o inversione dell’anello corticale nei tronchi, ecc.) che, indebolendo in qualche modo l’albero, senza ridurre l’apparato assimilatore fogliare, stimolano l’induzione a frutto delle gemme e incrementano l’allegagione, cioè il passaggio dal fiore al frutto. Le decorticazioni anulari, riguardanti un anello di corteccia alto almeno mm 5-6, sono le più pericolose, perché possono indebolire troppo l’albero, privandolo talora della crescita radicale con effetti anche letali: vanno fatte con cura, mediante coltelli affilati, ricoprendo la ferita con mastice.

Effetti positivi può raggiungere anche il taglio delle radici, cioè l’amputazione, ai fianchi del filare, di una fascia di radici mediante l’uso di macchine fresatrici o di appositi vomeri portati da motocoltivatori o trattrici.

I sostegni

Negli alberi allevati a forma libera, a cespuglio, a piramide e talvolta anche a fuso, il carico dei frutti può piegare la resistenza delle branche fino a indurne la scosciatura o la rottura.

In tal caso, bisogna tempestivamente provvedere, già in fase di allevamento, con tiranti o sostegni.

Nelle forme a palmetta, invece, questo di regola non si rende necessario, perché le branche sono già intersecate e legate fra loro oppure sono sostenute dai fili di ferro predisposti longitudinalmente.

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La frutta: l’actinidia, le varietà maschili e femminili e la moltiplicazione e allevamento

l’actinidia è una pianta esotica, che ha origine nelle lontane terre orientali del continente asiatico, e più precisamente in Cina.

E pianta sarmentosa, cioè dal fusto lungo e flessibile, e rampicante (i lunghi tralci la fanno somigliare, nel portamento, alla vite) e presenta sessi separati: vi sono, infatti, piante con soli fiori femminili (che sono coltivate per il frutto) e altre con soli fiori maschili, che si rendono necessarie per l’impollinazione (generalmente, ne occorre una ogni 5-10 piante femminili).

L’actinidia, in Italia, è uscita dai recinti degli orti botanici negli anni ’70, dopo il successo colturale conseguito in Nuova Zelanda (col nome di kiwi) e quello, specialmente di mercato, ottenuto in Europa, dove il frutto, pur essendo di aspetto poco attraente, è ricercato per la tavola in virtù del suo altissimo contenuto in vitamina C e di alcune presunte proprietà salutari.

Tuttavia, le prime esperienze di coltivazione nel nostro Paese suggeriscono molta prudenza nella diffusione di questa specie, la cui acclimatazione si è dimostrata abbastanza soddisfacente solamente in alcune aree dell’Italia centrale, lungo i litorali meridionali, in alcune ristrette zone del Nord e intorno ai laghi.

L’actinidia richiede, infatti, clima mite e limitate escursioni termiche primaverili (cioè sbalzi di temperatura); teme il vento, la siccità e l’eccessiva irradiazione solare, mentre richiede un elevato grado di umidità dell’aria e, soprattutto, terreni sciolti, caldi, fertili, subacidi, non calcarei, ben drenati (soffre, come il pesco, di possibile asfissia radicale).

Infine, pur resistendo al freddo invernale, l’actinidia teme in special modo le gelate primaverili, che spesso colpiscono non soltanto i fiori, ma addirittura gli stessi germogli, il cui risveglio è solitamente abbastanza precoce.

La collocazione di due o più piante di actinidia nel giardino presuppone quindi l’accertamento di siffatte condizióni ambientali. Si richiede, poi, la predisposizione di pali di sostegno, su cui sistemare vari fili orizzontali di ferro zincato (disposti rispettivamente a cm 90, 150, 220 ed eventualmente anche a cm 300 da terra), oppure di un pergolato, in coabitazione con le viti, o di un berceau variamente strutturato.

Lo spazio vitale di cui la pianta ha bisogno è di almeno m2 15-20. Nel caso che si vogliano disporre più piante su due file, le distanze consigliate sono di m 4 tra le file e di m 4-6 tra le piante di ogni fila.

Le varietà maschili e femminili

Non più di 3-4 sono le cultivar di actinidia che hanno dimostrato di adattarsi al nostro Paese. Esse coprono un calendario di maturazione che va dalla prima decade di dicembre fino a gennaio inoltrato. Di solito, però, anche per evitare danni da gelate ai frutti in pianta, la raccolta viene eseguita in novembre.

Le varietà maschili, infruttifere, sono due: “Matua” e “Tomuri”. I frutti pesano in media da g 30-40 (se piccoli) a oltre g 100 (se grossi) e contengono ognuno centinaia di piccoli semi. La polpa è butirrosa, molle a maturazione, acidula, poco zuccherina ma di sapore delicato, appena profumata, ricca di acido ascorbico (mg 150-200 per g 100 di polpa).

Le principali varietà femminili sono elencate qui sotto.

Moltiplicazione e allevamento

Le piantine di actinidia di solito si moltiplicano per talea autoradicata (legnosa e invernale; semilegnosa e autunnale; o anche erbacea ed estiva). Talvolta però, se non sono sufficientemente attrezzati per ottenere una buona radicazione, i vivaisti ricorrono all’innesto su semenzali. Queste piantine, di costo superiore a quello delle altre piante da frutto, sono generalmente vendute sia in vaso con zolla, che va conservata al momento del trapianto, sia a radice nuda, da trapiantare in autunno inoltrato.

L’impianto va fatto accuratamente, legando subito la “liana” a un paletto o a una canna, fino al primo filo.

L’allevamento più comune è quello a controspalliera, cioè su un unico piano verticale. La notevole quantità di vegetazione che, in assenza d’interventi, crescerebbe in modo disordinato, durante la primavera e l’estate deve essere indirizzata, longitudinalmente, sul filare e, in altezza, con vari accorgimenti. Tali interventi sono rappresentati da legature, ai fili e a volte anche fra loro, dei germogli scelti per essere allevati e da cimatura o eliminazione di germogli mal situati o troppo vigorosi.

La pianta può essere allevata anche con 2-3 tronchi, purché adeguatamente sorretti da sostegni.

In alternativa alla controspalliera, esiste la pergoletta singola e doppia. In tal caso, dopo che la pianta ha raggiunto circa m 1,80 da terra, si allevano uno o più cordoni permanenti, disposti su un piano orizzontale o leggermente inclinato, come nella vite. Le ali delle pergolette, su cui pure vanno stesi fili orizzontali, devono essere larghe cm 80-120 circa per ogni lato (se doppia). •

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L’actinidia: la potatura, la tecnica colturale e le eventuali malattie

La potatura

La potatura è molto importante sia durante l’allevamento, nei primi 2-3 anni in estate, per dare una forma obbligata alla pianta (che da sola sarebbe incapace di raggiungere) sia nella fase produttiva, a fine inverno, per ottenere ogni anno una produzione costante, di buona pezzatura e di elevata qualità. Senza potatura la pianta diverrebbe un ammasso caotico di vegetazione, tanta è la sua intrinseca vigoria, e produrrebbe frutti piuttosto piccoli.

Siccome l’actinidia fruttifica su germogli derivati dalle gemme miste dei tralci di un anno, la potatura di produzione deve essenzialmente consistere nell’asportazione o nel raccorciamento, in inverno, dei tralci che hanno appena fruttificato, avendo cura però di posizionare (con legature) quelli “di sostituzione”, che fruttificheranno l’anno successivo. I tralci di sostituzione, d’altra parte, sono generalmente piuttosto lunghi, per cui richiedono comunque di essere in qualche modo raccorciati.

In sintesi, la sequenza delle operazioni di potatura invernale si può riassumere nel modo seguente:

Primo anno: raccorciamento del tralcio di un anno e degli altri scelti e rimasti.

Secondo anno: nuovo raccorciamento dello stesso tralcio, divenuto cordone, e asportazione o raccorciamento dei nuovi tralci che hanno fruttificato; individuazione e raccorciamento dei tralci di sostituzione per l’anno successivo.

Terzo anno: come al secondo anno oppure asportazione totale del cordone, se a fianco di questo se ne sta formando un altro migliore, che ne può prendere il posto.

Pure le potature estive, consistenti nella cimatura dei germogli troppo vigorosi che non portano frutti, sono talora necessarie soprattutto durante l’età adulta.

Anche le piante maschili, la cui funzione è solo di produrre molti fiori, vanno potate ogni anno, in 2-3 tempi: subito dopo la fioritura, potatura per speronare a poche gemme i germogli che hanno fiorito e favorire quindi l’emissione basale di nuovi germogli per la fioritura dell’anno successivo; nel corso dell’estate, eventuale cimatura dei germogli di cui sopra; in inverno, soltanto il diradamento dei tralci in soprannumero.

La tecnica colturale

È importante assicurare alle piante il necessario, elevato fabbisogno idrico per l’intero periodo vegetativo, e cioè da maggio (dopo la fioritura) fino a settembreottobre.

Prima di tutto, occorre mantenere lavorato il terreno e ripulirlo dalle erbe infestanti, magari ricoprendolo con plastica nera; poi, bisogna irrigare in modo continuativo, con poca acqua ma frequentemente: in certi periodi, anche una o due volte alla settimana. I quantitativi, in mancanza di pioggia, oscillano da 1 40 a 50 di acqua alla settimana per ogni m2.

Anche la concimazione deve essere piuttosto ricca.

Nei primi 4-5 anni bastano g 30-50 di solfato o nitrato ammonico per ogni m2 e g 10-15 di perfosfato e solfato potassico.

In seguito, con l’entrata in fase produttiva, si rende necessario raddoppiare le predette dosi di concimi azotati e addirittura triplicare quelle di fosfatici e potassici.

Le eventuali malattie

Per quanto riguarda le malattie, l’actinidia è specie piuttosto rustica, che, per il momento, è ancora risparmiata dai fitofagi e dalle crittogame frequentemente nocivi alle altre specie fruttifere.

Tuttavia, saltuariamente possono manifestarsi marciumi al colletto, muffa grigia sui frutti, qualche insetto (tortricidi e cocciniglie), acari, nematodi.

Gravi, come è stato già ricordato, possono essere i danni provocati da gelo, da vento, da colpi di sole, da grandine o da anomalie del terreno (clorosi da calcare).

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La frutta: agrumi

Numerose sono le specie di agrumi coltivate per il frutto, utilizzate come portainnesti oppure come semplici piante ornamentali.

Fra le prime si annoverano l’arancio dolce, il limone, il mandarino e gli ibridi o le specie similari (mandarancio o clementine, tangelo e tangerino, satsuma, ecc.), il pompeimo, il cedro, il bergamotto, il kumquat. Fra le seconde si annoverano l’arancio amaro (o melangolo), talvolta anche coltivato come ornamentale e per usi industriali, i citrange (ibridi di arancio dolce x arancio trifogliato), il limone “Volkameriana”, ecc. Del terzo gruppo merita conto citare il Po.ncirus trijoliata o arancio trifogliato, a foglie caduche, spinescente, che fa bella mostra di sé anche all’aperto nei giardini dell’Italia del Nord.

Gli agrumi da frutto sono piante sempreverdi subtropicali, che in Italia trovano condizioni climatiche adatte solo nelle regioni a clima mediterraneo e a una latitudine compresa fra i 30° e i 40°. Ciò significa, soprattutto, Sicilia, Calabria, Sardegna e, in parte, Campania, Basilicata, Puglie, Lazio. Naturalmente, come piante ornamentali o in colture oasistiche, possono spingersi anche più a nord, come in Liguria, intorno al Lago di Garda o in altre zone estremamente protette; ma, volendole inserire in giardini all’aperto settentrionali, è bene mantenerle in contenitori – alcune cultivar infatti crescono e fruttificano molto bene anche fuori terra -per poi trasferirle in ottobrenovembre in un ambiente protetto e possibilmente riscaldato, dato che le semplici strutture protettive ricoperte con plastica non bastano.

Problemi climatici In realtà, gli agrumi sono in genere (eccezion fatta per il Poncirus trifoliata) molto sensibili ai rigori del freddo invernale, che non solo colpisce foglie e germogli ancora in attività vegetativa, ma anche i frutti pendenti e non ancora maturi. Bastano infatti temperature di —1° o —2° per danneggiare i frutti sugli alberi, di —3° per nuocere alle foglie e di oltre —8° o —10° per ledere irreversibilmente i tessuti dei germogli e dello stesso legno. Tutta la chioma può andare perduta con una sola notte di intensa gelata e una copertura in plastica, anche se ben fatta, riesce a contenere gli effetti delle minime termiche solo fino a 4-5°.

Del resto, anche nel Meridione non è raro che durante inverni particolarmente rigidi si abbiano danni alle colture, tanto è vero che, contro le gelate primaverili cui sono particolarmente esposte alcune aree, come per esempio la piana dell’Etna in Sicilia, si vanno diffondendo potenti ventilatori (aeromotori) che, rimuovendo gli strati dell’aria, impediscono o limitano gli abbassamenti termici, almeno quelli aggravati dalla irradiazione notturna di calore dal suolo.

In generale, gli agrumi riescono invece a sfuggire alle gelate primaverili, in quanto la fioritura è piuttosto tardiva e avviene – in maggio — quando la probabilità di un simile evento è del tutto eccezionale.

C’è, ovviamente, anche una scala di resistenza al freddo invernale delle varie specie e cultivar di agrumi, e ciò spiega come mai i limoni e i pompeimi siano coltivati quasi unicamente in Sicilia, mentre il mandarino si spinge, a nord, fino alla provincia di Latina e, a est, fino a quella di Taranto: pompeimo, cedro e limone sono i più danneggiati dalle gelate invernali; seguono arancio amaro, arancio dolce, clementine, mandarino e, infine, il gruppo satsuma.

In ogni caso, l’influenza del clima sugli agrumi non è da valutarsi solo sotto questo aspetto, ma anche sotto quello più generale del comportamento dell’albero: sviluppo vegetativo, entità e costanza della fruttificazione e, soprattutto, qualità dei frutti. A questo riguardo, è noto che solo in certe zone le principali cultivar di arancio, limone e pompeimo raggiungono i requisiti richiesti dallo standard qualitativo di mercato. Fuori da tali zone, invece, il frutto perde talune peculiari caratteristiche (per esempio, il tenore in succo e in acidità diminuisce) e, con esse, parte del suo valore mercantile. Si possono citare, qui di seguito, alcuni esempi. Nelle località fredde, le arance pigmentate hanno buccia e succo più intensamente colorati, mentre nelle zone più calde la polpa difetta di colore o diviene screziata; nelle zone asciutte, poi, la buccia è anche più sottile mentre in quelle umide e piovose i frutti sono più succosi. Anche i pompeimi diventano dolci nei climi caldi e più acidi in quelli freddi. È questo forse uno dei motivi per cui, per esempio, il pompeimo si è finora esteso solo marginalmente in alcune delle principali aree agrumicole siciliane: i frutti, infatti, possono qui assumere talune caratteristiche (per esempio, retrogusto leggermente amarognolo del succo) non confacenti agli standard mercantili richiesti dai pompeimi già affermati sui mercati italiani, che sono di importazione israeliana, spagnola, ecc.).

Ciò è confermato anche dalla “selezione clonale” in atto nelle principali aree agrumicole; tale lavoro di miglioramento genetico tende alla individuazione (e moltiplicazione) dei cloni che talora, nell’ambito di una stessa varietà (per esempio, “Tarocco” e “Sanguinello”), interagiscono positivamente con le condizioni ambientali proprie di certe zone, anche ristrette, dove la scelta del clone è fatta soprattutto in funzione del risultato qualitativo della produzione. Difese contro il vento Un altro importante fattore climatico da considerare è rappresentato dal vento. Gli agrumi rifuggono dalle zone ventose e le nostre coste meridionali sono, oltretutto, spesso battute, in inverno, da venti non solo freddi e umidi, ma anche carichi di salinità oltre i limiti di tolleranza per la vegetazione. Si spiega cosi il ricorso a vari mezzi protettivi rappresentati, di solito, da cortine frangivento di specie arboree a chioma fusiforme, serrata o, comunque, tale da interrompere la corrente d’aria (si usano, fra gli altri, olivi, eucalipti, cipressi, oppure cannicciati, strutture verticali in materiale plastico o apposite reti).

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Agrumi: la scelta del terreno e del portainnesto

Per quanto riguarda il terreno, gli agrumi sono piuttosto esigenti e, in questo senso, alcuni possono essere paragonati al pesco. L’arancio, per esempio, richiede terreni fertili, freschi, profondi, sciolti, ben drenati, mentre rifugge dai terreni argillosi e compatti, come da quelli sabbiosi e aridi, o da quelli umidi, che possono generare l’asfissia radicale. È dimostrato, a questo riguardo, che quando il suolo è argilloso le arance sono di qualità inferiore, hanno buccia più spessa, polpa meno succosa e meno dolce.

Poi, c’è anche rapporto tra suolo, clima e portainnesto, tanto che la scelta di quest’ultimo deve tenerne conto. La scelta del portainnesto, infatti, comporta non solo problemi di affinità con la specie e la varietà (l’affinità dipende anche dallo stato sanitario del nesto), di influenza sul nesto e sulle caratteristiche vegetoproduttive dell’albero bimembre, sulla qualità dei frutti, ma anche di adattabilità ai vari tipi di suoli. Basta riportare alcuni esempi: a) circa l’aspetto sanitario, è noto che gli aranci innestati su melangolo sono suscettibili di un temibile deperimento provocato da malattia virale (eristeza) cui altri soggetti, per esempio il “Citrange”, sono invece più resistenti o, per lo meno, tolleranti; b) il già citato portainnesto “Citrange” induce nelle arance caratteristiche qualitative migliorative, mentre un altro soggetto, il limone “Rough”, per lungo tempo utilizzato in California per taluni pregi agronomici, peggiora invece nettamente le qualità dei frutti di arancio dolce su di esso innestato. Anche il melangolo, peraltro, pare che influisca in senso non sempre positivo sulla qualità delle arance utilizzate per il succo; c) nei terreni con salinità superiore ai livelli di tolleranza vi sono soggetti, come il mandarino “Cleopatra”, che vi si adattano e consentono di innestarvi aranci e pompeimi. Così come nei terreni calcarei può essere coltivato il limone innestato sul limone “Volkameriana”, che oltre tutto induce resistenza a una pericolosa tracheomicosi specifica del limone (mal secco).

La rosa dei portainnesti degli agrumi è, in definitiva, molto ampia, anche se, ancora oggi, nella maggior parte dei casi i vivaisti fanno uso del solo melangolo (arancio amaro) per tutte le specie, perché è rustico, induce longevità negli alberi e una certa resistenza a malattie fungine, come il cancro o gommosi del colletto (da Phytophthora), a qualche virosi (per esempio, exocortite), mentre rari sono i casi di disaffmità riscontrati per qualche varietà di limone.

Comunque, fra i nuovi portainnesti si va ora diffondendo il “Citrange Troyer”, che presenta vari pregi, di cui già si è fatto cenno, e una buona affinità con le comuni varietà di arancio, mandarino e pompeimo, che, grazie a tale portainnesto, producono anche più abbondantemente. Si adatta a molti terreni salvo quelli umidi, mentre è sensibile a una virosi (exocortite). Ha dimostrato disaffmità con il limone “Eureka” e il tangelo “Mapo”.

Il terzo soggetto utilizzato in terreni sciolti e in zone a clima mite è il limone “Volkameriana”, che però è utilizzato solo per il limone, perché si è rivelato disaffine con gli aranci “Tarocco” e “Moro”.

La propagazione dei citati portainnesti si fa esclusivamente per seme, sfruttando anche il fenomeno, proprio degli agrumi, della poliembrionia, grazie al quale da ogni seme si ottengono, oltre a quello gamico, una serie di “embrioni macellari”, da ognuno dei quali si avrà una piantina identica alla pianta madre (come se fosse propagata agamicamente), cioè un insieme di semenzali omogenei e pure privi delle affezioni virali presenti nei genitori.

Sempre grazie alla poliembrionia, è stato recentemente possibile condurre anche un lavoro di selezione clonale, impostato sulla individuazione e moltiplicazione, per le principali cultivar di arancio, mandarino, ecc., di “cloni nucellari”, che, di solito, sono più vigorosi, più produttivi (anche perché esenti da virus) e danno frutti di migliori qualità rispetto a quelli delle stesse cultivar moltiplicate per innesto e, in genere, affette da vari complessi virali.

La scelta delle cultivar per gli agrumi rimane comunque un’operazione delicata, perché le varietà sono molto numerose e, specie quelle più vecchie, hanno dato origine a varie mutazioni, alcune delle quali migliorative. Per esempio, il frutto presenta un minor contenuto di semi e una buccia meno spessa.

Maturazione degli alberi Inoltre, è bene considerare l’epoca in cui si vuole portare a maturazione gli alberi piantati nel giardino. Il calendario di maturazione degli agrumi copre un arco molto ampio dell’anno: inizia ai primi di ottobre con satsuma, tangelo, clementine (o mandarancio) e prosegue in novembre con i mandarini e con alcune arance bionde precoci (per esempio, “Washington Navel”). Poi, fin dai primi di dicembre, maturano le prime arance pigmentate (“Moro”), la cui produzione raggiunge il culmine nella seconda metà del mese e in gennaio con il “Tarocco” nei suoi vari cloni. Alcune arance pigmentate maturano solo a febbraio, come il “Sanguigno”, o a marzo, come il “Sanguinello moscato”. Le più tardive sono le arance bionde “Ovale Calabrese” (marzo) e “Valencia late” (da aprile in poi).

Per i limoni, invece, si distinguono nell’anno tre produzioni commerciali: il “Primo fiore” (raccolto in ottobrenovembre), quella invernale (che dura altri 3-4 mesi) e, infine, la produzione dei “Verdelli” (risultato della forzatura), che si raccolgono in giugno e agosto. La varietà “Femminelle di Santa Teresa” e i suoi cloni nucellari hanno una certa attitudine alla rifiorenza, che viene esaltata con la pratica della “forzatura” estiva, di cui si farà cenno più oltre.

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Agrumi: i vari tipi di agrumi

Mandarini Nel passato, il mandarino ha sempre rappresentato il precoce agrume autunnale per antonomasia, ma alcuni difetti (ridotta pezzatura, eccessivo numero di semi, povertà di caratteristiche qualitative e limitata precocità) oggi ne hanno alquanto ridotto l’interesse colturale, dopo che, anche in Italia, sono stati introdotti i clementine (alcune varietà sono quasi prive di semi), la cui quotazione di mercato è apparsa subito superiore, anche se la loro allegagione e la loro produzione sono talvolta insoddisfacenti. Con i clementine, si vanno diffondendo nuovi ibridi: prima di tutto, i tangeli, uno dei quali (“Mapo” ibrido di mandarino x pompeimo ottenuto presso la Stazione di Agrumicoltura di Acireale) presenta un’accentuata precocità e caratteristiche qualitative dei frutti (assai gustosi e grossi, piriformi, con pochi semi), che riassumono quelle delle due specie genitrici; poi, il gruppo dei satsuma, mandarini giapponesi di qualità piuttosto povera, ma i più precoci in senso assoluto, che si presentano a frutto schiacciato e talora privo di semi.

I veri mandarini coltivati in Italia sono l’“Avana” (il più diffuso nel mondo), di cui è stato selezionato anche un clone nucellare, con pochissimi semi. Una sua mutazione, interessante per l’epoca di maturazione tardiva, è il “Tardivo di Ciaculli”, a frutti leggermente più piccoli dell’Avana, con meno semi, maturo a marzo, ma soprattutto di migliori qualità organolettiche (cioè di sapore, odore e colore).

Arance Convenzionalmente, le arance si distinguono in pigmentate e bionde, a seconda del colore rosso o giallo del succo, oppure, infine, ombelicate, per distinguere le cultivar come la “Washington Navel”, il cui frutto possiede all’apice un’appendice ombelicale costituente un rudimentale secondo frutto.

Le ombelicate hanno inoltre la caratteristica di essere prive di polline e di produrre frutti apireni (senza semi). Le più interessanti di questo gruppo, anche per l’estrema precocità e per la polpa bionda, sono “Washington Navel” e “Navclina”, il cui albero è meno sviluppato della prima da cui ha pur avuto origine. In Italia, queste varietà sono state diffuse in anni molto recenti per occupare uno spazio mercantile finora appannaggio di produzioni estere.

Fra le cultivar a polpa bionda sono da ricordare, per la precocità di maturazione, anche la “Belladonna”, varietà locale italiana molto pregiata, e la meno quotata varietà spagnola “Salustiana”.

Molti tipi di arance bionde invernali, che vanno sotto la denominazione di “comuni”, sono in genere qualitativamente poco pregiate anche per l’industria dei succhi, mentre cloni ancora validi si riscontrano nell’ambito della varietà “Ovale Calabrese”, anch’essa di fine inverno, adatta pure per estrazione di succhi e per altri usi industriali.

Infine, la varietà bionda più nota e diffusa nel mondo è “Valencia late”, che matura cosi tardi (da aprile a maggio) da sovrapporsi con la nuova fìoritura. Essa è valida per qualità e utilizzazione industriale, ma presenta qualche rischio e pericolo per chi è costretto a lasciare i frutti “in pianta” durante tutto l’inverno.

Arance pigmentate Questo tipo di arance è ricco di pigmenti antocianici, non solo nella buccia, ma soprattutto nel succo che, spremuto, è di un bel colore rosso; tuttavia, siccome inscurisce facilmente, esso non è idoneo alla preparazione di succhi industriali, nonostante la gradevolezza del gusto e l’elevato tenore di zuccheri e acidi.

Per tradizione, le migliori arance italiane, anche se poco note sui mercati europei, sono pigmentate. In primo luogo, va ricordato il “Tarocco”, cultivar caratteristica per i frutti grossi, ovoidali col muso, quasi rostrati, di colore arancio arrossato, privi di semi, che si raccolgono da dicembre a marzo; poi, il più precoce e molto produttivo “Moro”, anch’esso siciliano, di pezzatura un po’ più modesta, sferico ovale, ancor più colorito, ma di qualità inferiore.

Altre due varietà pigijnentate sicule sono: “Sanguigno” (sferico, di pezzatura media, con vari semi) e “Sanguinelle”, il cui clone più noto è quello “moscato”, cosiddetto per il particolare sapore del succo, più tardivo delle altre varietà. I frutti sono ovoidali, quasi privi di semi, ma di buona pezzatura.

Limoni Poche sono le varietà di limone, la principale delle quali è il “Femminello”, di cui si conoscono vari cloni (“comune”, “sfusato”, “Santa Teresa”, ecc.). Esso è caratteristico per la tipica rifiorenza (vi sono fiori tutto l’anno, anche in inverno). Tale carattere è presente anche in un’altra specie, il cedro. La fioritura più importante è quella primaverile, mentre i frutti, la cui qualità è mediocre e con buccia ancora verdastra, si raccolgono da ottobre fino a marzo. La produzione di migliore qualità è quella invernale, mentre quella peggiore è costituita da “verdelli estivi”, riuniti in piccoli grappoli poco acidi e con semi abortiti.

Altre cultivar sono il “Monachello”, più tardivo del “Femminello” e poco diffuso, e l’“Interdonato”, di buona qualità, grosso ma poco produttivo, sebbene molto precoce (settembreottobre).

Pompeimi Le cultivar di pompeimo sono poche e generalmente a polpa chiara. Si raccomandano: la “Duncan”, originaria della Florida e abbastanza resistente al freddo, e la “Marsh Seedless”, apirena (senza semi), un cui clone (“Pink Marsh”), a succo leggermente pigmentato (rosato), matura da gennaio a maggio. I frutti sono più grossi delle arance ma un po’ più piccoli di quelli di una specie similare, il “Pummelo”. Le varietà con semi sono considerate in genere migliori di quelle apirene, perché più precoci e più ricche di estratti solubili (zuccheri e acidi) e anche più adatte a usi industriali.

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Agrumi: le tecniche di coltivazione

Gli alberi, essendo provvisti di foglie, è bene che siano trapiantati non a radice nuda, ma con la loro zolla di terra oppure invasati. Di solito, si tratta di alberi che hanno due o più anni d’innesto, ben curati in vivaio e con alcune branche preformate.

Gli agrumi sono molto longevi e vigorosi,; tanto che ogni pianta di arancio e pompeimo abbisogna di m2 25-30 di spazio (il “Tarocco nucellare” anche di m2 40), il limone “Femminello” di circa m2 30, i mandarini (per esempio, il “Clementine Monreal”) invece di m2 25 o anche meno.

Ciò significa che occorre mantenere circa m 6 tra le file e da m 4 a 6 tra pianta e pianta sulla stessa fila. Bisogna anche tener conto dello sviluppo dell’albero in altezza, da cui dipende pure la distanza tra le piante (dai m 3 nel kumquat cespuglioso, fino ai m 4,50 nei cloni di arancio nucellari). Il chinotto e alcuni tipi nani di arancio amaro possono invece formare siepi basse.

Naturalmente, se le piante sono in vaso lo sviluppo della chioma è minimo e quindi basta poco spazio. Negli Stati Uniti, si ritengono adatti a vivere in contenitori il limone “Meyer”, il cedro “Mexican”, l’arancio “Tempie”.

Nel giardino, gli agrumi possono essere piantati insieme ad altre sempreverdi come l’olivo, ma, di solito, le consociazioni tra specie arboree sono sconsigliabili. Inoltre, non devono essere piantati a caso, ma tenendo presente anche le funzioni estetica, di cortina e di sfondo verde che in un giardino un po’ spazioso ben si adattano agli agrumi.

L’epoca migliore per il trapianto cade da marzo a maggio, quando l’apparato radicale può subito cominciare a svilupparsi.

È molto importante curare bene sia il trapianto sia la concimazione organicominerale, spargendo letame a volontà, insieme a perfosfato minerale (kg 3-4 per albero) e solfato potassico (kg 1-2 per albero), da interrare non nella buca, ma uniformemente per un ampio raggio attorno a essa. Negli anni successivi si consigliano circa g 50 di perfosfato e g 60 di solfato potassico per ogni m2 di superficie di terreno assegnato alla pianta. Nei terreni molto fertili questa concimazione fosfopotassica può essere evitata. Quella azotata invece, che è sempre importante, non è però tanto necessaria al momento dell’impianto quanto negli anni successivi: mediamente spargere, senza necessità di interramento, circa g 35 di solfato o nitrato ammonico (o l’equivalente di urea) per ogni m2, meglio se ripartiti in due interventi, durante il periodo di fioritura (da aprile a giugno). Il letame o altro prodotto organico dovrebbe pure essere somministrato ogni 3-4 anni. Per le piante in contenitore di cm 40-50 di diametro si calcolano necessari circa g 40 di nitrato ammonico o g 20 di urea al mese, •escluso il periodo invernale.

Come regola generale, si tenga però presente che una eccessiva concimazione peggiora la qualità dei frutti e diminuisce la resistenza delle piante alle avversità.

È molto importante, poi, mantenere pulito il terreno dalle erbe infestanti, che sottraggono acqua ed elementi nutritivi. A questo proposito, è sempre preferibile la lavorazione superficiale del suolo all’uso di diserbanti, a meno che questi non siano semplicemente disseccanti (dipiridilici) oppure prodotti privi di residui tossici.

Gli agrumi sono molto esigenti di acqua: occorrono circa m3 0,8-1,2 di acqua per ogni m2 di terreno, tre quarti dei quali nei 6 mesi primaveriliestivi. Se quindi i terreni non sono molto freschi o presentano falde freatiche profonde, bisogna irrigare con il tradizionale sistema “a conche” o per scorrimento (cioè a solchi) oppure con irrigatori a pioggia sotto chioma, che irrorino in media, durante i mesi più caldi, da 1 30 a 60 di acqua per ogni m2 di terreno alla settimana.

Bisogna fare attenzione anche a non usare acque saline e a non dare troppa acqua in una volta, specie se il terreno è compatto o subcalcareo. Se si dispone di poca acqua, si può ricorrere a un impianto con tubi di plastica pensili, forati oppure provvisti di speciali sgocciolatori (“irrigazione a goccia” e quindi localizzata), da attivare a tempi prestabiliti anche molto frequenti (per esempio, ogni due settimane).

La raccolta non va fatta troppo in anticipo (pena una scadente qualità dei frutti, oltre che una certa perdita di peso) e comunque è consigliabile aspettare quando il tenore zuccherino, rapportato a quello di acidità dei frutti, ha raggiunto valori ottimali (che variano in rapporto alla specie e alle cultivar).

Gli indici di valutazione del grado di maturazione non sono generalizzabili. Per esempio, il colore della buccia può trarre in inganno: i mandarini satsuma maturano con buccia ancora verde, mentre le arance “Valencia late” possono apparire di un bel colore arancio ed essere ancora immature.

I frutti però, salvo casi particolari, hanno generalmente una buona tenuta di maturazione e possono quindi restare sull’albero a lungo, a meno che non sopravvengano eventi stagionali avversi.

La raccolta non deve essere fatta “a strappo”, ma tagliando alla base il peduncolo con le forbici o un coltello. Bisogna anche evitare, nella manipolazione, ammaccature della buccia, che comportano spesso lesioni delle glandole oleifere e, poi, facilmente fanno scurire la buccia.

La conservazione dei frutti varia molto, anche in rapporto ai trattamenti con prodotti preservanti (per esempio, DPA) o con cere vegetali antitraspiranti. In famiglia, di solito, non si va più in là del frigorifero, con una temperatura di regime che dovrebbe stare fra i 4° e i 7° per le arance e i pompeimi e fra i 12° e i 14° per i limoni verdi. Attenzione all’inserimento di muffe come il Penicillium, specie se il tenore di umidità è molto elevato.

Un altro problema colturale è rappresentato, laddove il freddo è un pericolo, dalle protezioni invernali. Si possono costruire argini di terra alti circa cm 60 attorno al tronco come fanno in Florida, ricoprire le piante con plastica trasparente (ma al Nord non basta) oppure, anche se è costoso, ricoprire i tronchi con materiali coibenti.

Per le piante in contenitore il problema, specie nelle regioni nordiche, si pone solo come scelta dell’epoca in cui metterle al riparo in serra (a fine ottobre) e quando rimetterle fuori in primavera (non troppo presto, almeno in aprile).

Il diradamento dei frutti, negli agrumi, non si pratica, salvo il mandarino, nel quale si vuole favorire l’ingrossamento e anche perché, a causa della particolare conformazione della chioma (rami sottili é fruttificanti all’apice), l’eccessivo peso dei frutti potrebbe spezzare le branche.

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Agrumi: l’allevamento e la potatura

Nessuna specie è più facile da allevare degli agrumi, perché la loro forma è quella naturale, con chiomaI globosa, in genere a bassa impalcatura, e con branche piuttosto aperte (609) inserite su un tronco impalcato generalmente a cm 70-80 da terra (in passato anche a m 1,50), costituendo in seguito una struttura scheletrica in qualche modo assimilabile a un “vaso pieno”.

Le branche secondarie, laterali, sono spesso molto espanse e le loro diramazioni si lasciano dirigere anche verso il basso, fin quasi a t£rra: per questo la chioma risulterà “piena” fino a nascondere il tronco.

La potatura di allevamento viene spesso iniziata in vivaio (qualora gli alberi non siano trapiantati a un anno dall’innesto) durante l’estate del secondo anno, con la scelta di’ tre germogli fra loro distanziati di cm 10-15 e destinati a formare le tre branche primarie. Si fanno anche asportazioni e curvature dei germogli superflui. Per esempio, il limone dà origine facilmente a “succhioni” eretti, che devono essere tolti al più presto, cosi come quelli inseriti nella parte interna dei tre rami scelti. Qualcuno preferisce, dopo un anno, raccorciare leggermente le tre branche primarie, per fare in modo che da ognuna se ne formino altre due, e quindi in totale sei branche; ma ciò non è necessario, anche se fattibile.

Successivamente a questa impostazione generale (da eseguire comunque anche nel primo e secondo anno dal trapianto), di solito, e per alcuni anni, non è necessario eseguire altri tagli. L’albero crescerà quindi liberamente fino a occupare lo spazio assegnatogli, cosa che avviene di solito al quinto o sesto anno.

A questo punto, inizia la potatura di fruttificazione che, nel limone e nel mandarino, dovrebbe essere annuale e da compiersi fra la primavera e l’inizio dell’estate (nel mandarino anche a luglio, per aspettare l’esito della cascola di giugno). In altre specie, invece, come arancio e pompeimo, si può intervenire periodicamente, soltanto ogni 2-3 anni.

Con la potatura si cerca di sfrondare le zone troppo dense della chioma (ove i frutti possono marcire più facilmente), di sopprimere biforcazioni di branche, di eliminare le branche esaurite, che inducono l’albero all’alternanza di produzione. Si tenga presente che gli agrumi fruttificano solo sui rami di un anno, per cui la potatura deve tendere sempre a un equilibrato rinnovamento dei rami, e che deve essere tanto più intensa quanto più l’albero e le sue ramificazioni sono deboli (per provocare una reazione vegetativa) e, all’opposto, molto leggera (con pochi tagli) o nulla se l’albero è molto vigoroso.

Altra buona regola è quella di eseguire soltanto tagli di asportazione (cioè di diradamento) delle branche e dei rami, e non di raccorciamento o spuntatura, in modo da conservare all’albero la forma naturale e per evitare che i rami fruttiferi si formino solamente nella parte più esterna della chioma.

A volte, la potatura ha anche funzioni sanitarie, chirurgiche, quando, come nel limone, si deve praticare l’asportazione di rami o branche colpiti da “mal secco”, oppure delle parti distali delle branche danneggiate dal freddo.

Se gli alberi sono troppo sviluppati e si desidera che siano meno ingombranti, si può ricorrere a una potatura “di riforma”, raccorciando drasticamente o proporzionalmente in primavera, dopo il periodo delle gelate, le branche primarie e secondarie: la chioma si riformerà nuovamente in un anno, ma si perderà la produzione anche dell’anno successivo; inoltre, c’è il rischio di più facili insediamenti di patogeni (per prevenire i quali è bene spalmare mastici sulle grosse ferite da taglio) oppure che la bassa temperatura danneggi la nuova vegetazione.

I piccoli alberi cresciuti in contenitori hanno bisogno, più degli altri, della potatura annuale, specialmente se la loro vegetazione si fa stentata; quindi, occorre aver cura, periodicamente, nei casi più evidenti, di “svasarli” (per sostituire il terreno); nella circostanza, che ricorre di rado, occorre potare anche l’apparato radicale, raccorciandolo di circa un quarto della sua lunghezza.

Problemi sanitari nella coltura degli agrumi

Numerosi sono le malattie e i fitofagi che possono colpire gli agrumi durante la crescita.

Fra le malattie più gravi si devono ricordare alcune virosi che, talora subdolamente, provocano riduzioni di crescita e di rendimento produttivo degli alberi senza altri apparenti sintomi.

Per tali malattie virali, non esistono specifici metodi di cura, per cui l’unico mezzo di difesa è rappresentato dall’acquisto di piante sane, che poi devono essere accuratamente difese dagli eventuali attacchi di parassiti vettori dei virus (per esempio, gli afidi).

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La frutta: albicocco, scelta varietale, la sua coltivazione e i problemi sanitari

La coltivazionc dell’albicocco è abbastanza problematica, prima di tutto perché l’albero fiorisce molto presto, nelle prime due decadi di marzo, quando, almeno nelle regioni settentrionali, sono molto frequenti i rischi delle gelate e dei bruschi cambiamenti climatici che, insieme a cascola di gemme e colatura di fiori, provocano anche difetti di impollinazionefecondazione e quindi ridotta allegagione dei frutti. Inoltre, l’elevata umidità durante la fioritura favorisce l’insediamento di pericolose malattie fungine e in particolare della Sclerotinia oMonilia che, insieme alla perdita dei fiori colpiti, provoca cancri e disseccamenti ai rametti, nonché, più tardi, la caratteristica “muffa a circoli” nei frutti.

Per quanto attiene l’ambiente, le zone climatiche più favorevoli sono caratterizzate da inverno freddo (clima continentale), primavera secca e mite, estate calda e soleggiata. Date tali esigenze, l’albicocco può essere coltivato in molte zone meridionali (specialmente Campania) e, al Nord, fino a m 1000 di altezza (per esempio, in Val Venosta). Nelle aree settentrionali, come in Emilia-Romagna, Liguria, Trentino-Alto Adige, Veneto, l’albicocco trova posto solo in zone collinari o pedemontane ben esposte a sud, sudest o sudovest e riparate dalle correnti fredde e ventose, ma con buon movimento d’aria.

L’albicocco si adatta a molti terreni, grazie anche all’anipia gamma di portainnesti su cui può essere innestato, sebbene preferisca i suoli leggeri, che si scaldano rapidamente in primavera, e molto permeabili.

L’apparato radicale (se franco, cioè proveniente da seme di albicocco) è molto sensibile all’asfissia radicale indotta da ristagni idrici, per evitare i quali spesso si sceglie, come albicocco da impiantare, il mirabolano, che si adatta anche a terreni argillosi e umidi, perfino a quelli siccitosi dei calanchi appenninici.

La scelta varietale

Il calendario di maturazione copre il periodo dalla prima metà di giugno (al Sud) fino a tutto luglio (al Nord).

L’albicocco, in fatto di acclimatizzazione, è una specie poco “plastica” e, per evitare sgradevoli sorprese, è bene scegliere solo cultivar già collaudate o diffuse nella zona ove si opera. Soltanto in Campania si dispone di un’ampia gamma di varietà selezionate localmente e diffuse da molto tempo: “Cafona”, “S. Castrese”, “Baracca”, “Boccuccia”, “Palummella”, “Pellecchiella”, “S. Francesco”, “Don Gaetano”, “Monaco bello”, ecc. Queste cultivar danno frutti abbastanza grossi, consistenti, adatti per confetture, sciroppati e altri derivati industriali.

Altre note cultivar sono: “Reale d’Imola” in Romagna, “Luizet” e “Precoce di Nancy” (francesi), “Canino” e “Bulida” (spagnole), “Tyrinthos” (greca), ecc.

La coltivazione

Essendo albero piuttosto vigoroso, l’albicocco di solito si pianta a sesti piuttosto larghi (per esempio, m 6×5 oppure 5×4), in modo da disporre di almeno m2 20 di superficie per albero. L’innesto sul mirabolano si esegue piuttosto alto (a circa cm 70-80 da terra), in modo da rendere meno probabile la rottura dell’albero nel punto d’innesto, possibile per la parziale “disaffìnità d’innesto” col mirabolano. Alcuni cloni di quest’ultimo però, come il mirabolano belga e l’ibrido GF31, danno sicura affidabilità e piante longeve. La piantagione di solito è autunnale.

Un albero di albicocco produce facilmente oltre kg 60-70 di frutta. La specie è autofertile.

La forma d’allevamento più frequente è il vaso mediobasso (a tre branche primarie) oppure la forma libera, globosa, espansa. L’albicocco si presta poco, invece, a essere allevato in forme obbligate (come la stessa palmetta), a causa deWhabitus vegetativo disordinato e incontrollabile con le stesse operazioni di potatura.

La fruttificazione avviene sia sui rami di un anno (negli alberi giovani) sia su corti rainetti (dardi o mazzetti), che si formano su branche di due o più anni e che assicurano la continuità produttiva nell’età adulta; la potatura si basa soprattutto su tagli di diradamento dei rami di un anno e di rinnovamento di quelli più vecchi, in modo da consentire all’albero di mantenere ogni anno un buon numero di dardi fruttiferi ed efficienti.

Di solito, si rende necessario anche il diradamento manuale dei frutti (in maggio, a circa 50-60 giorni dalla fioritura), per evitare che rimangano troppo piccoli e maturino troppo scalarmente. A tal fine, è utile anche l’irrigazione in almeno 2-3 tempi. In caso di siccità, occorre irrigare anche dopo la raccolta, in agosto.

La concimazione dovrebbe farsi ogni anno con solfato ammonico (almeno kg 1-1,50 per albero) oppure urea (kg 0,50 per albero) miscelata a solfato potassico (kg 0,50-1 per albero) e, ogni 2-3 anni, altrettanto perfosfato minerale.

La raccolta si fa in più tempi, via via che i frutti maturano, per far loro acquisire i migliori caratteri di gusto e nutritività. Una raccolta troppo precoce, infatti, peggiora le caratteristiche qualitative, mentre se è tardiva i frutti possono facilmente ammaccarsi o spappolarsi per l’eccessivo intenerimento della polpa. Il periodo di raccolta, su uno stesso albero, dura in media da 10 a 20 giorni (con punte anche superiori), in quanto la maturazione è molto scalare.

La conservazione in frigorifero non può spingersi oltre qualche giorno.

Problemi sanitari

La principale malattia dell’albicocco è rappresentata, in caso di piogge, dalla moniliosi, o “muffa a circoli” dei frutti, che, come si è detto, può colpire anche i fiori e i rami.

Altri patogeni fungini, come Cytospora (valsa), Cytosporina (Eutypa armeniaca), o batteri, come Pseudomonas syringae, provocano, singolarmente o nell’insieme, frequenti casi di “gommosi” su rami, branche e tronchi. Un’altra temibile batteriosi (causata da Xanthomonas pruni) provoca tipiche perforazioni fogliari e tacche necrotiche su frutti e rami.

La virulenza di questi patogeni è favorita da fattori ambientali (per esempio, l’umidità) e colturali (per esempio, portainnesti e cultivar suscettibili) e, nei casi più gravi, gli alberi vanno anche soggetti a deperimenti progressivi e quindi a moria e a improvvisi “colpi apoplettici”, capaci di decimare il frutteto senza materiale possibilità di intervenire con trattamenti o terapie efficaci.

Contro queste malattie, ci sono vari metodi di lotta preventivi o curativi, con trattamenti specifici da eseguire a concentrazioni e momenti opportuni (per esempio, a base di prodotti rameici in autunno, se trattasi di batteriosi, oppure a base di benzimidazolici, ftalimidici od ossazolidine alla vigilia della fioritura e dopo contro la Sclerotinia). Se, per esempio, gli alberi sono colpiti da verticilliosi, un’altra malattia fungina, vascolare, che s’insedia attraverso le ferite al colletto o all’apparato radicale, occorre, preventivamente, evitare le lavorazioni al terreno, eliminando però le erbe che ospitano il fungo. Temibili sono anche alcune virosi, fra cui “l’accartocciamento clorotico delle foglie”, incurabile.

Dannosi sono anche vari insetti, fra cui la mosca mediterranea, le cocciniglie, larve di lepidotteri (alcune “ricamatrici” dei frutti e altre che vi scavano gallerie, ecc.), coleotteri come il capnodio, che attacca soprattutto il colletto e le radici, ecc.

La difesa dalle malattie e dai fitofagi dell’albicocco, da questi brevi cenni, risulta dunque complessa e, in certi casi, anche difficile o addirittura impraticabile. Se nel giardino vi sono pochi esemplari di alberi sani e di varietà resistenti, possono bastare pochi trattamenti annui, ma se la situazione sanitaria si fa grave e sfugge di mano, occorre rivolgersi a un fìtoiatra e impostare accurati programmi di intervento anche di lungo periodo.

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La frutta: cachi

Il cachi (o kaki o diospiro o loto) è un albero di origine giapponese, sconosciuto in vari Paesi, specie continentali e nordici. Da qualche decennio si è diffuso anche in Italia, specialmente in Campania e in Romagna, con veri e propri frutteti specializzati.

L’albero adulto è alquanto sviluppato, globoso (se isolato può raggiungere altezze di m 7-8 e m 5-6 di larghezza) e può produrre con facilità da kg 100 a 200 di cachi.

Nei giardini è una pianta poco “socievole”: la sua chioma folta (le foglie sono grandi, spesse, quasi coriacee, lucenti) è quasi impenetrabile alla luce e sotto non vi si possono coltivare fiori o piante che richiedono sole.

I fiori, caratteristici per la corolla verdastra a quattro lobi, si formano sui germogli dell’anno; la fioritura è relativamente tardiva (maggio) e sfugge spesso alle gelate; ma la specie, di per sé, è alquanto sensibile al freddo: minime termiche invernali oltre i —15° possono far morire non solo le gemme miste, ma intere branche e, nella Valle Padana, talvolta è capitato, gli stessi alberi.

Nei confronti del terreno la specie è, invece, poco esigente: si adatta un po’ ovunque, ma preferisce terreni sciolti, fertili, purché freschi; altrimenti, in estate, è indispensabile l’irrigazione per ottenere produzioni soddisfacenti. Teme invece i terreni argillosi e umidi, dove le piante possono andare soggette a marciume radicale.

I frutti sono grossi, pesanti, color gialloarancio, provvisti o meno di semi a seconda che si tratti di varietà a fiori femminili e maschili (di solito separati) o soltanto femminili (per esempio, cultivar “Fuyu”).

I frutti possono essere eduli fin dal momento della raccolta (da cui il termine “kaki” = mela) oppure astringenti, allappanti per il palato, e allora diventano eduli solo quando la polpa si è intenerita o, come dicono i tecnici, “ammezzita”.

Nelle cultivar a fiori femminili di solito (per esempio, cultivar “Kaki tipo”) i fiori fecondati danno frutti eduli, mentre quelli partenocarpici possono dare frutti astringenti (per esempio, cultivar “Fuji” e “Hachiya”) oppure non astringenti (“Fuyu”). E ovvio che le cultivar aventi fiori sia femminili sia maschili danno sempre frutti con semi, e quindi eduli (per esempio, cultivar “Akagaki”, “Mandarino”, ecc.).

Per un giardino, se si può piantarne un solo albero, è quindi meglio scegliere una varietà a soli fiori femminili e a frutti non astringenti, anche perché, fatto abbastanza inconsueto, i frutti partenocarpici, anche se astringenti, una volta maturi, sono nettamente superiori per qualità gustative a quelli, con semi, della stessa varietà.

Per favorire il processo di maturazione nei frutti astringenti (ricchi dì tannino) basta tenerli in un piccolo ambiente chiuso o in sacchetti di polietilene assieme a un paio di mele, i cui profumi (sostanze volatili a effetto ormonico) ne accelerano la maturazione; oppure, si possono mettere per 1-2 giorni in un congelatore (a —30°) e, dopo lo scongelamento, si possono mangiare subito.

Gli operatori commerciali utilizzano invece le celle a maturazione controllata, dove a temperature di +20-25° fanno sostare i cachi per qualche giorno in un’atmosfera arricchita di etilene (un gas che è anche un ormone della maturazione).

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Il cachi: impianto e allevamento, la potatura e le principali malattie

Impianto e allevamento

La piantagione si effettua in autunno, avendo cura di trapiantare gli alberi subito dopo l’estirpazione dal vivaio, perché altrimenti le radici potrebbero seccarsi con facilità nel Settentrione. E bene chiedere ai vivaisti, in virtù della sua elevata resistenza alle minime termiche invernali, alberi innestati su Diospyros lotus, mentre nel Sud si può utilizzare come portainnesto anche Diospyros virginiana, che però presenta l’inconveniente di generare polloni radicali (da tagliare via via che spuntano dal terreno).

L’innesto su D. lotus di solito si esegue a fine inverno (a spacco o a triangolo), a una certa altezza da terra, anche m 1, per avere un tronco più resistente al freddo; l’innesto estivo a gemma, che è il più diffuso per le più importanti specie di fruttiferi, nel cachi non si esegue a causa delle scarse probabilità di attecchimento.

Le distanze di piantagione oscillano da m 5 a 7 fra un albero e l’altro.

Le forme di allevamento più indicate sono quattro: naturale o globosa, a piramide, a vaso e a palmetta. Forma naturale È la più facile da ottenere, perché richiede solo il taglio di raccorciamento dell’astone (a cm 80-90 da terra) al momento del trapianto e qualche taglio di diradamento dei rami negli anni successivi.

La messa a frutto è abbastanza rapida: avviene verso il terzo anno; qualche frutto si può raccogliere anche al secondo anno dal trapianto. Piramide Dopo la solita spuntatura dell’astone all’altezza di circa m 1,20, occorre allevare durante il primo anno, oltre alla freccia di prolungamento del fusto (verticale), altri 3-4 germogli fra loro ben distanziati (cm 10-15 fra l’uno e l’altro).

Negli anni successivi è sufficiente procedere analogamente, finché la piramide non si presenta formata da 3-4 palchi di branche.

Vaso Abbastanza frequente, è una forma impalcata a circa cm 100-130 da terra con tre branche inclinate a 30° circa (dalla verticale) con l’aiuto di bastoncini distanziatori; su ciascuna branca primaria si allevano alcune sottobranche su cui saranno inseriti i rami fruttiferi.

Palmetta È una forma appiattita, verticale, che può essere scelta quando col cachi si vuole fare una siepe fruttifera perimetrale o si vuole accostare l’albero a un muro. Si alleva in 4 anni circa, formando tre palchi di branche oblique, posizionate su fili con un’inclinazione, rispetto all’asse verticale, di circa 50°.

La potatura

La potatura del cachi, durante l’allevamento, deve essere molto leggera, anche per contenere l’elevata vigoria delle specie e la tendenza, abbastanza marcata anche nelle piante adulte, a perdere una grande quantità di frutti durante l’estate: la “cascola” di luglioagosto, infatti, può interessare il 30-40% dei frutticini. La potatura di produzione va commisurata alle capacità produttive dell’albero: non potando, i frutti sarebbero troppi e rimarrebbero piccoli; con tagli molto energici, si corre il rischio di un’eccessiva reazione vegetativa. In genere, si pratica un buon diradamento dei rami di un anno, alcuni dei quali, se deboli, vanno anche raccorciati.

La raccolta va fatta con attenzione, perché il peduncolo è corto e legnoso e può forare gli altri frutti.

Le principali malattie

Le principali malattie del cachi sono rappresentate soprattutto dalla “muffa grigia” (botrite), che colpisce i frutti se l’estate e l’autunno decorrono piovosi o umidi, e da alcuni insetti: la mosca (una larvetta bianca che vive nel frutto maturo), pericolosa soprattutto nelle regioni calde meridionali; la sesia, una larva di lepidottero, che scava gallerie sottocorticali su branche e tronchi; e infine le cocciniglie. Contro la mosca, si possono fare trattamenti con prodotti specifici (esteri fosforici), mentre contro la sesia la lotta è molto diffìcile e con esiti piuttosto scarsi.

Nei climi molto caldi c’è anche il rischio di colpi di sole sui frutti. In tal caso, la buccia si chiazza di nero o scurisce. Inoltre, sono elevate anche le probabilità di danni da grandinate.

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La frutta: ciliegio

Esistono due specie di ciliegio da frutto: quello dal frutto dolce e quello dal frutto acido. In Italia è largamente diffusa solo la prima specie; la seconda è più frequente nei giardini o frutteti familiari che in quelli industriali. Entrambe le specie si compongono di numerose cultivar (varietà coltivate). Le ciliegie, inoltre, si classificano in

“duracine” (la maggior parte di quelle dolci), se la polpa è soda, adatte anche per ricavarne confetture, sciroppati e surgelati, e “tenerine”, se il frutto è poco consistente, liquescente, adatto solo al consumo fresco o a ricavarne sciroppi (per esempio, di amarena), distillati (per esempio, maraschino), coloranti (per esempio, mora di Vignola).

Il colore tipico delle ciliegie è il rosso, ma sono molto apprezzate anche alcune ciliegie a polpa chiara, molto soda, a buccia gialloarancio o solo parzialmente arrossata, adatte per taluni usi industriali (pasticceria o “sotto spirito”).

L’albero presenta una larga adattabilità ambientale per quanto riguarda il clima: non teme il freddo invernale e, entro certi limiti, nemmeno quello primaverile; sopporta la siccità estiva, mentre mal si adatta a terreni umidi, compatti e freddi. L’asfissia radicale lo porta facilmente a deperire e, a volte, anche alla morte precoce. Più esigente, a questo riguardo, è il ciliegio dolce, che preferisce suoli profondi, ben drenati, silicei, anche ciottolosi, con buona tolleranza per il calcare, mentre il ciliegio acido, alquanto più rustico, si adatta anche a terreni poco fertili.

Il ciliegio è di lenta messa a frutto, ma poi fiorisce abbondantemente su dardi fioriferi (o mazzetti di maggio), che continuano a produrre per molti anni, tanto che la potatura non è pratica annuale, ma, più spesso, si esegue solo ogni 2-3 anni per asportare le branche vecchie, esaurite o malate.

Nel ciliegio dolce a una fioritura abbondante non segue necessariamente un’altrettanto generosa fruttificazione per i due seguenti motivi fondamentali: 1) l’eventuale mancanza di alberi impollinatori appartenenti a cultivar interfertili; infatti, salvo eccezioni, la specie è autoincompatibile (il polline cioè feconda solo ovuli di fiori geneticamente diversi per i fattori della sterilità); 2) l’impossibilità, per i pronubi, di procedere all’impollinazione a causa, per esempio, di persistenti piogge o di maltempo in fìoritura. La pioggia è molto pericolosa anche in prossimità della maturazione, quando i frutti di molte cultivar si “spaccano” o “screpolano” facilmente, rendendo poi invendibile il prodotto che, in questi casi, viene lasciato spesso marcire o seccare sugli alberi. Non ci sono purtroppo rimedi contro queste avversità climatiche. Nel ciliegio acido le cultivar sono generalmente autofertili e quindi l’impollinazione avviene più facilmente e non occorre consociazione di più cultivar.

Gli alberi di ciliegio dolce, che sono molto più vigorosi di quelli acidi, continuano a crescere anche in età adulta e raggiungono facilmente, nei suoli freschi e fertili, i m 8-10 di altezza. Quelli acidi sviluppano in media un terzo o metà in meno.

Non esistono purtroppo portainnesti nanizzanti, ma, al di fuori del franco, cioè pianta da seme di ciliegio (molto vigoroso), sono disponibili alcuni clonali di ciliegio acido, non sempre sufficientemente affini a quello dolce (con qualche rischio, quindi, per il risultato produttivo e per la longevità degli alberi), e nuovi portainnesti, come l’inglese “Colt”, che sembra capace di ridurre la taglia dell’albero di un buon 20-30%. Vi sono anche nuove cultivar, cosiddette “compatte” o “spur”, meno sviluppate e soprattutto meno ingombranti, ottenute per mutazione gemmaria da radiazioni gamma applicate ad alcune cultivar fra le più note.

Il calendario di maturazione copre il periodo da metà maggio a metà luglio con una gamma varietale di cui l’Italia è ricchissima; nella maggior parte delle regioni, però, si tratta spesso di varietà locali.

Fra queste cultivar primeggiano le precoci e precocissime (per esempio, “Fucilette di Bari”, “Ciliegia del fiore”, “Bigarreau Moreau” e “B. Burlat”) e, soprattutto in Emilia-Romagna e Veneto, alcuni famosi duroni (“di Vignola nero I e II”, “di Cesena”, “della Marca” o “Graffiona”, “Bigarreau Napoléon”), mentre si stanno diffondendo anche ciliegie senza peduncolo (per esempio, “Vittoria”), raccoglibili per semplice scuotimento delle branche.

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Il ciliegio: l’impianto e la coltivazione

La piantagione si fa di solito in autunno, con distanze tra pianta e pianta piuttosto ampie (per esempio, m 6×5, m 7×8, ecc.). Il terreno sottostante può essere inerbito (mantenendo però falciato il prato) fin dal secondo o terzo anno, in modo da limitare la crescita dell’albero. L’apparato radicale è molto sviluppato in profondità, cosicché i terminali delle radici riescono a raggiungere l’acqua anche in caso di persistente siccità. L’irrigazione, quindi, è necessaria solo raramente.

Una buona concimazione eseguita a fine inverno, che richiede che le sostanze chimiche vengano interrate, comprende circa g 20 di solfato potassico per ogni m2 e circa il doppio di perfosfato, che può essere somministrato anche ad anni alterni. Più importante è la concimazione azotata, inizialmente limitata a g 15-20 di solfato o nitrato ammonico per ogni m2, da aumentare fino a g 30-40 oltre il quarto anno e fino a g 70 quando l’albero è adulto. È ovviamente utile anche la concimazione con letame e altri residui di allevamenti zootecnici, da farsi anche periodicamente (ogni 2-3 anni).

Anche l’eliminazione delle erbe infestanti è una pratica necessaria: operare con le zappe oppure con una eventuale somministrazione di prodotti disseccanti (dipiridilici) o di erbicidi ad azione sistemica, attivi anche contro le infestanti perenni (per esempio, glifosan).

Un pericolo incombente sulle ciliegie, in prossimità della maturazione, è rappresentato dagli uccelli, i cui danni si possono prevenire ricoprendo gli alberi con reti, con uno spaventapasseri ad allarme o con una raccolta precoce. La raccolta, però, non deve essere troppo anticipata, pena l’arresto della maturazione (si blocca la formazione degli zuccheri) o, addirittura, l’incompleto ingrossamento (i frutti, infatti, crescono in volume soprattutto negli ultimi giorni, contemporaneamente al processo di maturazione).

La raccolta è un’operazione molto delicata, perché, strappando i frutti, spesso si staccano anche i dardi che li portano oppure si lede il peduncolo nel punto di attacco del frutto, che cosi potrebbe facilmente marcire. Il frutto, invece, va raccolto afferrando il peduncolo e tirando questo perpendicolarmente all’asse del ramo portante.

La conservazione dei frutti, che è molto limitata (appena qualche giorno con l’ausilio del frigorifero), può essere migliorata previa bagnatura dei frutti appena raccolti per 15-20 minuti in acqua fredda. Le ciliegie devono quindi essere consumate rapidamente, anche se utilizzate per qualche uso di conserveria.

L’allevamento e la potatura

Il ciliegio può essere allevato liberamente (senza potature per qualche anno) oppure a vaso o, nei ceraseti industriali, a palmetta o a bandiera. Vaso Tale forma, con le branche disposte a tronco di cono capovolto, è facile da ottenere e poco impegnativa anche da mantenere: le branche sono bene illuminate anche all’interno della chioma e le ciliegie sono quindi di buona qualità. Dopo l’impianto, l’albero (astone) va tagliato a circa cm 90-100 da terra, asportando o raccorciando anche eventuali rami anticipati. È importante che le foglie delle gemme ricoprano il fusto, per evitare i pericoli di scottature alla corteccia nei periodi di forte insolazione estiva.

Durante il primo anno l’albero forma alcuni germogli, fra cui, già durante l’estate e se sono vigorosi, si possono scegliere i 3-4 migliori, sterzati di 120° e fra loro distanti cm 10-20, in modo da formare le tre future branche primarie. Gli altri si cimano o vanno asportati o sottoposti a torsione, per evitare che siano concorrenziali. A fine inverno, controllare lo sviluppo complessivo e l’angolazione dei rami scelti. Se sono troppo eretti o verticali, qualcuno preferisce asportarli e allevare, al secondo anno, i germogli che si formeranno sicuramente con un angolo d’inserzione molto più aperto (e quindi strutturalmente più solidi).

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Il ciliegio: dopo il secondo anno e problemi sanitari

Dopo il secondo anno

Durante il secondo anno (in maggiogiugno) i rami possono essere legati a canne o tiranti, in modo da far loro assumere una corretta inclinazione (almeno 30-35° rispetto all’asse verticale). Se è necessario, fare anche qualche intervento di potatura verde, come al primo anno.

Alla fine del secondo anno, durante il periodo di riposo invernale, i rami di prolungamento delle branche (3 o 4) devono essere lasciati intatti se sotto di essi le branche hanno già formato uno o più rami atti a costituire il primo ordine di branche secondarie; in loro assenza è invece bene reciderli tutti a circa m 1,20-1,40 dal suolo per favorire, durante il terzo anno, l’emissione dei germogli nella posizione voluta. Il taglio è da farsi al di sopra di una gemma esterna per evitare che la branca cresca a zigzag.

Durante il terzo anno (sempre all’inizio dell’estate), bisogna nuovamente fare una o due operazioni di potatura verde per mantenere equilibrati i rapporti di crescita fra branche primarie e secondarie, asportando eventuali germogli soprannumerari o fortemente competitivi. Alla fine del terzo anno, l’albero dovrebbe avere formato anche il secondo palco di branche secondarie, a distanza di circa cm 80-90 dalle prime e orientate, ovviamente, in posizione opposta.

Successivamente, tra il quarto e il sesto anno, la struttura scheletrica deve essere completata con altri due ordini di branche secondarie che, in totale, saranno 4 per ciascuna branca primaria. Per ottenere tali branche vale il principio già esposto: se i rami apicali delle branche sono lunghi non più di cm 80-100, non occorre raccorciarli; se invece sono più lunghi e sono privi di rami sottostanti nella posizione desiderata, allora vanno raccorciati all’altezza in cui si desidera ottenere branche secondarie.

Altro accorgimento da ricordare è che le branche secondarie vanno disposte in posizione molto aperta od orizzontale (e alternate), mediante tiranti o legacci, per disporle meglio a frutto ed evitare che acquisiscano eccessiva vigoria: devono servire da supporto per i dardi fioriferi e pertanto eventuali rami verticali su di esse insorti vanno asportati.

Palmetta Tale forma si basa sull’allevamento secondo un unico piano di un albero ad asse centrale con 3-4 palchi di branche sovrapposte e ottenute, se tutto procede bene, in 4-5 anni.

All’impianto, tagliare l’astone a circa cm 80-90 e poi, oltre alla freccia apicale, allevare una coppia di branche al primo anno, una seconda al successivo e cosi via, purché l’accrescimento dell’asse verticale del fusto superi ogni anno i cm 80-100.

Ogni anno, è buona norma raccorciare la freccia a tale distanza dal palco precedente, per avere la formazione di almeno due germogli opposti e distanziati, fra loro, di cm 10-20, atti a costituire le future branche.

L’allevamento a palmetta è più semplice di quello a vaso e non richiede la costituzione di branche secondarie, ma di corti supporti o branchette fruttifere laterali. Le branche primarie devono assumere, rispetto alla verticale, un’inclinazione di 45-55°, ottenuta legando le branche fra loro (se si intersecano) o ai fili orizzontali messi in numero di 3-4 per albero (uno per ogni palco).

La potatura di allevamento del ciliegio acido differisce da quella del ciliegio dolce solo per il fatto che è più facile, in quanto naturalmente si formano anche rami anticipati, che evitano la- necessità dei tagli di raccorciamento della freccia o delle branche. Inoltre, in molte cultivar i rami sono esili e lunghi e si piegano facilmente e senza necessità di interventi cesori. In questi casi, però, è utile un palo verticale che sorregga l’asse centrale (se si tratta di palmetta o fuso piramidale) o tenga in equilibrio, con una serie di tiranti, le branche primarie della forma a vaso.

La potatura di fruttificazione è più necessaria nel ciliegio acido che in quello dolce, in quanto fruttificando il primo anche sui rami misti (come il pesco), richiede un costante rinnovamento della vegetazione; la potatura deve essere quindi annuale. Nel ciliegio dolce si fa invece periodicamente (ogni 2-3 anni) e, specie se la zona è umida, è bene potare in estate, dopo la raccolta, per evitare Tinsediamento di patogeni o casi palesi di gommosi.

Forma libera Per quanto riguarda la forma libera, cioè naturale, non vi sono specifiche indicazioni per la potatura, che deve essere ridotta al minimo o addirittura evitata. L’albero crescerà presumibilmente di più in altezza e come volume complessivo della chioma, ma si metterà anche a frutto più precocemente. Se l’albero è isolato, la forma naturale è anche la più indicata per l’inserimento in un giardinofrutteto che abbia pretese estetiche. Tuttavia, dopo qualche anno, se l’albero è troppo diffìcile da governare (per esempio, la chioma è troppo spostata in alto), è necessario qualche taglio di riforma.

Problemi sanitari

Le malattie più temibili per le ciliegie sono la moniliosi (un fungo) e il cancro batterico. Ma assai più pericolosi per le ciliegie a maturazione mediotardiva sono gli attacchi della mosca mentre, ai fini del deperimento degl: alberi, lo sono quelli di alcune cocciniglie e degli afidi.

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La frutta: cotogno e il fico

Il cotogno è una pianta da frutto poco ingombrante, che cresce quasi sempre bene in ogni giardino, anche in luoghi umidi. Teme solo i terreni calcarei, dove le foglie ingialliscono e la fruttificazione diviene stentata. Non teme, di solito, né i freddi invernali né le gelate primaverili, dato che fiorisce tardi (in maggio). La fioritura tardiva è legata al fatto che avviene non direttamente sui rami misti, ma sui germogli neoformati da gemme apicali di corti rametti, detti brindilli.

I fiori hanno una grande corolla biancorosea e i frutti, che maturano nel tardo autunno, somigliano vagamente a mele o pere, tanto che sono denominati anche melecotogne (se grossi, un po’ costoluti e schiacciati ai poli, con polpa dura e sclerotica) oppure perecotogne (se un po’ affusolati verso il peduncolo e con polpa meno dura, di migliore qualità), come nella varietà “Gigante di Urania”, sebbene si distinguano da entrambi anche per la buccia tomentosa (una peluria o lanuggine che scompare con la piena maturazione) e per il caratteristico aroma. Verso la maturazione, i frutti virano dal verde al giallo e possono rimanere sull’albero anche dopo la caduta delle foglie. Si raccolgono quindi molto tardi e sono utilizzati esclusivamente per la preparazione delle cotognate, ottime confetture e marmellate, in mescolanza con altra frutta, data l’elevata consistenza della polpa, non edule per il consumo fresco, che si avverte anche dopo una lunga cottura. La tabella elenca le varietà più produttive.

Le cotogne, una volta raccolte, possono essere conservate a lungo anche fuori dal frigorifero, ma lontane da altra frutta, perché trasmettono in parte il loro profumo pungente, fra cui sostanze volatili (tipo etilene) che accelerano l’altrui maturazione.

I cotogni si piantano sia come astoni di un anno d’innesto sia come alberi già impalcati, di 2-4 anni di età. Per l’allevamento o si impalca l’albero su 3-4 branche a cm 80-100 da terra (per ricavarne una forma a vaso) oppure, meglio, si lascia crescere in modo dominante l’asse centrale del tronco, eretto seppure un po’ a zigzag, su cui si allevano irregolarmente numerose branche (forma a fuso, naturale, o cespugliosa).

Sul cotogno la potatura non è molto importante. Esso infatti, una volta entrato in produzione, sopporta anche tagli di raccorciamento dei rami, sconsigliabili invece durante la fase di allevamento, quando è meglio fare solo tagli di diradamento, per asportare i rami in soprannumero.

Fico

Il fico è un tipico albero da frutto mediterraneo, rustico, di facile adattamento ambientale, da secoli coltivato nell’Italia meridionale e insulare. Nell’Italia settentrionale si trova quasi costantemente nelle aie delle case coloniche, nei giardini delle case padronali e negli orti e frutteti del suburbio come albero ombreggiante (spesso a fianco del noce) o, talvolta, accostato ai muri di palazzi cittadini.

Teme solo il freddo invernale e, quando le minime termiche vanno oltre i —15°, ci si può aspettare danni gravi a rami, branche e tronco; anzi, a volte, come nella Valle Padana, può sopravvenire anche la morte dell’albero, che di solito però si rigenera con il riscoppio di vegetazione dalla base dell’albero o con i cosiddetti “polloni radicali”.

Il fico, che tollera la siccità estiva grazie alle radici molto profonde e a una limitata traspirazione fogliare, preferisce ambienti dai mesi estivi e autunnali molto caldi e con poca umidità: la pioggia, infatti, fa screpolare il frutto e, addirittura, lo fa facilmente marcire sull’albero.

Per quanto riguarda il terreno, si adatta ovunque, anche in quelli più ingrati, ciottolosi, calcarei (dove è anche spontaneo), purché non eccessivamente umidi.

Caratteristica è la fruttificazione, che si realizza in due tempi, giugno e agostosettembre; inoltre, molte varietà sono provviste di sole infiorescenze femminili che si avvalgono, per la fecondazione, del polline del caprifico o fico selvatico.

I primi frutti, che maturano all’inizio dell’estate, si chiamano “fioroni” (e sono dell’anno precedente); gli altri, “fichi veri”. Specialmente nell’Italia settentrionale, alcune varietà non producono fioroni, ma solo fichi, da agosto in poi.

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Il fico: le varietà coltivate, la potatura e la fruttificazione

Le varietà coltivate

Esistono fondamentalmente due gruppi varietali a frutto edule, cioè commestibile: quelli a frutto bianco (in realtà, con buccia verdegiallo chiaro) e quelli a frutto nero (in realtà, con buccia rosso scura o violacea).

Ogni regione, poi, ha proprie varietà o meglio popolazioni varietali propagate dagli stessi agricoltori senza selezione clonale; il miglioramento genetico del fico, infatti, almeno in Italia, è stato finora quasi inesistente e le varietà sono quindi coltivate in genere da vecchia data. Ne ricordiamo alcune fra quelle che danno una sola produzione annua: “Brogiotto bianco”, “Brogiotto nero”, “Verdino”. Fra quelle a due produzioni, invece, sono note soprattutto “Dottato”, “Albo”, “S. Piero”, “Nerello”. Altre cultivar note sono “Fico dalla goccia” e “Mattalo”.

È bene ricordare che nell’Italia meridionale varie cultivar (“Smirne”, “S. Piero”, “Gentile”, “Portoghese”, ecc.) fruttificano solo se si pratica la caprificazione, cioè se in giugno si favorisce l’impollinazione appendendo negli alberi di tali varietà dei rami con i profichi o fioroni del caprifico (fico selvatico, non edule), entro i quali sono gli insetti (blastofaghe) incaricati di svolgere l’impollinazione anche sui fichi domestici (le infiorescenze femminili si trovano infatti all’interno del grande ricettacolo, detto siconio, che diventerà il frutto).

I fichi si possono propagare per seme, ma le piante che si ottengono sono diverse dai genitori; per propagare le varietà si deve ovviamente ricorrere a metodi di propagazione vegetativa, che peraltro sono molto facili da attuare; fra questi, si ricorda l’uso delle talee di ramo, da piantare solo durante il riposo vegetativo (per esempio, a fine autunno), oppure dei polloni radicali, della propaggine o dello stesso innesto.

Di solito, gli alberi si piantano in autunno o preferibilmente a fine inverno entro buchette relativamente profonde, drenate sul fondo con ciottoli, tubi forati, ecc., mescolando al terreno concime organico (kg 1 o anche di più) o letame e un po’ di perfosfato (circa g 250 per buca).

L’albero a dimora deve essere tagliato all’altezza cui si vuole ottenere l’impalcatura scheletrica. Lo spazio assegnato a un albero deve essere proporzionato allo sviluppo della chioma, che può raggiungere anche m 8-10 in altezza e un po’ meno in diametro.

Il fico, negli ambienti meridionali o in quelli settentrionali riparati da muri, può essere allevato a “forma naturale” con tronco alto, a “vaso” con tronco basso o a “cespuglio”, costituito da una serie di 2-3 tronchi che si diramano (come se fosse una ceppaia) obliquamente, a raggiera, in modo abbastanza ingombrante, ma, essendo la chioma cespugliosa, facilmente raggiungibile da terra per la raccolta dei frutti. Questa forma, se accostata al muro, può essere trasformata in un ventaglio di branche o in una palmetta. In conclusione, il fico può essere allevato in tanti modi, anche se spesso prevale la forma naturale, che non richiede interventi.

La potatura d’allevamento consiste in pochissimi tagli, meglio se estivj, con finalità correttive della formazione scheletrica. Per esempio, asportazione dei germogli superflui; cimatura di quelli da cui si vogliono ottenere rami laterali; piegatura dei rami cui si vuol dare una giusta inclinazione attraverso legature, tiranti, canne e distanziatori, specialmente nel caso in cui si vogliono formare una spalliera o una palmetta affiancata a muri.

La potatura e la fruttificazione

La potatura di fruttificazione si fa di rado: quando ci sono rami o branche secche, oppure per sfoltire la chioma troppo fitta o da ristrutturare.

I frutti si formano all’ascella delle foglie dei nuovi germogli e la raccolta può essere fatta quasi ogni giorno, via via che avviene la maturazione. I frutti maturi si riconoscono non solo per le relativamente maggiori dimensioni, ma per il loro colore più marcato (per esempio, verde ambrato o rossoviolaceo), per qualche iniziale screpolatura e soprattutto per l’intenerimento che si avverte al tatto.

I fichi maturi e non raccolti si deteriorano perché sono preda di uccelli, api e altri insetti, che se ne cibano attratti dalla polpa zuccherina.

La raccolta si fa a strappo, tenendo però ben serrato il peduncolo e il collo fra due dita, per evitare il sollevamento della buccia. I fichi si conservano male e bisogna ricorrere all’essiccazione, da farsi stendendoli al sole e in ambienti molto caldi.

Circa le malattie, il fico può essere colpito da marciume al colletto o radicale in terreni umidi (nel qual caso non vi sono praticamente metodi di cura) e, per quanto riguarda gli insetti, attaccato da cocciniglie, mosche e, talvolta, da tignole varie.

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La frutta: fragola

Le fragole coltivate sono a frutto grosso (in media da g 5 a 30), da cui la ormai scomparsa denominazione di “fragoloni” per distinguerle dalle fragole spontanee di bosco, piccole, appuntite, rosse, profumatissime, molto costose a prodursi, un tempo diffuse ovunque e ora confinate in qualche orto suburbano per la delizia degli amatori o di palati estremamente raffinati (oltre che poco allergici).

Altra distinzione è quella tra: a) “unifere”, cioè che fruttificano una sola volta all’anno, in primavera, sia pure scalarmente, e che rappresentano la quasi totalità delle fragole coltivate; b) “bifere”, che, almeno in certe zone climaticamente idonee, fruttificano in due tempi (primavera e inizio autunno, come la cultivar “Redgauntlet”); c) “rifiorenti”, che, fiorendo per vari mesi e fruttificando dalla primavera all’autunno, sono adatte per giardini e per essere allevate su sostegni verticali come se fossero piante rampicanti. Le fragole rifiorenti in genere non vengono coltivate in pieno campo, perché sono troppo costose a causa delle frequenti e onerose raccolte, anche se sono ben accette sul mercato in certi periodi dell’anno (luglioagostosettembre), in cui non c’è più produzione; i loro frutti, inoltre, non sono sufficientemente grossi e di elevata qualità.

Per una famiglia media occorrono all’incirca da 20 a 50 piante di fragola, ognuna delle quali può produrre da g 200 a 500 di frutti.

La fragola cresce e fruttifica bene un po’ dovunque: si adatta al clima della bassa Padana come a quello delle Prealpi cuneesi, ma prospera soprattutto al Sud, dove il lungo periodo vegetativo, l’intensità radiante della luce, le elevate temperature estive, purché si scelgano varietà adatte, ne aumentano enormemente la potenzialità produttiva, che può persino raddoppiare, oltre che distribuirsi in un calendario di raccolta di 3-4 mesi (da marzoaprile a giugno).

Assai più limitativo è invece il discorso relativo ai terreni idonei a ospitare la fragola. Essi devono essere fertili e freschi, ricchi di sostanza organica, meglio se leggeri, soffici, subacidi o acidi, ben drenati. La fragola teme infatti l’alcalinità, il calcare, che fa ingiallire le foglie, e l’umidità persistente, che predispone le piante a varie malattie fungine, in particolare a quelle dell’apparato radicale, al “collasso” dell’apparato fogliare (durante la maturazione dei frutti) e al marciume dei frutti.

L’altro grosso problema colturale è rappresentato quindi dagli aspetti sanitari che anzi, nei fragoleti di campo, costituiscono oggi il principale fattore limitativo della coltura e del reddito che essa può offrire.

È molto importante, quindi, cautelarsi in sede di acquisto delle piantine, che dovrebbero essere garantite esenti da virus, da nematodi (o anguillule), da funghi, da batteri.

Altra scelta importante riguarda la durata delle piantine che, virtualmente, sono perenni, ma in pratica non conviene mantenerle in essere per più di 2-3 anni. Anzi, nei fragoleti industriali la coltura è meno che annuale, in quanto (a piantagione si fa in luglioagosto e si estirpa a fine raccolta (nel giugno dell’anno successivo). Col passare degli anni le piantine diminuiscqno la capacità produttiva e spesso contraggono malattie.

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La fragola: la moltiplicazione e la piantagione

La pianta di fragola ha un’altra prerogativa: forma un cespo di alcuni germogli che portano infiorescenze erette ripartite su diversi assi, dall’aspetto di grappoli penduli a maturazione dei frutti; verso la fine del ciclo riproduttivo (cioè quando i frutti sono ormai maturi), la pianta comincia a formare stoloni, cioè germogli che si irradiano lateralmente, a mo’ di filamenti. Ognuno di questi è costituito da numerosi stoloni, uno ogni due nodi. Man mano che gli stoloni emettono le radici, formano altrettante piantine figlie, potenzialmente autonome dalla pianta madre. Questi stoloni vanno subito eliminati se le piante devono restare per fruttificare nell’anno successivo e vanno invece allevati, curati e successivamente tagliati dalla pianta madre e trapiantati in un altro sito, se ci si vuole autoapprovvigionare delle nuove piantine. È ovvio che questo sistema, anche se è di personale soddisfazione per il giardiniere, non è tecnicamente razionale a causa del rischio di propagare materiale malato e anche perché le piantine dovrebbero essere prodotte in appositi campi di moltiplicazione sotto controllo sanitario, senza l’interferenza della fase di fruttificazione. Anzi, i vivaisti, per maggiore garanzia sanitaria e per rendere più rapida la fase di propagazione, si stanno orientando verso piantine ottenute “in vitro” da apici meristematici, moltiplicate prima in ambiente asettico, poi ambientate in serra e, infine, “stolonizzate” in vivaio.

Le fragole rifiorenti stolonizzano molto meno perché la fase riproduttiva si prolunga per tutta l’estate e, quindi, a questo riguardo sono più facili da coltivare per il frutto e più costose per il vivaista (che vuole produrre solo stoloni).

Se non si è in grado di innaffiare quotidianamente le piantine, è bene evitare di fare il trapianto in piena estate e rinviarlo invece all’inizio dell’autunno, non appena il terreno è abbastanza fresco per le sopravvenute piogge, affinato e soffice. Laddove l’autunno è molto piovoso o l’inverno molto freddo, conviene invece rinviare il trapianto a primavera.

In particolare, le fragole rifiorenti è bene che siano sempre piantate a fine inverno o in aprile. Bisogna preparare accuratamente il terreno con lavorazioni ripetute finché non è divenuto fine, friabile, privo di zolle e di residui di erbe. Le radici, che sono molto superficiali, devono infatti aderire perfettamente al terreno.

Il terreno per la fragola va quindi lavorato almeno alcune settimane (meglio 1-2 mesi) prima del trapianto, interrando con la vangatura anche letame (circa un secchio per ogni m2) oppure altro concime organico (per esempio, g 200 di pollina secca mescolata a kg 1-2 di torba per ogni m2, aggiungendo anche g 50-100 di zolfo, se il terreno necessita di un correttivo acidificante). Come concimi minerali si consigliano (sempre prima dell’impianto) g 100 di perfosfato, g 150-200 di solfato potassico e non più di g 50-100 di solfato ammonico per ogni m2. I concimi azotati, se è necessario, si possono distribuire anche successivamente.

Le piantine si piantano col cavicchio o scavando fossette profonde circa cm 15, previa baulatura del terreno, rialzando cioè arginelli di cm 15-20 di altezza per fare in modo che la piantina abbia il colletto rialzato e l’apparato radicale non venga a contatto di ristagni idrici. La distanza fra le piante deve essere di almeno cm 30 e quella tra le file di circa cm 80-90 (le file possono essere abbinate con distanza di circa cm 40 tra loro e di cm 100 fra le doppie file).

Per evitare la crescita di erbe infestanti, più che l’uso di diserbanti è consigliabile ricoprire il terreno con fogli di plastica nera prima dell’impianto, da forare con tagli a croce nei punti dove si collocano le piantine.

Per favorire l’attecchimento, se le piante sono state fuori terra per qualche gior/io, è bene immergere l’apparato radicale in acqua per 1-2 ore, ripulirlo, pareggiarlo con le forbici ed eliminare le foglie vecchie. Se la piantagione è estiva, si può far uso di piantine del precedente anno, conservate per alcuni mesi in frigorifero e già private delle foglie al momento della estirpazione dal vivaio (cioè in inverno).

Evitare che l’apparato radicale venga arrotolato o ripiegato in alto e fare in modo che il colletto, a terreno sistemato, rimanga a livello del terreno – quindi né troppo profondo, né troppo superficiale – perché poi potrebbe disseccare. Infine, pressare bene il terreno vicino alle radici.

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La fragola: la copertura e le cure colturali

La copertura

Di grande soddisfazione, per l’anticipo di maturazione che favorisce, è l’uso di coperture con fogli di plastica trasparente di cloruro di polivinile (PVC) o polietilene (PE), da sistemare, con strutture in legno o metalliche, a forma di tunnel sopra le file delle piantine di fragola.

Tale copertura va attuata a partire dalla fine di gennaio o dall’inizio di febbraio e controllata poi quotidianamente nelle giornate soleggiate, per dare aria ed evitare che si formi all’interno troppa umidità per traspirazione fogliare e condensazione alle pareti della plastica, che favorirebbe gli attacchi fungini e potrebbe impedire la regolare fecondazione dei fiori. Comunque, c’è sempre il rischio di danni da gelo durante la fioritura(marzoaprile).In quanto il tunnel può non riparare sufficientemente le piantine, le quali corrono il rischio di dare frutti deformi o di perdere i primi fiori.

La raccolta va eseguita con pazienza, spezzando i peduncoli, in modo da non lesionare i frutti e non strappare il calice. I primi frutti sono molto grossi – e la raccolta è facile – ma in seguito la loro pezzatura si riduce (come anche la quantità), per cui oltre un certo momento non conviene più, in termini economici, continuare la raccolta. Questa dura, per una stessa cultivar, circa 20 giorni al Nord e da 2 a 4 mesi al Sud. Le fragole sotto tunnel producono in genere più di quelle all’aperto, ma sono anche più esposte a malattie e risultano anche molto costose, date le strutture da installare e le attente cure che il tunnel richiede.

A fine raccolta, negli impianti poliennali, bisogna ripulire il fragoleto di tutti i residui organici, vangare le corsie interfila, eliminare gli stoloni, irrigare periodicamente ed effettuare una nuova concimazione. Falciare le foglie e aspettare 1 o 2 mesi affinché si riformino, irrigando, se è necessario, in tempo utile per far differenziare le gemme a settembre.

Quando si vogliono prelevare stoloni, bisogna prima individuare le piante migliori e scegliere alcuni stoloni per pianta, avendo cura di farli radicare in vasetti di torba mescolata a terriccio, in ciascuno dei quali va appoggiato un germoglietto con una forcella in modo da favorire la radicazione, che avviene in 3-4 settimane. Cosi sarà facile trasferire le piantine figlie senza far subire loro la crisi di trapianto, perché possono essere piantate con la loro zolletta. Anche i vasetti devono essere irrigati.

Cure colturali

Dopo il trapianto, bisogna assecondare razionalmente il fabbisogno idrico delle piantine, dipendente dalla traspirazione dell’apparato fogliare, tanto più accentuata quanto maggiore è il numero delle foglie presenti. Se l’impianto è estivo, occorre disporre di un piccolo impianto irriguo ad aspersione, da attivare anche più volte al giorno, per un periodo di almeno 10-15 giorni. Se l’impianto è primaverile, quando e quanto irrigare dipende dall’andamento stagionale, cioè dalla piovosità.

Poi, l’acqua è necessaria in maggio (al Sud, già in aprile) nel periodo intercorrente tra la fioritura e la raccolta (circa 30-40 giorni) e anche in seguito, sia pure a tempi molto più distanziati se l’impianto è poliennale. L’irrigazione primaverileestiva è bene che non sia fatta a pioggia ma per scorrimento superficiale in solchetti o con manichette o tubi forati, per evitare di bagnare i frutti e di predisporli quindi agli attacchi di un fungo, la botrite. All’acqua si possono associare concimi complessi solubili, in modo che l’irrigazione sia anche fertilizzante.

Se l’impianto è estivo, bisogna eliminare gli stoloni formatisi in autunno (sottraggono energia alla pianta). Al Nord, se non si dispone di un tunnel, è bene asportare anche i fiori autunnali, perché i frutti non riuscirebbero a maturare prima dell’inverno se non in minima quantità.

In primavera, laddove il terreno non sia stato coperto con plastica, si può fare una pacciamatura preraccolta con pula o paglia, al fine di impedire che i frutti si adagino a terra e si imbrattino di fango. Se ci fosse tempo, si potrebbe anche, in alternativa, sorreggere i grappoli di frutti con ferretti o picchetti, cui legare i lunghi assi peduncolari. dire la regolare fecondazione dei fiori. Comunque, c’è sempre il rischio di danni da gelo durante la fioritura (marzoaprile), in quanto il tunnel può non riparare sufficientemente le piantine, le quali corrono il rischio di dare frutti deformi o di perdere i primi fiori.

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La frutta: giuggiolo

Il giuggiolo è un alberello caratteristico, antichissimo, di origine cinese, spogliante, spinescente, a portamento piramidale, con legno duro e contorto, di lento accrescimento. I rami laterali, e le branche che ne derivano, sono esili, si dirigono orizzontalmente, a zigzag, e, col tempo, divengono un po’ penduli.

Non esistono frutteti di giuggiolo, ma solo piante sparse in orti e giardini. La pianta non ha particolari esigenze di clima e di terreno, che può essere anche acido, sassoso, povero.

Le foglie sono alterne, piccole, lucenti. Il risveglio primaverile è tardivo, come pure la successiva fioritura (maggiogiugno): non vi sono quindi pericoli per danni da gelate tardive. I fiori sono piccoli, verdini, con corolla quasi invisibile, portati da germogli che, nel successivo autunno, dopo la fruttificazione, si autoelidono, per cui l’accrescimento effettivo dei rami portanti, nell’annata, è limitato.

I frutti, ellissoidali, ovali o anche rotondi, a seconda delle varietà, che sono numerose anche se conosciute solo localmente, possono essere paragonati a una grossa oliva, e come questa hanno un nocciolo legnoso, ingombrante, rivestito di una polpa carnosa, verdina, che intenerisce a maturità, divenendo dolceacidula e quindi gradevole al palato, sebbene a qualcuno riesca un po’ indigesta (se ne abusa). I frutti sono adatti anche per utilizzazioni di cucina (marmellate, ecc.); essiccati, somigliano ai datteri, dei quali però sono meno dolci.

La maturazione è tardiva (ottobrenovembre) e i frutti rimangono a lungo sull’albero, cominciando ad appassire, senza cadere. La raccolta è alquanto onerosa, tenuto conto delle piccole dimensioni dei frutti e anche perché occorre fare attenzione alle spine dei rami, lunghe e pungenti.

Le piante si allevano a fuso, a piramide o, meglio ancora, a “colonna”, assumendo cosi una forma elegante e slanciata che sottrae poco spazio alle altre piante consociate. In questo caso, è bene, nelle regioni settentrionali, e pur non temendo esse il freddo, piantarle vicino a muri (servono, per esempio, a valorizzare angoli e rientranze), su cui vanno collocati sostegni chiodati o legature, per evitare che il fusto e le branche si incurvino o si spezzino durante i temporali o sotto il peso della neve.

La fase di allevamento è molto lunga (8-10 anni) e durante tale periodo si fanno pochissimi tagli, che si limitano ad asportare o a raccorciare rami o branche superflui o espansi lateralmente al di fuori dello spazio assegnato all’albero.

In terreni fertili, il giuggiolo raggiunge altezze piuttosto elevate, fino a m 6-7, per cui se ne dovrebbe tener conto anche nel calcolo della distanza fra le piante, che però, in virtù della forma colonnare, può essere ridotta a soli m 2-3.

Le giuggiole coltivate sono autofertili, per cui non necessitano alberi impollinatori e questo consente di allevare anche un solo albero isolato per ottenere la fruttificazione.

La propagazione si fa in vari modi (forse gli stessi dell’epoca romana): per seme, per pollone radicale o, come si dovrebbe, per innesto (invernale) “a spacco” dei tronchetti, oppure a gemma, in estate. I vivai dove si producono piante di giuggiolo sono soprattutto in Toscana; altrove non sempre si trovano.

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La frutta: lampone

Tipico arbusto cespuglioso, pollonifero, a rami biennali, spontaneo del sottobosco, il lampone è coltivato nei giardini e in qualche frutteto di Veneto, Piemonte e Trentino. I frutti sono more piccole o medie, color rosso vivo o raramente nero, delicatamente profumate, gustose, adatte per il consumo diretto, fresche o surgelate, o per ricavarne marmellate e succhi.

I lamponi, come le fragole, possono essere “uniferi” (in genere quelli coltivati) o “rifiorenti”. Nei primi, diffusi in Italia, la pianta si rinnova annualmente mediante polloni radicali e rami che fruttificano nell’estate successiva (giugnoluglio) e poi si seccano, non senza avere provveduto a formare nuovi rami o polloni di sostituzione.

Nei lamponi “rifiorenti”, assai meno produttivi e adatti solo per amatori, la fruttificazione avviene tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno su germogli dell’anno che non muoiono, ma sopravvivono fino all’anno successivo, per fruttificare una seconda volta all’inizio dell’estate.

L’ambiente adatto al lampone coltivato non è quello della specie spontanea, che si ritrova in terreni poveri e nella penombra di boschi e a elevate altitudini (nell’Appennino anche oltre i m 1.000); le varietà di lampone a frutto grosso, infatti, si adattano bene alla pianura come alla collina e alla montagna sotto i m 1.000, purché in piena luce.

Sono invece alquanto esigenti nei confronti del terreno, che deve essere umifero, fresco, sciolto, permeabile, comunque poco compatto e acido o subacido.

Non sono adatti quindi i terreni argillosi, compatti, alcalini e calcarei, a meno che non vengano corretti ed emendati con forti letamazioni o torba e zolfo.

Il lampone, che non ha tronco o branche, ha però un apparato radicale perenne, da cui ogni anno si formano, con dovizia e oltre i limiti di spazio assegnato, numerosi polloni, detti “radicali” perché derivano dalle radici, alti da m 1 a 2,50.

Nell’anno successivo questi rami, provvisti di piccoli aculei assenti in alcune varietà, fioriscono in maggio con notevole scalarità. La maturazione segue a distanza di 40-50 giorni a partire dalla seconda o terza decade di giugno (nelle varietà più precoci) fino a luglio e anche oltre (in montagna). Siccome tutte le varietà sono autofertili, non c’è bisogno di impollinazione incrociata.

Il frutto, come le more di rovo, è costituito da un agglomerato di drupeole poste intorno a un ricettacolo conico che, alla raccolta, rimane attaccato al ramo. I frutti, quindi, presentano una cavità, che è una delle cause della loro ridotta serbevolezza, perché facilmente deperibili, tenuto conto anche della inconsistenza della polpa.

Le more di lampone si differenziano da quelle di rovo prima di tutto per il ricettacolo, che in quelle di rovo tende a seguire il frutto al distacco, poi per il colore (quasi nero nel rovo e rosso vivo nel lampone), infine per i semi, piccolissimi nel lampone e, invece, abbastanza evidenti e fastidiosi alla masticazione nelle more di rovo.

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Il lampone: impianto e cure colturali e problemi sanitari

Impianto e cure colturali

Il lampone non ha problemi di propagazione, radicando con estrema facilità e dando origine a numerosi polloni, ognuno dei quali è, potenzialmente, una nuova piantina; quindi, non c’è bisogno d’innesto. Le piante autoradicate, ottenute anche per talee legnose o erbacee, devono però offrire anche sufficienti garanzie di sanità (specie per quanto riguarda l’assenza di virosi). Si trapiantano in autunno, subito dopo la caduta delle foglie, in luogo soleggiato, possibilmente non esposto a gelate primaverili o venti freddi (se in zona collinaremontana).

Per una famiglia media occorrono da 10 a 20 piantine, disposte in fila (se si deve delimitare un bordo di giardino) o in circolo (se si vuole fare una macchia cespugliosa) a una distanza di cm 40-70 l’una dall’altra. Se vi sono più file, tra queste occorre una distanza di m 1,80 circa. Non occorre preoccuparsi della distanza perché, dopo un paio di anni, si saranno formati tanti polloni da rendere indispensabile un loro drastico diradamento, con tagli di asportazione alla base, se non si vuole avere una siepe o un boschetto fìtto dove la fruttificazione diverrebbe scadente.

Le piantine vengono poste a dimora in buchette o in fossette (se l’impianto è a file) larghe circa cm 50-60 e profonde cm 20-25. In fondo alla fossa andrebbero posti letame ben maturo e poi terreno fine arricchito di perfosfato (g 35 per ogni m2) e un po’ meno di solfato potassico.

La piantina va poi raccorciata a cm 15-20-30 da terra, lasciando cioè poche gemme, al fine di evitare che si abbia una parziale fruttificazione fin dall’anno di impianto (le gemme fiorifere sono infatti nei tratti mediani e distali dei rami).

Se non si è in grado di farla in autunno, la piantagione può essere rinviata all’anno successivo, in marzo.

L’impianto può presumibilmente avere una durata di almeno 10-12 anni e per mantenerlo ben efficiente ogni anno, oltre a una corretta potatura, occorre una buona concimazione a base di concimi azotati (circa g 60-70 per ogni m2 di solfato ammonico o 30 di urea), perfosfato (g 20-30 per m2) e solfato potassico (g 30-35 per m2). Ogni 2-3 anni occorre anche una buona letamazione (circa kg 2-3 per m2), da interrare con una leggera lavorazione del suolo. Dato che l’apparato radicale è molto superficiale, in primavera sarebbe bene anche ricoprire il terreno con una pacciamatura di paglia, torba o letame; va bene anche l’erba di rasatura del prato, che mantiene il terreno fresco, limitando l’evaporazione e ritardando l’epoca in cui cominciare l’irrigazione, che, in caso di siccità, è comunque necessaria, anche dopo la raccolta. Per non danneggiare le radici è bene non lavorare il terreno in primavera o in estate. Se vi sono erbe infestanti, tagliarle insieme ai polloni sorti “fuori bordo”.

Allevamento Al primo anno si allevano tutti i germogli e alla fine dell’anno (in inverno) si lasciano solo

2-3 rami, mentre si eliminano gli altri deboli o sottili; al secondo anno se ne potranno lasciare 5-6 o anche più. I rami fruttiferi sono eretti, ma, siccome col peso dei frutti e col vento possono curvarsi e creare problemi vari, è necessario predisporre un’impalcatura di sostegno. Essa di solito consiste in una doppia guida di fili di ferro zincato sovrapposti (a cm 90 e 150-170 da terra), collegati, alle estremità del filare, a pali di legno o di cemento, piantati nel suolo per circa cm 60 e alti, fuori terra, cm 200-250. Meglio ancora sarebbe porre due fili laterali, ciascuno a cm 30-40 dall’asse del filare e a cm 120 dal suolo, per impedire l’incurvamento dei rami. In tal modo, la vegetazione delle spalliere risulterebbe delimitata anche nell’ingombro.

Potatura La potatura, se la varietà non è rifiorente, si esegue in piena estate, subito dopo la raccolta. È facile: si tagliano raso terra tutti i rami che hanno fruttificato. Se i germogli sono troppi, si eliminano i più deboli.

Una seconda potatura deve essere effettuata in inverno, entro febbraio, per raccorciare i rami dell’anno a un’altezza di poco superiore al secondo filo di ferro, cui dovrebbero essere legati. Nei terreni meno fertili i nuovi rami sono di lunghezza inferiore e allora conviene tagliarli al di sopra del primo filo.

Nelle varietà rifiorenti (per esempio, “Zeva”), i rami che hanno fruttificato devono essere invece asportati in inverno, perché la produzione arriva fino all’autunno. È consigliabile tagliarli tutti a cm 10 dal suolo, cosi la fruttificazione si avrà sui soli germogli dell’anno. In tal caso, cessa anche la necessità dei sostegni, perché la pianta avrà solo rami di un anno. Raccolta Dato che la maturazione è scalare, la raccolta può essere eseguita in 5-6 volte (ogni 3-4 giorni), via via che i frutti sono ben colorati, pronti per il consumo; non si devono raccogliere in anticipo, ma neanche in ritardo, perché altrimenti, oltre che divenire troppo molli e spappolarsi durante la raccolta, possono risultare preda di uccelli o insetti (in particolare, cimici) o deteriorarsi con facilità.

Problemi sanitari

I lamponi sono soggetti a varie malattie: da virus, contro le quali non c’è altro sistema di difesa che l’acquisto di piante esenti, e da crittogame, come la botrite, e da insetti e acari, da combattere con trattamenti specifici.

La frutta: mandorlo

Questa classica specie da frutto mediterranea è diffusa soprattutto nell’Italia meridionale e insulare, ma può essere coltivata anche al Centro e al Nord, pur se limitatamente a ristrette zone pedecollinari e collinari esposte a mezzogiorno e non soggette a gelate primaverili.

Il mandorlo, infatti, fiorisce molto presto, addirittura prima dell’albicocco (in Campania fra il 10—15 febbraio e il 10 marzo e in Emilia nella prima o seconda decade di marzo), in un periodo, quindi, in cui possono ancora verificarsi nevicate e repentini, pericolosi abbassamenti di temperatura, a cui i fiori sono ovviamente molto suscettibili.

Per tali ragioni, la produttività del mandorlo, al Nord, è piuttosto aleatoria. Al Sud, d’altra parte, dove potenzialmente esistono favorevolissime condizioni, gli alberi sono talvolta abbandonati a sé stessi, non potati, non trattati contro le malattie e i parassiti, per cui frequentemente il raccolto è povero sia per quantità sia per qualità.

A tutto questo, si deve aggiungere che la maggior parte delle varietà sono autosterili, per cui occorrono consociazioni di almeno due varietà interfertili.

Il mandorlo, in effetti, è una specie molto rustica, che si adatta a terreni poveri, anche calcarei, e sopporta perfino la siccità, ma è ovvio che riesce a raggiungere livelli produttivi soddisfacenti solamente quando viene trattato con quelle cure di solito riservate alle altre piante da frutto.

Il mandorlo preferisce terreni di media fertilità con un contenuto calcareo di almeno il 5%, ma non argillosi, né asfìttici oppure umidi. Però richiede di essere accuratamente irrigato durante i mesi estivi siccitosi.

In tali condizioni l’albero è alquanto vigoroso e può raggiungere anche m 7-8 di altezza e quasi altrettanto di diametro della chioma.

Per una famiglia bastano quindi due alberi o uno soltanto se di varietà autofertile, la cui produzione può variare da kg 2 a 4 per albero di prodotto secco e sgusciato (equivalenti a kg 5-10 per albero di mandorle in guscio).

Esistono vari tipi di mandorle dolci (dure o fragili) e amare (di solito dure).

Più che per il consumo da tavola (fresche, ma, soprattutto, secche), le mandorle trovano molti usi nella preparazione di una grande quantità di dolci.

La piantagione del mandorlo si fa in autunno oppure a fine inverno. Le piante si allevano, come il pesco, a vaso basso con 3-4 branche, provviste di sottobranche ottenute con taglio di raccorciamento invernale del ramo apicale.

Il mandorlo fruttifica sia sui dardi fioriferi (mazzetti di maggio) sia sui rami misti (come il pesco). La potatura quindi deve essere più energica nelle cultivar a prevalente produzione sui rami misti (per rinnovarli annualmente).

Se ci sono molti dardi, la potatura è meno importante e può essere ridotta al minimo.

Non dimenticare di concimare il mandorlo ogni anno con solfato ammonico (g 40-50 per ogni m2), perfosfato e solfato potassico (g 30 per ogni m2) e ogni 2-3 anni anche con letame.

Irrigare quando la siccità è prolungata. Pulire bene il terreno dalle erbe infestanti.

La raccolta si fa anticipata, in giugnoluglio, soltanto per le mandorle da mangiare fresche, altrimenti si aspetta, con settembre, l’apertura del “mallo” e la caduta naturale dei frutti a terra, che può essere completata scuotendo le branche con pertiche.

I frutti devono poi essere stesi al sole per fare essiccare il mallo, se è rimasto. Quest’ultimo, infine, va tolto a mano e il frutto, in guscio (o nocciolo), è bene che sia mantenuto in luogo arieggiato per completare l’essiccazione, altrimenti corre il rischio di ammuffire. In tal modo, la conservazione può essere spinta fino a un anno e oltre, senza l’irrancidimento del seme (mandorla).

Le malattie del mandorlo sono solitamente le stesse delle altre drupacee, soprattutto albicocco e pesco.

Le più gravi sono quelle fungine: bolla, che colpisce i germogli; moniliosi, che colpisce fiori, frutti e rami; cancro da fusi cocco, che colpisce i rami; ticchiolatura, che provoca macchie sui frutti. Si devono effettuare trattamenti anticrittogamici periodici a partire da aprile.

Pericolosi sono anche il marciume radicale e il mal del piombo.

Fra gli insetti dannosi i più comuni e diffusi sono gli afidi, le tignole (tortricidi), l’antonomo, il capnodio. Contro di essi si deve tempestivamente intervenire con insetticidi, ma soltanto una volta che se ne*è avvertita la presenza.

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La frutta: melo e le principali varietà

Il melo è la pianta da frutto preferita nei frutteti familiari delle regioni settentrionali con qualche superabile difficoltà, ma può trovare favorevoli condizioni anche in quelle meridionali, se si scelgono varietà adatte (per esempio, “Annurca” in Campania).

Vi sono varie specie di melo, alcune “da fiore”, a frutti piccoli, non eduli e variamente colorati, utilizzate come piante ornamentali o come impollinatrici dei meli “da frutto”. Di questi ultimi si conoscono centinaia, migliaia di varietà, anche perché alcune (per esempio, il gruppo “Delicious rosse”) hanno dato origine a innumerevoli “mutazioni” spontanee, caratterizzate spesso da frutti più intensamente e precocemente colorati e da alberi di taglia più ridotta, compatta, con spiccata attitudine a produrre molte lamburde e a fruttificare più abbondantemente, a parità di dimensioni della chioma: sono i cosiddetti meli “spur”, consigliati anche per giardini e frutteti familiari.

Il melo da frutto trova in Italia le condizioni ideali di coltura nelle vallate alpine e prealpine, a una certa altitudine (fra m 200 e 600), ma, per altri versi, si adatta anche alle condizioni della bassa pianura, ove produce di più, ma con frutti di solito meno coloriti, meno sodi, meno serbevoli, forse anche meno aromatici, anche se più dolci e succosi. Si preferiscono portainnesti clonali nanizzanti (come 1′ “East Mailing” n. 9 e n. 26), adatti ai terreni più fertili e irrigui, oppure mediamente vigorosi, come il “Mailing Merton” n. 106 (adatto specialmente per i tipi “spur”) o il n. Ili, vigoroso, utilizzato nei terreni siccitosi, o EM 25, che può sostituire il franco, per l’elevata vigoria.

Per una stessa varietà, per esempio “Golden Delicious”, l’uso dell’EM 9 richiede appena da m2 6 a 8 di spazio, mentre con M 25 occorrono circa m2 20 per albero; dunque, siccome la chio ma è fortemente condizionata dal portainnesto, nei giardini è quasi sempre meglio scegliere gli alberi piccoli.

Conseguentemente, le distanze di piantagione oscillano da m 1 a 2 tra le piante (se piccole), mentre quella tra le file varia da m 3 a 3,50 (per le più piccole) e sale fino a m 5-6 per le più grandi. Si tenga presente che col melo si possono fare anche “aiuole” a file multiple, molto ravvicinate, in numero da 2 a 7 (nel caso, per esempio, di varietà “spur” su portainnesti nanizzanti), e cioè distanti appena m 1,60-2,50 tra le file.

Le principali varietà

Come risulta, le varietà di melo occupano un calendario di maturazione che va da luglioagosto fino a tutto l’inverno, mentre la raccolta, in ogni caso, deve essere ultimata entro ottobre.

Un albero “nano” su M 9 produce al massimo kg 8-10 di mele, un albero di media taglia su MM 106 da kg 30 a 40, uno grande, su franco, arriva a produrre oltre kg 100.

Per una famiglia, optando per gli alberi medi e piccoli, bastano quindi 4-5 alberi “medi” di altrettante varietà a maturazione scalare, oppure 10-12 piccoli, scegliendone in media un paio per varietà.

C’è un altro particolare: siccome quasi tutte le varietà sono autosterili, occorrono sempre un paio di varietà fra loro interfertili e a fioritura contemporanea. Se poi si sceglie una varietà triploide (per il numero di cromosomi), i fiori producono poco polline e scarsamente fertile, per cui bisogna prevedere l’impianto di almeno tre varietà, due delle quali con funzioni impollinatrici reciproche e verso la varietà triploide.

Fra queste ultime si ricordano rinomate varietà, come il gruppo “Stayman” e “Winter Winesap”, “Mutsu”, “Jonagold”, “Renetta del Canada”, ecc., tutte da consociare con altre due varietà.

Cosi stando le cose, se non si ha sufficiente spazio, si può chiedere al vivaista di innestare 2 o 3 varietà per albero (il che, ovviamente, è più costoso); in tal modo si può ottenere un’abbondante fruttificazione anche piantando un solo albero, che risulterà anche di sorprendente effetto decorativo (per esempio, darà metà frutti rossi e metà gialli).

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Il melo: impianto e cure colturali

I meli si piantano in autunno, subito dopo la caduta delle foglie, che accade in novembre. Se però il terreno è impraticabile per le piogge, come capita abbastanza spesso nelle regioni settentrionali, allora è meglio attendere la fine deH’inverno, poco prima del germogliamento, avendo cura però, se in seguito non vi fossero piogge, di prepararsi a irrigare. L’apparato radicale, infatti, ampiamente mutilato col trapianto, ha bisogno di un costante apporto di umidità per ripristinare la sua funzionalità e accrescersi nuovamente.

Concimazione All’atto del trapianto, occorre predisporre, per ogni buca, un buon miscuglio di perfosfato minerale (g 100), solfato potassico (g 150) e terriccio o letame ben maturo (kg 1-2), da impastare col terreno fine che deve essere leggermente pressato entro la buchetta (dimensioni cm 40x40x30), a fianco delle radici. Poi, in primavera, spargere in superficie almeno g 100 di solfato ammonico per pianta.

La concimazione azotata deve essere ripetuta ogni anno, a fine inverno, in ragione di circa g 60 di solfato ammonico per ogni m2 (oppure g 30 di urea), da aumentare in caso di elevate produzioni, mentre a fine autunno, ogni 2 o 3 anni, si consiglia una buona concimazione organicofosfopotassica (g 50-100 per ogni m2), da interrare con una leggera lavorazione del suolo nell’area corrispondente alla proiezione della chioma e anche un po’ fuori di questa, perché l’apparato radicale si espande e ramifica più della chioma. Eliminazione delle erbe infestanti Occorrono la zappatura periodica oppure la copertura del suolo con paglia, erba falciata o plastica nera (solo durante i primi 3-4 mesi). Si potrebbe anche fare uso, durante l’allevamento, di erbicidi disseccanti (dipiridilici) oppure, su piante adulte, di prodotti ormonici selettivi (consigliarsi però con un tecnico, anche per la pericolosità dei residui). Irrigazione In pianura, si può eventualmente farne a meno, se l’acqua della falda freatica è abbastanza superficiale, ma in genere la somministrazione di acqua – con spruzzatori sottochioma o per scorrimento su fossette, oppure con tubi di plastica pensili (a cm 50-100 da terra) forati o provvisti di un paio di sgocciolatori per ciascun albero — si rende quasi sempre necessaria anche in pianura, soprattutto nei periodi siccitosi e nei terreni argillosi, compatti o, comunque, dove sotto ai meli si mantiene il prato raso. Occorrono in media almeno 120 d’acqua per ogni m2 di terreno, da somministrare a intervalli di 8-12 giorni.

Diradamento dei frutti Si tratta di un’altra pratica colturale fondamentale per il melo, spesso necessaria per ridurre il carico dei frutti (s’intende in giugno, dopo che è avvenuta la cascola naturale dei frutticini), specie nelle cultivar molto fertili che portano a maturazione più di un frutto per corimbo (ogni infiorescenza porta 5-6 fiori e l’ideale è che non si formino più di un paio di frutti). Se un albero può maturare e portare bene a maturazione 100 frutti e invece sulla pianta ve ne sono 150-200 o 400, non bisogna temere di asportare artificialmente i frutti in soprannumero. Tale operazione si può fare manualmente in giugno, oppure in maggio, 2-3 settimane dopo la fioritura, con trattamenti a base di ormoni auxinici o con altri preparati a base di carbaryl, da irrorare una settimana circa dopo la fioritura.

Ove è possibile, è sempre preferibile il diradamento manuale, che è più sicuro e permette di lasciare sulle branche uno o due frutti ogni cm 10-15 e per ogni lamburda.

Se non si fa in tempo a diradare, si può soccorrere l’albero con la somministrazione ripetuta, in giugnoluglio, di concimi fogliari solubili in acqua, che il melo riesce ad assorbire abbastanza bene.

Col diradamento manuale bisogna fare attenzione alle modalità di distacco dei frutti, i cui peduncoli devono essere recisi o spezzati e non strappati, per non ledere la lamburda o i restanti frutti. Tra i frutti da togliere c’è, talora, anche quello centrale, che può essere deformato alla base, e quelli più piccoli: lasciarne solo uno per corimbo, se questi sono molto vicini, o al massimo due. Questa operazione manuale si può fare anche in due tempi: un primo diradamento in giugno e un secondo in luglio.

Raccolta La raccolta dei frutti va fatta solo quando lo sviluppo è cessato e la maturazione è a uno stadio avanzato. Non lasciarsi ingannare dal colore della buccia, che in certe varietà “spur” compare su frutti ancora acerbi, né dalla cascola preraccolta. Per evitare quest’ultima, sono disponibili prodotti auxinici cosiddetti “anticascola”, da irrorare qualche tempo prima del suo inizio.

La raccolta non deve essere troppo anticipata (altrimenti i frutti sarebbero poi di qualità mediocre e andrebbero soggetti a riscaldo o avvizzimento) né troppo ritardata, nel qual caso sono più facili i marciumi e i disfacimenti della polpa.

Un metodo empirico consiste nell’afFerrare la mela e farla ruotare orizzontalmente: se il peduncolo si stacca facilmente restando attaccato al frutto, è ora di raccogliere.

In ogni caso, il distacco va fatto con cura, cercando anche di evitare che i frutti si ammacchino nel cesto o nella, cassetta durante il trasporto. I cesti, quindi, dovrebbero essere imbottiti o a superfìcie levigata e le cassette ricoperte con carta.

Se l’albero è alto, occorre una scala e, se questa non basta, bisogna procurarsi delle pertiche provviste di cerchietto con retina alla sommità, da maneggiare direttamente da terra.

Le mele estive vanno ovviamente consumate subito o entro qualche settimana; quelle autunnali richiedono ancora un paio di settimane per completare la maturazione e poi possono restare in magazzino per 1-2 mesi; quelle invernali richiedono almeno 1-2 mesi prima di raggiungere la maturazione di consumo.

In frigorifero (a temperatura di 1-3°) i frutti delle varietà autunnoinvernali possono conservarsi per vari mesi, purché refrigerati appena raccolti e, meglio ancora, racchiusi entro sacchetti di polietilene, dove, riducendosi l’ossigeno e crescendo l’anidride carbonica, si rallenta la respirazione e si blocca cosi la maturazione; qualche volta però possono aversi difetti di conservazione alla buccia. In ogni caso, sarebbe bene non mettere varietà autunnali insieme a varietà invernali, perché le prime maturano prima e le sostanze volatili emesse dal frutto, ormai maturo, potrebbero accelerare la respirazione e la maturazione delle seconde. Questo avviene ovviamente anche se i frutti sono immagazzinati in un fruttaio non refrigerato. Il fruttaio, come il frigorifero, dovrebbe avere un’umidità atmosferica relativa di almeno 1*80-85% e una discreta ventilazione, da attivare periodicamente per asportare i “profumi”. Per accrescere l’umidità si può bagnare di tanto in tanto il pavimento. Controllare spesso le cassette per eliminare subito i frutti che marciscono man mano.

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Il melo: come effettuare la potatura di allevamento

La fase di allevamento del melo dura da 3 a 5 anni e non è nettamente separata da quella di fruttificazione, che è propria dell’età adulta dell’albero. Già al secondo anno, infatti, i meli su portainnesti nanizzanti, e più ancora quelli di tipo “spur”, iniziano a produrre i primi frutti. Bisogna fare in modo che tale precoce messa a frutto non vada a scapito dello sviluppo dell’albero e della sua formazione scheletrica, che è bene sia completata al più presto possibile. Per raggiungere questo scopo, la prima regola è di tagliare poco e possibilmente di non fare tagli invernali per almeno 2-3 anni. A questi sostituire, in estate, interventi correttivi al “verde”, consistenti in cimature e nell’asportazione di germogli mal situati o concorrenziali con i prolungamenti del fusto e delle branche. Inoltre, la potatura estiva, se eseguita non troppo presto, aiuta la formazione di gemme a frutto e, quindi, riduce o rallenta l’attività vegetativa, con benefico effetto sulla funzionalità dell’albero. In terreni poveri o scarsamente concimati, invece, bisogna preoccuparsi che la crescita dei rami sia sufficiente e, nel caso contrario, bisogna fare in modo, diradando o asportando subito eventuali frutti allegati, da privilegiare (nel periodo maggioluglio) l’attività vegetativa su quella riproduttiva; questo, s’intende, sempre nei primi anni dell’impianto.

Nel melo, la conoscenza dello stato dell’albero presuppone un minimo di conoscenze morfofisiologiche. Per esempio, vi sono vari tipi di ramo: “a legno” (di solito, i più vigorosi; se verticali e nati in posizione dormale alle branche, sono detti “succhioni”), “misti” (se portano anche gemme a frutto), “brindilli” (esili rami che terminano con una gemma a frutto) e, infine, lamburde (che sono rametti molto corti – cm 1-3 – provvisti di una sola gemma apicale, prima “a legno” e poi “a frutto” o soltanto a frutto). La lamburda, ingrossandosi dopo la fruttificazione, prende il nome di “borsa”. Le gemme a frutto

– si riconoscono perché più grosse e non appuntite come quelle a legno -in realtà sono sempre gemme miste, perché oltre all’infiorescenza (corimbo) formano anche un asse vegetativo (e quindi delle foglie), che a sua volta, nel corso dell’anno, può divenire uno dei quattro tipi di rami precedentemente descritti. Le gemme si formano sempre durante l’estate precedente alla loro schiusura, a meno che non siano pronte, nel qual caso schiudono durante l’estate medesima e danno origine ai cosiddetti “rami anticipati”. Tali rami laterali, che presentano un grande angolo di inclinazione (apertura), sono adatti a formare branche; quando l’angolo è stretto, c’è invece il rischio che poi si spezzino per scosciatura.

Le varietà di melo si differenziano molto, già in vivaio, dal modo di crescere dell’astone (primo fusto senza rami laterali) e poi dal tipo di rami a frutto, tanto che assumono ognuna il proprio “habitus vegetativo” e di fruttificazione, di cui bisogna tener conto per la scelta sia della forma e della potatura d’allevamento, sia di quella di fruttificazione. Infatti, alcune varietà, come “Golden Delicious” e “Jonathan”, hanno una spiccata attitudine a formare rami anticipati e sono quindi molto facili da allevare; altre invece, come le “Delicious rosse” standard, formano lunghi astoni senza rami anticipati, per cui bisogna ricorrere alla cimatura estiva, che ne promuove artificialmente la fuoriuscita, oppure al successivo taglio invernale dell’astone o della freccia centrale dell’albero, per poter ottenere nuovi rami nella posizione ove si vogliono ottenere delle branche.

Quanto poi ai rami a frutto, di cui abbiamo già elencato i tipi “standard” e i tipi “spur”, nelle varietà standard il melo può fruttificare: prevalentemente su brindilli (per esempio, “Rome Beauty”, “Granny Smith”, “Rubra precoce”); su rami misti e brindilli e meno su lamburde (per esempio, “Golden Delicious”); prevalentemente su lamburde (per esempio, gruppi “Delicious rosse” e “Stayman”).

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Il melo: il tipo “spur”

Nei tipi “spur” (per esempio, “Starkrimson”, “Yellowspur”, ecc.) l’albero, invece, forma fin da giovane una grande quantità di lamburde, che, insieme alle residue borse, si riuniscono in formazioni fruttifere (zampe di gallo), soggette a esaurirsi con facilità. Per evitare questo inconveniente, occorre intervenire con la potatura invernale, in modo da provocare un graduale, tempestivo rinnovo della vegetazione e per eliminare, ovviamente, le formazioni più vecchie che, anche se fioriscono, giungono a maturazione (allegano) con maggiore difficoltà e, anche se allegassero, darebbero frutti di peggiore qualità (più piccoli, poco nutriti, meno colorati).

Quando si compra un albero, informarsi sempre sulla sua età e controllare lo stato dell’impalcatura. Se si tratta di astone provvisto di rami anticipati (cioè dell’età di un anno dall’innesto), la crisi di trapianto potrà essere minima e l’allevamento reso più facile dalla presenza di rami, tra cui si possono scegliere quelli destinati a formare le branche (i migliori) o a iniziare la fruttificazione (i più debo562 li); gli altri possono essere anche eliminati o tollerati con piegature. Se l’alberc nvece ha 2-3 anni, potrà avere già una sud impalcatura – il che semplifica l’allevamento -, ma subirà una maggiore crisi di trapianto (tranne le piante allevate in un contenitore, nelle quali l’apparato radicale non subisca grosse amputazioni).

Se infine si tratta di un astone sprovvisto di rami anticipati e alto m

1,50-2,50, le soluzioni sono due: tagliarlo all’altezza dell’impalcatura da formare (per esempio, cm 80-120) oppure lasciarlo intatto (allevamento “a tutta cima”), salvo correggere lo sviluppo dei germogli con 2-3 passaggi di potatura verde, che richiedono una certa competenza tecnica e interventi differenziati in rapporto allo stato dell’albero.

L’albero, se potato ogni anno fin dall’impianto, può’ essere plasmato a piacimento, ma vede ritardata la propria fruttificazione e produce anche meno (seppure è possibile che risulti più longevo). Invece, l’albero non potato, o sottoposto a tagli minimi, assume una forma irregolare, dimostrando nel contempo una netta prevalenza dell’attività riproduttiva su quella vegetativa e mettendosi cosi a fruttificare prima del completamento dello scheletro. Una volta, poi, che sia carico di frutti, se non opportunamente sorretto da concimazioni, irrigazioni, diradamento dei frutti, ecc., esaurirà presto le proprie riserve, producendo ad anni alterni, sarà più esposto ad attacchi parassitari e avrà presumibilmente vita più breve, specie se innestato su portainnesti nanizzanti. Ciononostante, è consigliabile usare le forbici con molta discrezione, anche per avere la soddisfazione di raccogliere più frutti.

La durata media di un albero di melo, sui nuovi portainnesti clonali, è di 15-20 anni (del resto più che sufficienti).

Usando le forbici, che devono essere sempre ben affilate, fare tagli netti e senza slabbrature, le cui ferite siano cioè facili da cicatrizzare; il taglio poi dovrebbe essere ben raso se fatto alla base (evitare di lasciare mozziconi) e inclinato sopra una gemma esterna, se si tratta di un taglio di raccorciamento.

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Il melo: come allevare un melo a cespuglio e come effettuare la potatura di fruttificazione di un melo a cespuglio

Come allevare un melo a cespuglio

Con questa forma detta anche “a vaso basso”, si può ottenere un alberello con 3-4 branche, che si irradiano oblique verso l’alto, inserite su un tronco impalcato a cm 50-60 da terra.

Gli alberi, su portainnesti clonali, piantati a distanza di m 3-4 (a seconda del portainnesto, della vigoria, ecc.) devono comunque essere tagliati, all’impianto, a cm 60-80 da terra, anche se provvisti di rami anticipati.

Durante il primo anno, scegliere 3-4 germogli ben distanziati e sfasati lungo il fusto, perché crescano equilibratamente, senza scompensi, ed eliminare gli altri in maggiogiugno.

Alla fine del primo anno o all’inizio del secondo, se si opta per una potatura corta, i 3-4 rami devono essere raccorciati a cm 30-40 oppure, in contrapposizione (non potatura), lasciati intatti, purché siano vigorosi e di sviluppo omogeneo ed equilibrato.

Se c’è eventualmente un ramo superiore eretto e tendente a prolungare il fusto, asportarlo totalmente. I rami anticipati, se concorrenziali a quelli scelti per fare le branche, vanno eliminati o piegati verso il basso.

Durante il secondo anno (cioè in primaveraestate), scegliere, su ciascuna delle 3-4 branche, un germoglio di prolungamento apicale e diradare quelli sottostanti scegliendone uno solo laterale (che diventerà una branchetta fruttifera), possibilmente orientato sempre dalla stessa parte e con uguale angolo d’inserzione.

Alla fine del secondo anno, i rami di prolungamento delle branche devono essere di nuovo raccorciati a cm 50-60, in misura comunque meno energica dell’anno precedente, specie se l’albero è ben equilibrato. Analogo criterio va adottato per le branche laterali, mentre i rami legnosi non troppo vigorosi e gli eventuali brindilli si lasciano intatti per favorire la loro induzione a fiore.

Il terzo anno, procedere come nel secondo, tollerando sempre più massa di rami, che servono a preparare la fruttificazione. Dovrebbero formarsi, magari con l’aiuto di cimature in luglioagosto, numerose lamburde fiorifere. L’albero, alla fine del terzo anno, è virtualmente formato.

Come effettuare la potatura di fruttificazione di un melo a cespuglio

Sugli alberi a prevalente fruttificazione su lamburde, come le varietà “Delicious rosse”, “Stayman Red”, “Renetta del Canada”, ecc., la potatura di fruttificazione ha lo scopo di rinnovare adeguatamente la vegetazione prima che le formazioni fruttifere diventino troppo fitte, poco fertili, atrofiche, esaurite. Perciò bisogna potare tutti gli anni, in inverno. Teoricamente, si deve fare in modo che ogni anno l’albero abbia almeno un terzo delle lamburde fiorifere inserite su rami di due anni (branchette fruttifere). Quando si va a potare, ci dovrebbero essere nell’albero adulto, se bene equilibrato, tre tipi di rami nella stessa quantità: un terzo di rami a legno o misti (primo anno), un terzo di lamburde o brindilli (secondo anno), un terzo di formazioni fruttifere (terzo anno). Nessuno di questi rami deve essere tagliato. Al quarto anno, invece, la formazione fruttifera dovrebbe essere rinnovata con taglio di raccorciamento al di sopra della parte di tre anni, oppure eliminata, se sostituibile ( da altra equivalente più giovane. La lamburda, fruttificando, si trasforma in “borsa” e forma una nuova lamburda (vegetativa), che potrà fiorire non prima del secondo anno.

Se i prolungamenti apicali sono troppo vigorosi, può essere utile un “taglio di ritorno” da eseguire, sul legno vecchio (2-3 anni), al di sopra di un ramo sostitutivo, più debole.

Ogni branca dovrebbe allungarsi fino a m 2,50, avere forma conica e non intersecarsi con le vicine.

Sugli alberi a prevalente fruttificazione su brindilli e rami misti, come le varietà “Golden Delicious”, “Granny Smith”, “Jonathan”, “Rome Beauty”, bisogna attuare una potatura leggera e lunga. Dato che l’eliminazione o il raccorciamento del brindillo significa anche l’eliminazione dei frutti, questi rami si possono diradare, se troppo fitti, ma non raccorciare. Tuttavia, questa regola non si applica ai brindilli apicali delle branche (per esempio, “Rome Beauty”). In tal caso, il mancato raccorciamento del brindillo apicale provocherebbe poi il suo incurvamento sotto il peso dei frutti, pregiudicando quindi la funzionalità della branca.

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Il melo: potatura straordinaria su “forme libere” e come allevare un melo a “bandiera” con variante a “cordone speronato”

Potatura straordinaria su “forme libere”

Può capitare che alberi di melo, dopo essere stati allevati per uno o più anni secondo una qualsiasi forma (libera, a vaso, a fuso, ecc.) siano poi abbandonati a sé stessi, e quindi non potati. In tal caso, l’albero si riconosce subito perché presenta una vegetazione folta, spessa, più o meno globosa o fusiforme, tendente a manifestare Yhabitus naturale della varietà.

Di solito, questi alberi inizialmente producono di più, poi tendono a formare frutti più piccoli e rami sempre più corti, infine fruttificano ad anni alterni. S’impone, quindi, una potatura straordinaria di ristrutturazione della chioma, che va però attuata gradualmente, almeno in un paio di anni, per non penalizzare troppo la fruttificazione. Cominciare, in inverno, a sfoltire le branche attraverso l’eliminazione delle parti secche, malate o improduttive. Bisogna quindi dare aria e luce alle branche interne e basse, per ripristinare la funzionalità fotosintetica delle loro foglie. Fare in modo che i rami fruttiferi che restano siano equamente distribuiti lungo le branche e siano di lunghezza decrescente dal basso verso l’alto, in modo che ciascuna branca, con la propria vegetazione, riacquisti un profilo conico terminante con il solo ramo di prolungamento apicale.

È infatti probabile che, per il maggiore sviluppo dei rami alti rispetto a quelli bassi, nell’albero non potato la nuova vegetazione si sia spostata gradualmente verso l’alto.

Come allevare un melo a “bandiera” con variante a “cordone speronato”

Quello qui descritto è un sistema di allevamento francese, caratterizzato dalla piantagione, lungo la fila, dell’astone inclinato a 45-50° rispetto alla verticale. Tutti gli alberi, piantati a distanza di m 0,80-1,50 dovrebbero essere orientati nella stessa direzione. Lo scopo è quello di indurre l’albero, con tale posizione innaturale e costrittiva, a una precoce fruttificazione e, in secondo luogo, di avere una spalliera o una siepe molto basse. Infatti, se si fa uso di portainnesti nanizzanti, la taglia complessiva dell’albero non supera, anche con le varietà più vigorose, m 1,50-2 di altezza. In tal modo, ciascun albero, il cui fusto si sviluppa obliquamente fino a m

2,50-3, finisce col sovrapporsi a quello successivo, tanto da formare la nuova vegetazione in prevalenza dorsalmente e diretta verso l’alto, facendo assumere cosi all’albero le sembianze di una “bandiera”.

La struttura scheletrica di ciascun albero è costituita da una serie di branche distanziate di cm 20-40 e allevate e posizionate lungo i fili della spalliera (4 o 5 a partire da cm 40-50 da terra).

L’albero, al momento della piantagione, non deve venire sottoposto ad alcun taglio, ma legato a una canna anch’essa inclinata e fissata ai 4-5 fili longitudinali. Durante l’estate (in luglioagosto), quando i germogli sono già ben sviluppati, procedere, in uno o due tempi, alla loro cimatura a circa cm 5-10 per favorire l’emissione di lamburde fiorifere dalle gemme basali. Nel caso esistano, tagliare più corti i rami anticipati; non cimare, invece, l’asse di prolungamento del fusto. La risposta dei germogli cosi cimati varia molto in funzione dell’andamento climatico: in caso di siccità, la pianta potrebbe bloccarsi e tardare a reagire; in caso di piovosità, le gemme pronte potrebbero dare origine a nuovi germogli anticipati, anziché a lamburde vegetative o fiorifere. La cimatura è quindi un’operazione che può sortire effetti contrapposti, anche indesfderati.

Nel successivo inverno, la potatura deve essere fatta solamente se si presenta necessaria. E probabile che, se sono troppo numerosi, si debbano diradare i rami dorsali per formare altrettante branche fruttifere, che dovrebbero distare almeno cm 30 l’una dall’altra.

Negli anni successivi, occorre procedere allo stesso modo finché tutta l’intelaiatura della spalliera non è stata occupata, sopra e sotto il fusto, da ramificazioni fruttifere intersecate con quelle dell’albero vicino e formanti, neH’insieme, una caratteristica rete di piccoli quadrilateri, rombi o losanghe.

È tuttavia evidente che, se ogni anno si mantiene sotto controllo la vegetazione con ripetute cimature “al verde” di tutti i germogli, ciascun fusto sarà provvisto di numerosi speroni, anche ravvicinati, che non creeranno alcuna maglia scheletrica. In quest’ultimo caso, sarebbe più corretto parlare di “cordone obliquo speronato”, la cui produzione è comunque inferiore a quella della “bandiera”, fin qui descritta.

Infine, bisogna ricordarsi di controllare l’asse del fusto quando supera il filo superiore, sottoponendo anch’esso a cimatura per evitarne l’eccessivo allungamento.

La “bandiera” è quindi una forma di allevamento “obbligata”, perché costringe l’albero a stare semisdraiato in uno spazio ridotto, con l’ausilio di numerosi interventi cesori, specialmente estivi, che non sono certo faticosi, ma richiedono tempo e attenzione. Solo chi ama potare per hobby la troverà perciò una forma piacevole, adatta per fare esperienza.

Un altro aspetto alquanto problematico è che la fascia di fruttificazione dell’albero è molto bassa (inizia a cm 15-20 da terra), per cui, in caso di gelate, i danni sono maggiori (la cessione di calore dal suolo durante la notte comporta maggiori abbassamenti termici). Se poi il suolo non viene mantenuto ben pulito dalle erbe infestanti, è anche più difficile provvedere con successo alla difesa fitosanitaria, perché nel microambiente che si instaura fino a cm 50-70 da terra si innalza sia il livello di umidità dell’aria, sia il rischio di inoculo o contaminazione dei patogeni fungini.

In ogni caso, gli alberi cosi allevati è bene che si trovino in luogo abbastanza ventilato oppure possono costituire siepi perimetrali o divisorie.

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Il melo: come allevare la palmetta orizzontale od obliqua

La palmetta è una forma adatta a costituire siepi fruttifere perimetrali o filari contigui a elevata produttività. Anche per questa forma occorre, di solito, una intelaiatura di pali e fili di ferro zincato. Tali fili devono essere posti sull’asse del filare in numero di almeno tre, a partire da cm 60-80 da terra, e ogni cm 70-80. Su di essi vanno disposte ai lati dell’asse centrale del melo alcune coppie di branche fruttifere (da 3 a 6), aventi inclinazione di 80-90°, se orizzontali, oppure assai meno (30-40°). Nel primo caso, si parla di “palmetta a branche orizzontali” e nel secondo di “palmetta a branche oblique”. Quest’ultima, che è assai più facile da ottenere e mantenere, è anche più vicina alla forma naturale della pianta.

Gli alberi di melo, che vengono piantati in autunno distanti fra loro da m 2 (con portainnesti nanizzanti e branche inclinate) a m 3,50 (con portainnesti vigorosi e branche orizzontali), devono essere tagliati poco al di sopra del primo filo cui l’astone è legato. Durante il primo anno, si allevano tre germogli: uno, il più alto (atto a ripristinare in verticale la continuità dell’asse centrale), e gli altri due, opposti, ma distanziati di almeno cm 5-10, atti a formare la prima coppia di branche. Gli altri eventuali germogli vanno soppressi, cimati o anche prevenuti nella crescita asportando le gemme a fine inverno. Sempre in estate, sarebbe bene disporre di un piccolo cavalletto (due canne incrociate), atto a far assumere ai germogli laterali la loro definitiva inclinazione. Ma ciò può essere controproducente, perché rallenta troppo la crescita dei germogli; è meglio, quindi, rimandare tale operazione alla seconda o alla terza estate.

Nel caso, poi, che i due germogli non crescessero con uguale vigoria, per accelerare lo sviluppo di quello più scadente si consiglia di fare, con un coltello da innesto, una piccola intaccatura sul legno del fusto, al di sopra del germoglio più debole; oppure, più semplicemente, si consiglia di lasciare in posizione eretta il germoglio debole e di inclinare invece quello più vigoroso.

Il germoglio superiore deve essere legato a una canna o a un paletto verticale, in modo da favorire lo sviluppo diritto del fusto.

Potatura alla fine del primo e del secondo anno Durante il secondo inverno dal trapianto, cioè alla fine del primo anno, la potatura tradizionale consiste nel raccorciare il ramo superiore verticale poco al di sopra del secondo filo, cioè a circa cm 70-80 dal taglio dell’anno precedente. Conseguentemente, se i rami laterali sono altrettanto vigorosi, devono essere anch’essi leggermente raccorciati, oppure lasciati intatti nel caso fossero deboli o piuttosto corti (meno di cm 60-70).

Se poi si vuol fare la palmetta orizzontale, le due canne devono essere tolte e i relativi rami legati al filo orizzontale; nella palmetta obliqua, invece, o si lasciano le canne fino all’anno successivo o si fanno ancora crescere liberamente i due rami (la giusta inclinazione si può dare in seguito).

Durante l’estate del secondo anno, procedere come nel primo, cioè scegliere i tre migliori germogli atti a formare il nuovo prolungamento apicale e la seconda coppia di branche e mettere in opera – ma non è indispensabile – altre due canne inclinate laddove devono formarsi le due nuove branche.

Anche nella prima coppia di branche si deve scegliere un germoglio di prolungamento, controllando che altri, sottostanti, non siano con questo competitivi, altrimenti devono essere diradati o cimati.

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Il melo: diversi criteri per trattare i germogli

Diversi sono poi i criteri con cui trattare tutti gli altri germogli destinati alla fruttificazione. Si possono lasciare intatti, sopprimendone solo qualcuno, se mal situato o troppo vigoroso, e questa è certamente la soluzione migliore, anche perché non comporta spese. Oppure, in luglio e poi eventualmente in settembre, si possono sottoporre sistematicamente a cimatura corta per favorire l’emissione di lamburde fiorifere basali. Ma, come già detto per il cordone, la pratica della cimatura può sortire anche esito controproducente.

Alla fine del secondo anno o all’inizio del terzo, si deve operare come nell’inverno precedente e cosi si procederà in seguito, finché l’albero non sarà provvisto di 3-5 palchi di branche (uno all’anno), dopo di che sarà ultimata la formazione scheletrica. I palchi devono distare tra loro, in media, da cm 50 a 90. La distanza minore vale per i portainnesti deboli e i cloni “spur”; la maggiore per le varietà “standard”, sempre su portainnesti deboli o medi. L’albero, in definitiva, sarà alto da m 2 a 3,50.

Le palmette fin qui descritte sono ottenute con potatura tradizionale piuttosto corta; ma, in terreni ricchi e freschi, è possibile ottenere, con la “non potatura”, le palmette liberemo anticipate, adottando l’allevamento a “tutta cima” delle branche, con ottimi risultati produttivi e con minor lavoro. Infatti l’albero, preformato in vivaio, si trapianta senza alcun taglio, curando solo che i migliori rami anticipati siano orientati nella direzione del filare e Tastone legato al primo filo longitudinale, posto a circa m 1 da terra.

Durante il primo anno, di solito, tenuto conto della crisi di trapianto, non è necessaria alcuna potatura. Nella primavera del secondo anno, è bene individuare i migliori rami o germogli atti a costituire le varie branche (non più ripartite in palchi, ma inserite irregolarmente e con varie inclinazioni lungo il fusto verticale). Tali rami, se troppo vigorosi o eretti, vengono inclinati assicurandoli ai fili longitudinali. In estate, si provvede a uno o due passaggi di potatura verde, allo scopo di diradare i germogli alla sommità della freccia o delle branche, o di asportare qualche ramo disposto in direzione trasversale al filare.

Alla fine del secondo anno, l’albero avrà formato 4-6 branche, o più, e avrà già prodotto kg 4-5 di mele (se il portainnesto è M9).

In seguito la potatura non sarà molto diversa da quella per le altre forme allevate a “tutta cima”.

La potatura di fruttificazione della palmetta Questo tipo di potatura non è dissimile da quello attuato per altre forme di allevamento. Trattandosi però di una forma obbligata e appiattita, è forse più difficile da mantenere nel tempo rispetto al vaso o al fuso.

Bisogna fare attenzione, fra l’altro, che i vari palchi di branche rimangano tra loro equilibrati (è facile, infatti, che quelli superiori abbiano il sopravvento su quelli inferiori) e che anche il carico di mele sia ben distribuito tra i vari rami formanti le branche. Nel caso che il primo palco fruttificasse meno (a causa dell’ombreggiamento operato dai palchi superiori

0 per la ridotta capacità di rinnovamento dei rami), bisogna ribassare l’albero, eventualmente sopprimendo un palco, oppure eseguire tagli “di ritorno” sulle branche.

Se poi l’albero, nel suo insieme, è molto vigoroso, bisogna intervenire ancora in estate (in luglioagosto) con cimature dei germogli laterali, al fine di stimolare la necessaria formazione di lamburde.

La potatura invernale, invece, è d’obbligo tutti gli anni. Essa serve a bilanciare le due attività dell’albero, vegetativa e riproduttiva: si diradano

1 rami a legno (con tagli alla base), si rispettano i brindilli, si raccorciano o asportano le formazioni fruttifere più vecchie o esaurite.

Infine, bisogna ricordare che l’asse centrale della palmetta deve essere sempre mantenuto e ricostituito su un ramo di sostituzione (attraverso un taglio di ritorno), nel caso ingrossi e sviluppi eccessivamente.

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Il melo: come allevare un melo a ipsilon e a cordone a U

La forma a ipsilon è facile da ottenere e consente di allevare, come nei cordoni verticali od obliqui, alberi molto fìtti nella fila (da m 0,80 a 1,50); l’insieme prende anche il nome di “siepe belga”.

Dal punto di vista strutturale, l’albero si compone di una V, cioè di sole due branche aperte di circa 25-30° rispetto alla verticale e impalcate molto basse, a cm 30-50 da terra.

Su queste branche, poi, si può procedere in tre modi.

1) Lasciare crescere liberamente per 3-4 anni branche e rami laterali, ottenendo una forma semilibera adatta ad alberi “spur” o a portainnesti nanizzanti. Itagli, da farsi prevalentemente in inverno, sono limitati all’alleggerimento degli apici delle due branche, che devono restare equilibrate fra loro e dominanti su tutti i rami sottostanti.

2) Allevare su ciascuna delle due branche delle corte “sottobranche”, distanziate fra loro di cm 40-50, su cui far crescere poi brindilli, rami misti e formazioni fruttifere.

3) Formare un doppio cordone, cioè speronare ogni anno (in estate), con operazioni di cimatura verde, tutti i germogli che si formano sulle due branche, in modo da ottenere tante corte formazioni fruttifere. In tal modo, però, si sacrifica molta parte del potenziale produttivo dell’albero, la cui chioma risulta “stilizzata” e assai meno ingombrante.

In quest’ultimo caso, la ipsilon può essere trasformata in “cordone a U semplice”, e allora, le due branche, alla fine del primo anno, devono essere “aperte” in posizione orizzontale e poi, con l’aiuto di due tutori verticali, piegate a gomito per farle salire verticalmente. Tale operazione, da farsi durante l’inverno del primo o del secondo anno, dopo il trapianto, è fattibile, ma comporta qualche rischio (per esempio, la rottura del ramo “in curva” o la sua scosciatura dal tronco). Si tratta, in ogni caso, di giardinaggio d’amatore e non di coltura di melo a scopo produttivo.

Diverso, invece, può essere il risultato se si opta per la ipsilon libera e per quella indicata nel precedente punto 2). Entrambe, che consentono di ottenere una buona fruttificazione, presuppongono comunque una spalliera con almeno 2-3 fili di ferro zincato per correggere l’inclinazione delle branche e per intersecare correttamente fra loro le branche stesse, fino a formare tanti parallelogrammi con lato di cm 40-60 su 3-4 ordini sovrapposti. La siepe sarà alta in totale circa m 2 e quindi si potranno raccogliere tutte le mele da terra.

Altro modo di allevare l’ipsilon è in senso trasversale al filare. Non si avrà ovviamente una forma appiattita, a spalliera; se però gli alberi sono molto vicini (a m 1,5-2), si formano due pareti continue e divergenti, a V. È questo un sistema di coltivazione intensiva, attuato nei frutteti industriali ad alta intensità di piantagione (2-3 mila alberi per ettaro), perché consente di sfruttare bene lo spazio aereo e l’illuminazione delle branche. Occorrono però intelaiature e una doppia serie di fili.

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Il melo: come allevare un melo a fusetto

L’allevamento a fusetto è, per il melo, una delle migliori forme, ottima per i frutteti intensivi e adatta anche per un frutteto familiare, dove, grazie a essa, è possibile piantare gruppetti poco ingombranti di alberi, senza filari né sostegni, e senza vincolare troppo un progetto di frutteto composto da piante di varie specie.

Inoltre, siccome il fusetto si avvicina molto alla forma naturale ed è quindi poco costrittivo nei confronti dell’albero, sfrutta nel modo migliore l’illuminazione ed esalta la fruttificazione degli alberi innestati su portainnesti nanizzanti.

L’altezza complessiva dell’albero deve rimanere fra m 2 e 2,50 e cosi anche la distanza fra le piante, che può essere ridotta, per gli “spur”, a soli m 1,50-1,80. L’albero non presenta una struttura scheletrica geometrica, ma le branche vengono accettate cosi come sono, purché pili numerose in basso, e lasciate crescere liberamente, in modo obliquo, ricorrendo, dopo il terzoquarto anno, a “tagli di ritorno” o a raccorciamenti, in modo da mantenerle tra loro equilibrate e perché il loro sviluppo e il conseguente carico di frutti sia decrescente dal basso all’alto.

Se l’albero cresce troppo in altezza o le branche sono troppo distanziate e troppo espanse, il fuso diventa una piramide, forma che oggi è stata abbandonata perché troppo onerosa da ottenere e governare. Occorre quindi fare attenzione che l’albero cresca compatto, raccolto, equilibrato ed egualmente illuminato, in basso come in alto. Cosi, tutta la frutta sarà bella e grossa.

Al momento dell’impianto, tagliare l’astone a cm 70-80 oppure a m 1,20-1,50 se è provvisto, in basso, di buoni rami anticipati (precursori delle branche) o, infine, lasciarlo intatto se non è troppo alto e, comunque, se è provvisto di un ottimo apparato radicale.

Qualcuno teorizza di accecare tutte le gemme lasciando solo quelle (4-5) destinate a formare ottimi germogli ben orientati, per ricoprire l’intero circolo di proiezione a terra della chioma. Una tale pratica non è necessaria, perché è preferibile asportare il prolungamento e scegliere poi, in maggiogiugno, i 3-4 migliori germogli, che siano ben distanziati, sopprimendo o cimando gli altri per evitarne la competizione. Il germoglio superiore serve (in posizione verticale) a ripristinare la continuità del fusto, mentre quelli sottostanti servono a dare origine alle branche. Se qualche germoglio cresce stentatamente, ricorrere all’intaccatura “sopragemma”, che ne stimoli lo sviluppo.

Alla fine del primo anno (secondo inverno), è buona norma raccorciare la freccia a cm 50-60 sopra il taglio dell’anno precedente, allo scopo di ottenere nuovamente, alla ripresa vegetativa, 3-4 nuovi germogli da destinare, come nel primo anno, al prolungamento dell’asse centrale e ad altre branche laterali.

Anche gli altri rami, se sono molto vigorosi, devono essere raccorciati, ma se hanno un buon angolo di apertura si possono lasciare intatti.

Alla fine del secondo anno, l’albero è già provvisto di numerose branche laterali (3+3 oppure qualcuna in meno) e si spiega in tal modo la rapidità con cui si mette a frutto e produce abbondantemente. La chiave di successo deU’allevamento a fusetto è rappresentata dalla funzionalità dell’asse centrale, che non deve, in alcun modo, essere soffocato o menomato da qualche branca laterale. In tal caso, vuol dire che si sono commessi errori di potatura: per esempio, sono state tollerate biforcazioni oppure sono state scelte branche laterali con angolo di inserzione troppo stretto.

In genere, col fusetto, se bene impostato, si riduce anche la necessità della potatura estiva, che di solito serve solo per riportare in equilibrio la crescita dei germogli laterali. Potatura estiva Anche in questo caso vale quanto detto per le forme precedentemente descritte. La pratica della cimatura sui germogli laterali, da eseguirsi da luglio in poi per orientarli subito all’induzione di gemme a fiore, è onerosa, a volte controproducente e, in ogni caso, non serve se gli alberi sono innestati su portainnesti nanizzanti, se sono di varietà “spur” o, comunque, di rapida messa a frutto.

Tuttavia, per dare un’ampia e obbiettiva informazione, si riportano alcuni ragguagli su questa tecnica.

Sostanzialmente, a partire da luglio, si tratta di raccorciare i germogli apicali delle branche a cm 20-30 (8-10 foglie) e quelli laterali a cm 10-15. In settembre, poi, cimare nuovamente, a poche gemme, gli eventuali germogli anticipati. In teoria, ciò serve per fare in modo che, l’anno dopo, ci siano più gemme a fiore; in pratica, è più facile che nel complesso dell’albero il numero di gemme risulti poi inferiore rispetto a quello della pianta non cimata.

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Il melo: completamento dell’allevamento di un melo a fusetto

L’allevamento si completa in 4-5 anni, ma la fruttificazione inizia fin dal secondoterzo anno. In totale, l’albero avrà una decina di branche, senza precise gerarchie, ma a sviluppo spesso differenziato e compensativo, per sopperire a eventuali “vuoti” della chioma. E noto, infatti, che la produttività dell’albero è proporzionale all’area fogliare e alla sua uniforme distribuzione su tutto lo spazio assegnato alla pianta.

L’asse centrale, dopo il secondo taglio invernale, può essere rispettato e lasciato intatto per qualche anno. Se però superasse i m 2,50 da terra, sarebbe opportuno raccorciarlo con un “taglio di ritorno” su una “deviazione” sostitutiva della freccia centrale.

Anche le branche laterali, che non dovrebbero crescere oltre i cm 80-100, se vanno oltre, devono essere raccorciate sopra un laterale, o inclinate di più; non è però bene che vadano a intersecarsi con quelle dell’albero vicino.

Potatura di fruttificazione Deve contribuire a mantenere equilibrata, e nella giusta dimensione, ogni branca nei confronti delle altre.

Dopo un certo numero di anni, è possibile che alcune branche debbano essere eliminate gradualmente (cioè con successivi tagli di raccorciamento, in duetre anni) oppure asportate totalmente qualora sia pronta, vicino, una branca di sostituzione, sorta direttamente sull’asse centrale o, più frequentemente, verso la base della branca medesima.

La potatura di fruttificazione, come già è stato detto per le altre forme, si può fare in due modi, che hanno anche finalità e richiedono impegno lavorativo diversi.

Il primo consiste nel potare l’albero soltanto in inverno, per riequilibrare il carico di lamburde fiorifere, per diradare i rami a legno e raccorciare o sfoltire le branche vecchie e le formazioni fruttifere esaurite. Tale potatura può essere completata con una potatura verde per reliminazione dei soli succhioni o di germogli troppo vigorosi e mal situati.

Il secondo modo di operare consiste invece nel ripetere quanto già precisato a proposito di una sistematica applicazione della cimatura a cm 5 (1-2 gemme) dei germogli da luglio in poi. È un sistema da adottare solamente nel caso in cui l’albero debba essere represso, nanizzato con la potatura, per avere scelto un portainnesto troppo vigoroso o comunque inadatto.

Abbastanza in voga nei frutteti familiari francesi (già 50 anni fa era noto come “taglio Lorette”), questo sistema si basa sul principio che nell’albero è meglio disporre di poche foglie ben esposte alla luce, piuttosto che di molte che si possono danneggiare con l’ombreggiamento reciproco. Le gemme, che si trovano sul germoglio al di sotto del taglio di cimatura, divengono “pronte”, sono cioè costrette a svilupparsi anzitempo e a differenziare, entro l’estate, lamburde fiorifere. Se però la cimatura viene fatta troppo presto (in giugno) o se, per effetto di pioggie o irrigazione, nell’albero prevale l’attività vegetativa su quella riproduttiva (anche in piena estate), dalle gemme si formeranno germogli anticipati, che, per essere “bloccati”, dovranno a loro volta essere cimati in settembre. C’è il rischio, quindi, di provocare una reazione vegetativa (a legno), con il solo vantaggio di avere ottenuto un fusetto di mole ridotta, di spessore contenuto, ben illuminato, con pochi frutti, anche se molto coloriti.

Se non si hanno particolari obiettivi estetici, è meglio far crescere il fusetto liberamente e controllarne lo sviluppo, più che attraverso i tagli, con l’uso di portainnesti nanizzanti, con la precoce fruttificazione e l’uso misurato dell’acqua irrigua, dei fertilizzanti, dell’inerbimento del suolo sottostante. Questa tecnica è largamente utilizzata in Alto Adige.

Un alberetto allevato a fuso, e non disturbato troppo dalla potatura, può produrre kg 5-6 di mele al secondo anno, kg 10-15 al terzo e kg 20-30 al quarto, raggiungendo cosi precocemente la massima produzione. Se poi la statura si mantiene sotto i m 2, si può avere una piantagione più densa (meno di m2 5 per albero) e quindi una produzione più elevata.

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La frutta: melograno e il mirtillo

Melograno

È un arbusto molto longevo, pollonifero, spinescente, con fogliame verde lucente e spogliarne e con fiori rossoarancio, imbutiformi, solitari, che compaiono in giugno, in cima a brevi rami o “dardi” di 2-3 anni.

I frutti sono grossi, globosi, color gialloaranciobronzato o vermiglio, un po’ irregolari, talvolta soggetti a screpolarsi in caso di piogge o squilibri idrici (specialmente nelle varietà a maturazione precoce). All’interno contengono, alloggiati entro segmenti cartilaginosi, numerosi granelli (irregolarmente sagomati) di polpa rossogranata, il cui gradevole succo dolceacidulo serve anche per preparare granatine, sorbetti, ecc.

La pianta è molto sensibile al freddo invernale: oltre i —10° o —12° può facilmente seccare, salvo poi ricacciare nuovi germogli dal tronco o dal pedale. Per questo, nell’Italia del Nord si trova solo in giardini riparati da muri, in pendici molto soleggiate o comunque in zone a clima relativamente mite.

II melograno preferisce i terreni freschi e profondi, ma resiste abbastanza alla siccità. Si adatta anche ai suoli alluvionali, umidi.

Non si può parlare di scelta varietale, perché la propagazione viene fatta soprattutto per polloni radicali e per talea nell’ambito di tipi localmente diffusi. Tuttavia, dal punto di vista commerciale, si distinguono melograni a frutto dolce e altri, più precoci, a frutto alquanto acidulo, poco gradevole al palato.

Alcuni non amano le melagrane perché hanno troppi semi; le loro dimensioni sono infatti relativamente grosse rispetto alla polpa circostante, per cui si preferisce estrarne il succo.

Vi sono tuttavia alcune varietà coltivate sotto varie denominazioni locali che vengono moltiplicate anche per innesto su piantine selvatiche ottenute da seme. Sono note pure varietà di melograno nano, utilizzate per soli scopi ornamentali.

La pianta si può allevare ad alberello o a cespuglio. Nel primo caso, si impalca a cm 80-100 e poi si alleva liberamente, cercando di privilegiare

– e non è facile – l’asse centrale. L’altezza complessiva sarà di m 2,50-3,50. L’alberello tende infatti a rivegetare sempre dal basso, sia alla base del tronco sia alla base delle branche, per cui spesso si è costretti a ricostituire, con nuovi rami, i prolungamenti apicali delle branche e la stessa freccia centrale, che anche per questo risulteranno spesso contorte. La chioma, in definitiva, è globosa, espansa, disordinata, con branche aperte, fra cui è difficile stabilire gerarchie. I rami, per esempio, tendono a biforcarsi e con la potatura occorre eliminare le ramificazioni che disturbano l’equilibrio generale.

Per i motivi appena esposti, la forma a cespuglio è più naturale e facile da allevare, anche perché richiede un minor numero di tagli.

Nelle zone aride è necessaria l’irrigazione purché non sia tardiva, altrimenti provoca lo spacco dei frutti (che maturano in autunno), la cui buccia, con la siccità, diviene coriacea e anelastica.

Fra le principali avversità, si ricordano gli afidi, che vanno combattuti con trattamenti aficidi non appena se ne scopre la presenza.

Mirtillo

Tutti conoscono il mirtillo come piccolo arbusto sempreverde, spontaneo nei boschi (nell’Appennino si spinge, in alto, fino ai limiti della vegetazione), ricercato per i suoi prelibati frutti blu o neri, di cui sono ghiotti anche gli uccelli.

La specie coltivata (mirtillo gigante) si differenzia, però, da quella spontanea per la taglia del cespuglio (alto da m 1 a 2), il frutto, le foglie assai più grandi e per le esigenze di terreno e di clima, che ne riducono alquanto le capacità di adattamento ai vari ambienti di coltura, specialmente in pianura. 11 mirtillo gigante, infatti, predilige terreni acidi (con pH basso, da 4 a 5), molto freschi o umidi, soffici, non asfittici, ricchi di humus, situati in luoghi aperti e soleggiati, anche se può crescere pure in zone leggermente ombreggiate.

Le varietà coltivate, inoltre, sono meno rustiche, anche se sopportano minime termiche invernali di — 15-20°, ma temono i venti freddi e la siccità estiva.

Se il terreno è calcareo, alcalino o argilloso compatto, è preferibile allevare il mirtillo entro vasi di cotto interrati e riempiti con una parte di terriccio e una di torba acida.

Per una famiglia bastano da 4 a 6 cespugli, che possono essere coltivati in assortimento varietale, in modo da raccogliere i frutti in epoche diverse e per assicurare una più abbondante produzione, tenuto conto che le varietà più diffuse non sono compietamente autofertili.

La produzione, per ogni pianta adulta, oscilla da kg 1 a 2 e inizia intorno al secondoterzo anno. I frutti, che si raccolgono scalarmente da giugno fino ai primi di agosto, sono idonei sia per il consumo diretto sia per ricavarne torte o marmellate.

La moltiplicazione si fa, preferibilmente, per propaggine di rami o, con qualche difficoltà di radicazione, per talea autunnale. La piantagione si può fare sia in autunno sia in primavera, quando il terreno lo permette.

La distanza tra i vari cespugli deve essere di m 1-1,50, maggiore tra le file (fino a m 2,50). Sarebbe opportuno poi pacciamare il terreno con sfagno, aghi di pino o materiale organico e minerale acidificante.

Nei primi anni, si deve concimare solo con solfato ammonico (g 100 per pianta a fine inverno) e, dopo il terzoquarto anno, è bene raddoppiare la dose, aggiungendo perfosfato e solfato potassico (g 50-100, da interrare).

L’allevamento può essere a cespuglio (naturale) o ad alberello e, conseguentemente, diversi sono anche gli interventi di potatura: nel secondo caso, inizialmente si alleva un solo ramo impalcato a cm 30-40 da terra.

La potatura, che deve essere possibilmente evitata durante i primi 2-3 anni, va effettuata ogni anno a fine inverno, in modo da favorire l’emissione di rametti vigorosi, che fruttificheranno l’anno successivo. Dopo qualche anno, la potatura ha anche lo scopo di sfoltire la vegetazione e di eliminare i rami secchi ed esauriti (nel cespuglio da 1 a 4 ogni anno). Per mantenere la forma ad alberello, bisogna asportare anche i rami che sorgono alla base del tronco.

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La frutta: nespolo

Due sono le specie di nespolo coltivate in Italia: il nespolo comune e quello del Giappone.

Nespolo comune Alberetto a foglie caduche, un po’ somigliante al cotogno, alto m 3-4, ha portamento irregolare, branche contorte, cresce ovunque, è spontaneo nei boschi e teme l’umidità. I rami, talvolta spinescenti (nelle piante giovani da seme), sono tomentosi, cioè pelosi, e portano gemme miste apicali da cui sorgono germogli che, come nel cotogno, formano in maggio solitari fiori terminali, a corolla grande, bianca, screziata di rosso.

Il frutto è un piccolo pomo rotondo od oblungo, color marrone, rugoso, caratteristico per l’ampia depressione calicina (occhio) coronata da 5 sepali persistenti. Contenente numerosi semi, si raccoglie, immaturo, duro, non edule (astringente), a fine ottobre. La maturazione di consumo sopravviene solo dopo che la polpa, biancorosa, fermenta e ammezzisce (cioè quando i tannini degradano in zuccheri), iscurisce, diviene tenera, pastosa, acidula, appena dolce, un po’ aromatica. I frutti possono essere utilizzati anche per marmellate.

Si conoscono alcune varietà a “frutto grosso”, o precoci, o apirene, spesso senza nome, oltre ad alcune straniere come “Dutch” (olandese), “Nottingham”, “Royal”. Il nespolo si innesta oltre che sul franco (cioè da seme), sul cotogno, sul biancospino, sul sorbo degli uccellatori, sul Crataegus crusgalli, sull’azzeruolo.

L’allevamento delle piantine, a cespuglio oppure, meglio, a vaso o a globo, su tronco alto cm 80-100, è molto facile.

Nespolo del Giappone È una bellissima pianta sempreverde, che fruttifica abbondantemente al Centro e al Sud del Paese. Al Nord è soltanto una specie ornamentale, perché le infiorescenze a grappolo eretto, apicale compaiono in ottobrenovembre e quindi sono vittime delle gelate.

Le foglie sono grandi, lanceolate, e i frutti, ovoidali o ellissoidali, con buccia giallo chiaro o arancio, somigliano alle albicocche, da cui si distinguono soprattutto per il grosso peduncolo (contengono, inoltre, uno, due o più noccioli grossi, globosi) e per la precoce epoca di maturazione (maggio), che precede l’albicocco di un paio di mesi. I frutti hanno anche una buona tenuta e resistenza alle manipolazioni e per questo sono molto ricercati per il consumo fresco. La polpa, che ha una buona serbevolezza, è succosa, acidula, un po’ aromatica, appena dolce, gradevole. Il succo può essere anche fermentato e distillato per ricavarne un “kirsch” dal caratteristico retrogusto di mandorla amara.

L’albero, che sopporta la siccità, può essere allevato a cespuglio globoso alto m 2,50-3 oppure a chioma impalcata alta, su un tronco di circa m 1, con dimensioni anche di m 6-7 (nei terreni fertili, freschi e con climi caldi).

La potatura va eseguita, possibilmente, dopo la raccolta e prima della fioritura autunnale. Si innesta su franco oppure su cotogno o biancospino. Le cultivar più note sono di origine americana o giapponese (“Advance”, “Early Red”, “Premier”, “Oliver”, “Tanaka”).

In Sicilia, si coltivano varietà locali: “Nespolone gigante bianco”, “Nespolone rosso precoce”, “Nespolone vaniglia” (tutte autofertili) oppure “Nespolone rosa tardivo”, “”di Ficarazzi” e “di Trabia” (autofertili).

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La frutta: nocciòlo

Il nocciolo è un arbusto o un alberello assai diffuso sia allo stato selvatico (avellano) sia coltivato sia per usi ornamentali (nocciolo a foglie rosse).

È assai pollonifero, cespuglioso, a fogliame denso, spesso. Le infiorescenze maschili fioriscono in dicembregennaio e quelle femminili, a fiori più piccoli, più tardi.

Le principali varietà di nocciolo sono “Tonda gentile delle Langhe”, “Tonda gentile romana”, “Tonda di Giffoni” (sensibile alle gelate), “Mortarella” e “S. Giovanni”, tutte autoincompatibili, con necessità quindi di impollinazione incrociata, operata dal vento.

Le avversità climatiche invernali e primaverili (i venti freddi, le escursioni termiche giornaliere, l’umidità, le gelate tardive) possono avere gravi conseguenze sulla produzione delle nocciole.

Il frutto, una ghianda, a maturazione cade a terra. La raccolta si fa tra la fine di agosto e la prima metà di ottobre. Un cespuglio può produrre anche kg 10 di nocciole oppure niente, negli anni in cui è senza gemme fiorifere, o per circostanze avverse. Allevamento e coltivazione La piantagione del nocciolo si fa in autunno, assegnando a ciascuna pianta circa m2 15 o anche meno, ma poi, dopo 5-6 anni, bisognerà diradare i cespugli se non si vuole mantenere un boschetto impenetrabile. Buona norma è comunque piantare gli alberi a gruppi o costituire siepi divisorie.

La pianta può diventare alta m 2, se allevata a cespuglio basso, e fino a m 3-4, se allevata ad alberello.

L’allevamento a cespuglio consiste nel tagliare la pianta, dopo il trapianto, a poche gemme da terra o nel piantare, entro ciascuna buchetta, 3-4 polloni radicati. Nell’uno e nell’altro caso, durante il primo anno, occorre allevare 3-4 germogli e altrettanti al secondo; al terzo si ha un cespuglio con 8-10 branche permanenti, da cui si avranno ramificazioni laterali fruttifere. Nell’alberello, invece, la pianta viene all’inizio tagliata (in inverno) all’altezza cui si vuole ottenere l’impalcatura e poi viene allevata a vaso (sventrando con tagli di diradamento la vegetazione interna alle branche che formano la struttura portante) oppure a forma libera (cercando invece di privilegiare l’asse centrale verticale della chioma rispetto alle branche laterali).

La fioritura avviene sui rami di un anno (di cm 10-25), per cui è bene potare ogni anno, per stimolarne il rinnovamento.

Coi tagli annuali, bisogna anche sfoltire la chioma, asportare i vecchi rami fruttiferi, diradare quelli nuovi e asportare i polloni radicati, che sono sempre numerosi alla base del fusto.

Se si pota nei mesi di gennaiofebbraio, è bene scuotere gli alberi per favorire il movimento del polline. I tagli grossi devono essere coperti da mastici per evitare la penetrazione di funghi e malattie. Circa la propagazione, i noccioli si ottengono facilmente per pollone radicato (la via più facile e naturale), per talea e per propaggine.

Anche se la pianta è rustica, è bene fare concimazioni annuali. L’irrigazione è necessaria in caso di estate molto secca.

La raccolta si può fare nell’albero o, previo scuotimento delle branche, da terra, se il terreno è stato appianato e ripulito dalle erbe infestanti.

Le principali avversità sono rappresentate da un acaro, molto dannoso (l’eriofide), che distrugge, ipertrofizzandole, le gemme miste (fiorifere); poi, da alcuni insetti come il punteruolo (balanino), la “cimice”, che provoca l’aborto seminale, i rodilegni, che danneggiano tronchi e branche. La lotta contro insetti e acari è fattibile, ma resa molto difficile, anche negli esiti, se trascurata o tardiva.

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La frutta: noce e l’olivo

La noce

In un giardino, il noce tende a occupare molto spazio e, siccome è di lento accrescimento, per fruttificare è fare ombra, richiede molti anni. L’albero, il cui legno è ricercatissimo, infatti continua a crescere addirittura per decenni.

L’albero nasce facilmente da seme e ciò ha di fatto ostacolato la propagazione per innesto, che risulta anche piuttosto difficile nell’attecchimento, delle varietà migliori e la stessa selezione dei tipi più adatti ai diversi ambienti.

Resiste bene ai freddi invernali, teme solo, qualche volta, le gelate primaverili. Anche per il terreno non ha particolari esigenze, ma prospera meglio nei suoli freschi, profondi, poco argillosi e poco calcarei. Caratteristici nel noce, come nel nocciolo, sono i fiori sessualmente separati: le infiorescenze maschili (amenti) sono portate da rami di un anno e fioriscono prima (in aprile) di quelle femminili, che si formano invece sui nuovi germogli. Per tale motivo, a volte può verificarsi qualche difficoltà d’impollinazione, che è operata dal vento, nonostante l’autofertilità teorica delle cultivar, ed è sempre meglio disporre di due o più varietà.

Il frutto è tanto più pregiato quanto più ampio è il gheriglio rispetto al guscio e quanto meno estesi sono i sette lamellari che dividono i cotiledoni del seme, che è rappresentato dal gheriglio. Il mallo della noce, quando il frutto è ancora piccolo, viene utilizzato in campagna (macerato in alcool con aromi) per la preparazione di un liquore dolce, ancora oggi abbastanza diffuso in Emilia Romagna: il nocino.

Le migliori varietà di noci (con resa in peso di sgusciato del 45-50%), a parte la popolare “noce di Sorrento” (mediotardiva, a frutto mediopiccolo, di ottima qualità nei cloni migliori), sono di origine americana e francese. Esse sono: “Eureka” (con noce grossa, ovale, a maturazione media), “Franquette” (noce grossa, ovale, a maturazione tardiva, adatta anche al Nord), “Hartley” (noce grossa, ovale, mediotardiva, adatta anche al Nord), “Payne” (noce grossa, sferica, precoce, teme le gelate tardive), “Serr” (noce grossa, tonda, medioprecoce, teme le gelate).

La piantagione si fa in novembre con alberi di uno o più anni innestati su franco o su “noce nero”. La distanza fra due piante di noce dovrebbe essere di almeno m 8-10. Durante i primi anni, in genere, l’albero deve essere privato, con la potatura invernale, dei rami bassi, in modo che la chioma si formi su un tronco molto alto, di almeno m 2-3, e cosi si possa sfruttare lo spazio sottostante come soggiorno esterno. Se poi si vuole avere un tronco diritto – più pregiato per il legname – “ripulirlo” di rami fino a m 4-5. Poi, si può lasciarlo crescere interamente, senza praticare mai tagli, eccetto l’asportazione di rami secchi o malati, da fare preferibilmente alla fine dell’estate. Per la raccolta, sarebbe opportuno scuotere le branche in settembre e non aspettare la caduta naturale, che a volte è troppo tardiva.

Uno dei principali problemi della coltivazione del noce è quello sanitario. I frutti vanno soggetti all’attacco del verme carpocapsa, responsabile deH’annerimento e del disseccamento del gheriglio. La lotta contro questo agente patogeno, teoricamente facile con i comuni trattamenti a base di esteri fosforici, diviene in pratica impossibile o diffìcile per l’altezza della chioma, irraggiungibile con le comuni pompe. Altre pericolose malattie sono di origine batterica (sono colpiti i germogli) o fungina (come i marciumi radicali, il cancro legnoso, ecc.), la cui cura incontra problemi analoghi a quelli appena ricordati per l’altezza della chioma.

Olivo

L’olivo, caratteristico della flora arborea mediterranea, è un albero stupendo. La chioma ariosa, le foglie persistenti dal verde argenteo, le branche contorte, il tronco che sembra sopravvivere al tempo e a qualsiasi offesa naturale, lo rendono anche assai decorativo e testimoniano di una vitalità e capacità rigenerativa che non ha eguale in nessun’altra specie arborea da frutto.

L’olivo trova il suo habitat ottimale nell’Italia centromeridionale, mentre al Nord lo si trova solo intorno ai laghi, lungo le pendici collinari appenniniche esposte a mezzogiorno, nella Riviera ligure o anche nei giardini cittadini della Valle Padana, se accostato a un muro o comunque riparato. Infatti, il rischio che possa patire gravi danni a causa del freddo invernale (oltre i —10° o —12°) è molto alto. Se le branche si seccano, può rigettare nuovi rami dal pedale (ove si trovano gli ovuli), ma la preesistente chioma va perduta.

Per il terreno, invece, non vi sono grossi problemi: l’olivo si adatta anche a quelli più ingrati, calcarei, argillosi, aridi, grazie alla notevole capacità di penetrazione in profondità dell’apparato radicale. Tuttavia, se si pretende che fruttifichi, il suolo deve essere fertile, fresco, profondo.

L’Italia è ricca di molte varietà di olive, che si raggruppano in varietà “da olio”, selezionate in base alla resa in olio e alla produttività per pianta, e in varietà “da tavola”, a frutto più grosso. In un giardino, è bene mettere a dimora queste ultime, anche perché sono utilizzabili dalle famiglie.

L’oliva, che però non è edule alla raccolta, deve essere sottoposta a “concia”: prima di tutto, occorre provocare una fermentazione lattica per farle perdere l’amaro; poi, per conservarla, la si mette in “salamoia” oppure la si essicca allo stato naturale. La conservazione può essere fatta anche a “frutto verde”, e allora la raccolta si fa a cominciare da settembreottobre, oppure a “frutto nero”, e allora si raccoglie più tardi, in inverno, fino al successivo aprile.

In un giardino, se non vi sono piante di olivo abbastanza vicine, la fruttificazione è garantita solo dalla presenza di almeno due varietà interfertili (il polline è trasportato dal vento). La fioritura è tardiva (giugno) e i fiori sono riuniti in grappolini (mignole), portati sui rami dell’anno precedente in quantità enormemente superiore alle effettive capacità produttive dell’albero (kg 5-6). Di conseguenza, l’allegagione è sempre molto bassa; se poi la produzione è abbondante, l’albero si predispone a fruttificare ad anni alterni.

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L’olivo: impianto e allevamento

L’olivo, come sempreverde, va piantato in autunno, con il suo pane di terra per favorire l’attecchimento, e poi tagliato a un’altezza di cm 70-100 da terra. L’allevamento può essere fatto a forma naturale, oppure a cespuglio, a vaso, a monocono, a ipsilon, a palmetta. È quindi una specie plastica e adattabile anche a forme obbligate. Tuttavia, se durante l’allevamento si pota poco, dopo 2-3 anni inizia a fruttificare; invece, se si taglia molto, è necessario attendere anche 6-7 anni.

Durante il primo e il secondo anno, la pianta deve essere educata più attraverso interventi correttivi (inclinazioni, cimature, ecc.) che attraverso tagli di raccorciamento o di asportazione dei rapii.

Per occupare poco spazio, una forma molto adatta è quella monoconica, in cui c’è un solo asse verticale, sostenuto da un paletto e privilegiato su tutte le altre branche laterali, che non devono cosi prendere il sopravvento sul primo. In tal modo, senza tagli alla freccia, l’albero produce subito e lateralmente si allarga poco. La distanza fra le piante non dovrebbe però essere inferiore a m 3-4; se poi si alleva a vaso o a forma naturale, tale distanza dovrebbe spingersi fino a m 5-6. Nel vaso cespugliato si deve partire da tre polloni emessi dalla ceppaia (nel caso che il tronco sia stato reciso per danni da freddo o senescenza) oppure da tre “piantoni”, messi a dimora al vertice di un triangolo di m 1 di lato circa; in tal caso, si avrà una chioma policonica, a tre tronchi, con chiome integrate.

Oggi però c’è la tendenza a impalcare gli olivi in basso, vicino a terra e con un solo tronco, per agevolare le operazioni di raccolta, che sono molto onerose. In giardino, invece, può essere conveniente anche fare l’impalcatura alta, per utilizzare lo spazio sottostante la chioma.

La potatura di produzione è bene che sia attuata ogni anno, altrimenti la zona di fruttificazione si sposta in alto e verso l’esterno. Quindi, bisogna sfrondare la chioma per dare aria e luce, asportando, oltre i rami che hanno fruttificato, le branche più vecchie per favorire il rinnovo della vegetazione produttiva. Vanno poi eliminati i succhioni, che sorgono sul dorso delle branche, e salvaguardati gli apici delle branche dai germogli concorrenti che vanno asportati. Infine, tagliare anche i polloni alla base del tronco.

Il terreno deve essere pulito da erbe. Il consumo di acqua può essere molto ridotto, ma l’irrigazione è necessaria nei suoli molto aridi.

La concimazione annuale dovrebbe comprendere circa g 45 di solfato ammonico per ogni m2, da spargere in marzo, e altrettanto di perfosfato e solfato potassico più letame in autunno, da interrare con l’ultima lavorazione del suolo.

Un’attenzione particolare va dedicata agli aspetti sanitari. L’olivo è colpito frequentemente da: cocciniglie (trattare con oli bianchi attivati con esteri fosforici), mosche (irrorare i frutti verdi, all’apparire dei primi fori di ovodeposizione, con dimetoato), tignole (trattare in prefioritura con esteri fosforici), occhio di pavone (cicloconio) e fumaggine (trattare con ossicloruro di rame alla conclusione della stagione estiva).

La frutta: pero

Il pero è una pianta da frutto molto adatta per un orto familiare: è poco ingombrante, relativamente facile da governare e potare, molto produttiva e, soprattutto, capace di occupare, con un’accurata scelta varietale, un calendario di maturazione di circa 8 mesi, con raccolta ripartita in 4 mesi.

Come specie, si adatta a tutto il territorio nazionale, anche se sembra trovare le migliori condizioni di terreno e di clima nella pianura alluvionale padana, con inverno freddo, primavera fresca e spesso umida, estate molto calda. Nell’Italia del Sud, specie se si fa uso del portainnesto cotogno, vi sono talora difficoltà di acclimatazione a causa dell’insoddisfatto “fabbisogno di freddo”, che alcune cultivar manifestano con cascola di gemme, fioritura ritardata, fruttificazione irregolare, frutti atipici. Nell’Italia del Nord, invece, può capitare che il freddo invernale sia eccessivo, fino a lesionare o a eliminare parte delle gemme miste, ma di solito in quantità tale da non influire sulla produzione. Solo in annate particolari (in media ogni 4-5 anni), con una temperatura al di sotto dei —15°, si hanno consistenti danni alle gemme a frutto o fenditure di tronchi.

Più pericolose sono invece le gelate primaverili o le piogge che, durante la fìoritura, ostacolano il volo degli insetti pronubi necessari all’impollinazione incrociata. Vi sono tuttavia varietà, come “Conference” e “Butirra Hardy”, che sono partenocarpiche, in cui cioè il frutto può svilupparsi senza semi (per esempio, in caso di gelate in periodo di fioritura).

Per quanto riguarda il terreno, la specie si adatta soprattutto a quelli mediocompatti, anche argillosi, purché non troppo umidi e asfìttici, e con un contenuto in calcare attivo non superiore al 6-7%, altrimenti, se il portainnesto è il cotogno, si manifestano facilmente sintomi di clorosi (cioè ingiallimento fogliare).

Gli astoni di pero vanno piantati in autunno, di solito in novembredicembre, o in marzo. Al momento dell’acquisto, controllare che gli alberi non siano né malati (virosi, tumori radicali, ecc.) né varietà non corrispondenti a quelle richieste. Come portainnesto, è bene scegliere il cotogno, che imprime all’albero uno sviluppo alquanto limitato e ne induce una rapida messa a frutto, migliorando anche la qualità dei frutti. Solo nei terreni aridi, calcarei o ciottolosi, si può optare per il pero franco (da seme).

In concreto, se il terreno è fertile, i peri innestati su cotogno abbisognano di circa m2 3-4 (bastano m 1,50-2 fra una pianta e l’altra e m 3,50-4 tra le file), mentre, se sono innestati su pero franco, occorrono circa m2 10-12 (m 3 tra le piante e almeno m 4 tra le file). Anche l’altezza dell’albero è diversa: col cotogno raggiunge m 3-4, col franco 5-6.

Per una famiglia media, è bene acquistare una sola pianta per varietà, con frutti maturi scalarmente. La produzione di un albero può oscillare da kg 10 a 60, per cui con 5-6 alberi (una o due varietà estive, due o tre autunnali e uno o due invernali) ci si può approvvigionare di pere per 6-8 mesi in un anno. Per conservare per qualche settimana le varietà estivoautunnali, che altrimenti maturano rapidamente o, come le più precoci, “ammezziscono” (imbrunimento del cuore) se non sono consumate subito dopo la raccolta, occorre un capace frigorifero, a +3-5°, e capaci sacchetti di polietilene.

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Il pero: allevamento e potatura

Il pero si alleva in teina naturale, fusiforme o globosa, a piramide, a vaso, ma soprattutto a palmetta, che è la forma adottata nella maggioranza dei frutteti. La notevole plasticità della specie è dimostrata anche dall’uso di forme obbligate con tronco eretto (per esempio, cordoni semplici e doppi, siepe belga, trilosanga) o inclinato (sistemi a “bandiera”, “Bouché Thomas”, “Lépage”), che richiedono tutti, più o meno, numerosi tagli che la pianta tollera solo in fase adulta, accentuando spesso la sua naturale fertilità.

Descrivere le operazioni richieste per ciascuna forma di allevamento è qui materialmente impossibile, anche perché i concetti informatori sono in gran parte gli stessi del melo, cui si rimanda il lettore. È però necessario ricordare che, in linea di massima, se i peri sono piantati nel giardino accanto ad altri fruttiferi, conviene optare per una chioma fusiforme che assecondi Yhabitus naturale della varietà, mentre, se le piante sono accostate a muri o devono creare siepi divisorie, si- può optare per i cordoni, i meno ingombranti, o per le palmette o le forme ad asse inclinato, le più basse (meno di m 2).

Forma naturale Al momento del trapianto, si taglia l’astone a cm 80-100 da terra, poi lo si lascia crescere liberamente per 3-4 anni senza mai fare tagli, tranne l’eliminazione dei rami mal disposti oppure formanti biforcazioni o succhioni. Poi, si inizia la potatura di fruttificazione.

Fuso In tal caso, l’astone, se il terreno è fertile e fresco, può essere lasciato intatto, cioè senza tagli, e legato a un paletto o a un filo di sostegno. Poi, in giugnoluglio, si deve intervenire solo con la potatura verde, per eliminare parte dei germogli apicali (se sono troppi) e per scegliere i germogli destinati a divenire branche (gli altri, se vigorosi, con la cimatura si mortificano temporaneamente). Palmetta Si può procedere sia col taglio annuale della freccia, per ottenere un palco di branche all’anno, o meglio – come nella “palmetta anticipata” e libera – senza alcun taglio di raccorciamento, semplicemente privilegiando la crescita dell’asse centrale e correggendo l’equilibrio con le branche laterali (attraverso loro eventuali inclinazioni, se ci sono i fili cui legarle) o “scaricando” le parti distali di tali branche con l’asportazione estiva dei germogli in soprannumero. Altre forme Nelle altre forme, invece, come per esempio il vaso e la piramide, occorrono numerosi tagli e interventi che ritardano la messa a frutto, anche se consentono di ottenere una forma perfettamente geometrica. Nelle forme “obbligate” ad asse inclinato (per esempio, la bandiera) i tagli devono essere sostituiti da inclinazioni o curvature che limitano la crescita dei rami e ne favoriscono la precoce fruttificazione. Completata la fase di allevamento, si possono seguire altri criteri, ispirati alla potatura francese “Lorette”: a fine giugnoluglio, si cimano i germogli vigorosi a 2-3 gemme per provocare l’emissione, entro l’estate, di lamburde fiorifere, che produrranno l’anno seguente.

Potatura di produzione Ogni varietà presenta particolari esigenze in relazione al tipo di ramo a frutto prevalente. Se la fruttificazione avviene su brindilli (come “William” e “Butirra precoce Morettini”), occorre una potatura lunga e ricca; se su lamburde portate da branche di due anni (come “Abate fètel” e “Decana del Comizio”), ogni anno è richiesto il raccorciamento di tali branche in misura di circa un terzo o la metà. Se infine la fruttificazione avviene su lamburde associate ad apici vegetativi (come “Passa Crassana”), si deve fare una potatura corta con l’asportazione di tali apici e almeno il 50% delle lamburde fiorifere.

In ogni caso, con la potatura invernale, da fare scrupolosamente ogni anno, i rami a legno di un anno non devono essere raccorciati, ma solo diradati e occorre mantenerne in numero necessario a ricostituire un equilibrato carico di lamburde fiorifere nell’anno successivo.

Nel pero non c’è quasi mai bisogno di diradamento dei frutti, perché l’allegagione è spesso inferiore al necessario; anche per questo è meno frequente o raro il fenomeno dell’alternanza della produzione.

Il pero: le cure colturali e la raccolta

Le cure colturali

Per quanto riguarda le concimazioni, per prima cosa occorre lavorare il terreno molto superficialmente, sotterrando, in autunno, i concimi fosfopotassici (g 30-40 per ogni m2) e organici (letame, pollina o altri residui animali ogni 2-3 anni).

Alla fine delFinvemo, spargere in superficie un concime azotato: nitrato o solfato ammonico in ragione di g 50-60 per ogni m2 oppure la metà in urea. In caso di inerbimento sottochioma (prato falciato), bisogna aumentare la dose di azoto del 20% circa e curare bene l’irrigazione (a pioggia con precipitazioni di mm 15-25 per volta) con apporti settimanali o decadali nei momenti particolarmente siccitosi.

Inoltre, è necessario mantenere ben falciata l’erba sotto gli alberi in primavera, sia per ridurre i pericoli delle gelate primaverili (dove c’è l’erba, c’è maggiore dispersione termica nelle ore notturne), sia per ridurre i pericoli delle infezioni fungine e in particolare della ticchiolatura, perché l’erba con la traspirazione fogliare aumenta l’umidità dell’aria e quindi il pericolo di inoculi di agenti patogeni. Occorre anche tener presente che il terreno, se è inerbito, oltre che falciato frequentemente, va irrigato più spesso in estate e concimato con maggior quantità di azoto a causa della competizione esercitata dalle erbe infestanti.

In alternativa all’inerbimento, è bene lavorare il terreno (per togliere le erbe) a poca profondità, mentre qualche riserva esiste ancora sull’uso degli erbicidi che suscitano qualche perplessità per il possibile inquinamento del suolo.

Il pero richiede una grande quantità di trattamenti antiparassitari, per cui occorre fare bene attenzione a rispettare le concentrazioni e le epoche di intervento, per non ustionare le foglie e far cadere i frutti anzitempo, oltre che i tempi di carenza, cioè di sicurezza igienica per i consumatori, che oscillano da 10 a 50 giorni fra l’ultimo trattamento e la raccolta.

Per le varietà soggette a cascola preraccolta può essere utile la somministrazione, circa 10-20 giorni prima della raccolta, di un ormone anticascola. Contro la “cascola di giugno”, invece, non ci sono rimedi, se non nell’equilibrata potatura e nella concimazione.

Un’altra operazione chè si può rendere necessaria è la copertura degli alberi con reti antigrandine, nelle zone che ne sono colpite e sulle varietà a maturazione mediotardiva.

La raccolta

Il distacco dei frutti va attuato con cura, mediante capovolgimento del peduncolo dopo che vi si è appoggiato l’indice, per evitare che si spezzi e, essendo legnoso, fori le pere con cui viene a contatto nel cesto.

La raccolta deve essere fatta in 2-3 tempi per albero, in funzione dell’uso che si vuol fare dei frutti. Le pere precocissime vanno consumate appena raccolte; quelle estive, che sono raccolte alla vigilia della maturazione, si possono conservare in frigorifero al massimo per qualche settimana; quelle autunnali si raccolgono nella prima metà di settembre e maturano da ottobre in poi; quelle invernali si raccolgono da metà settembre a tutto ottobre e maturano da dicembre in poi. Se non si dispone di un capace frigorifero, si possono conservare anche in un fruttaio, entro gabbie da kg 5-10 o in cassette a un solo strato, avendo cura di tenere molto: arieggiato l’ambiente e di controllare periodicamente l’eventuale inizio di marciumi, che coinvolgerebbero anche i frutti vicini.

Se si conservano le pere in frigorifero, meglio utilizzare sacchetti chiusi di polietilene, che bloccano la respirazione e ritardano la maturazione dei frutti. Naturalmente, quando si tolgono i sacchetti dal frigorifero, è bene tenere le pere a temperatura ambiente per qualche giorno, finché non sono intenerite, cioè ben mature.

Le varietà autunnoinvernali, col frigorifero si possono conservare fino a 4-5 mesi, mentre in fruttaio solo qualche settimana, dal momento in cui hanno raggiunto la maturazione (buccia gialla, polpa tenera e succosa, aromi percettibili).

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La frutta: il pesco

Le pesche sono suddivisibili in due grandi gruppi: le pesche a polpa bianca, più antiche, che conservano alcuni caratteri della specie originaria (anche nel sapore, un po’ asprigno) e sono sempre meno coltivate; e le pesche a polpa gialla, che sono invece molto diffuse, perché meno liquescenti e in genere più colorite e più resistenti alla manipolazione.

Le pesche gialle, a loro volta, possono essere “da dessert”, cioè a polpa tenera e di solito spicca, oppure “da industria” (percoche), con polpa molto consistente anche a maturazione e nocciolo aderente. Le percoche sono utilizzate anche per il consumo diretto, ma sono idonee soprattutto per l’inscatolamento (per farne prodotti sciroppati) e per la preparazione di confetture.

Inoltre, un altro gruppo di pesche, le nettarine, derivate per successivi incroci dalle vecchie peschenoci, possono essere sia a polpa gialla (quasi tutte le varietà) sia bianca, e servono unicamente per il consumo diretto, come le pesche a polpa bianca. Le nettarine si distinguono somaticamente dalle altre pesche per un solo carattere: la buccia glabra, che è anche di solito colorata di rosso acceso, lucente e priva quindi del tomento più o meno visibile nelle pesche comuni.

Esiste infine un’altra specie di pesco, di origine cinese, da cui sono state ottenute alcune varietà nane, sia di pesche sia di nettarine, bianche e gialle (per esempio, “Bonanza”, “Nectarina”). Gli alberi nani, che hanno rami cortissimi e sono quasi privi di intemodi, appaiono come cespugli globosi, alti non più di m 1-2 da terra. Questi peschi, molto decorativi, sono ugualmente produttivi, ma le pesche, mediopiccole, sono di qualità scadente. Questi peschi, non utilizzati per le colture frutticole, sono prodotti dai vivaisti soltanto per i giardini, dove possono trovare posto in piccolissimi spazi.

La coltura del pesco in Italia, dal Piemonte alla Sicilia, trova ampie possibilità di adattamento, con esclusione ovviamente, al Nord, della collina medioalta (oltre i m 500-600) e delle aree montane.

Terreno La specie è tuttavia esigente in fatto di terreno, che deve essere profondo, fresco, fertile, sciolto o poco argilloso, non calcareo, ma soprattutto ben drenat.o. L’apparato radicale del pesco franco (cioè da seme) teme infatti moltissimo l’asfissia radicale provocata da ristagni idrici, specialmente autunnali o primaverili, e la presenza di calcare che provoca facilmente la clorosi delle foglie.

Con l’uso di adatti portainnesti, tuttavia, il pesco può essere coltivato anche in terreni tendenzialmente argillosi, compatti e umidi (per esempio, innestando il pesco su alcuni cloni di susino “Damasco” o “S. Giuliano”) o anche in terreni “stanchi” da “reimpianto” (mediante il polrtainnesto ibrido “Pesco x mandorlo 677”). Clima Le varietà resistenti al freddo superano agevolmente l’inverno nelle regioni settentrionali (purché non si scenda oltre —18-20°), mentre quelle, abbastanza numerose, che hanno uno scarso “fabbisogno di freddo” (di origine generalmente californiana), si adattano bene al Sud. Alcune, per esempio “Springtime”, si adattano a tutto il territorio nazionale.

Il pesco, tuttavia, per la sua fioritura precoce (tra il 10 marzo e il 10 aprile) può subire gli effetti delle gelate tardive o di un cattivo andamento climatico, con perdita di gemme e di fiori. Di solito, comunque, la fioritura è molto abbondante e tale da mascherare anche eventuali danni da fattori climatici avversi.

Inoltre il pesco, tranne qualche eccezione (per esempio, “J. H. Hale”) è specie autofertile e si impollina perciò facilmente neU’ambito dello stesso fiore, purché vi sia nel frutteto presenza di api o di altri pronubi.

Nella maggior parte delle cultivar, poi, necessita anche il diradamento dei frutti, tanto è elevato il numero di quelli che rimangono dopo la cascola (anche 1.000-2.000, mentre ne bastano poche centinaia).

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Il pesco: impianto, concimazione e irrigazione

Impianto

L’impianto degli alberi si fa a novembre, non appena sono cadute le foglie. Le distanze di piantagione oscillano damò X 5am5 x 4, se gli alberi sono allevati a forme espanse come il vaso, mentre scendono a m 5 x 4 o m 4 x 3, se la forma è la palmetta e ancora a meno se è il fuso (4×2).

Concimazione

La concimazione, e in particolare quella azotata, è molto importante. Nel pesco in allevamento bastano g 20-30 di nitrato ammonico per ogni m2; negli alberi adulti invece occorrono da g 50 a 100 di solfato o nitrato ammonico (o g 20-50 di urea) per ogni m2 e per anno, meglio se sparso in due tempi: 2/3 a fine inverno e 1/3 dopo circa 1-2 mesi, ma entro maggio. Specie nei terreni sciolti, è utile anche la concimazione fosfopotassica, che deve essere abbondante all’impianto e poi ripresa dopo 3-4 anni, somministrando in autunno circa g 30 di solfato potassico e 20 di perfosfato per ogni m2; ogni 2-3 anni, occorre anche una buona letamazione o altra concimazione organica.

Irrigazione

Irrigazione Fondamentale, per ottenere elevati standard produttivi, è anche l’irrigazione: il pesco, infatti, consuma molta acqua, oltre m3 0,50 per ogni m2 di superfìcie. Le irrigazioni si possono fare per scorrimento dell’acqua (se abbondante), in appositi solchi scavati sotto gli alberi, oppure per aspersione a pioggia o anche con tubi adduttori e gocciolatori localizzati in numero di due o più per ciascun albero.

L’acqua è necessaria soprattutto durante l’ingrossamento dei frutti e in prossimità della loro maturazione. In caso di siccità, i frutti, che rimangono piccoli e deformi, maturano più tardi. Per limitare l’evapotraspirazione, lavorare il terreno. Maturazione e raccolta L’epoca di maturazione dei frutti non deve essere anticipata, se si vuole che la polpa, non solo intenerisca, ma anche diventi dolce e fragrante.

Il frutto è da raccogliere quando la polpa attorno al peduncolo cede alla pressione delle dita e quando la buccia comincia a staccarsi dalla polpa con facilità. È opportuno usare cassette con stampi interni in plastica, per evitare che i frutti si ammacchino nel trasporto e nelle successive manipolazioni.

Le pesche raccolte, se sono già mature, andrebbero subito consumate oppure messe immediatamente in frigorifero a +1° o +3°, dove possono restare da una settimana, per le cultivar precoci, fino a oltre un mese, per quelle tardive.

L’epoca di maturazione va da metà giugno fino ai primi di settembre, ma la massima produzione si ha tra il 10 luglio e il 10 agosto. Se si vuol avere un buon assortimento di pesche per la famiglia, occorre un albero da raccogliere ogni 10 giorni, pari quindi, nei 2-3 mesi della stagione, a 5-10 alberi di altrettante varietà a maturazione scalare, appositamente scelte.

Di solito, le pesche più grosse e qualitativamente migliori sono quelle a maturazione media o tardiva (cioè, al Nord, da metà luglio in poi); quelle precoci presentano anche altri difetti: ridotta pezzatura e scarsa qualità, fenditura del nocciolo o scatolatura, polpa aderente al nocciolo e filamentosa, nocciolo proporzionatamente troppo grosso rispetto alla polpa, frutti “gemellati”, ecc.

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Il pesco: come allevare e potare un pesco

Il vaso

Tra le forme di allevamento del pesco, le più comuni sono: vaso, palmetta e forma libera. In ogni caso, l’albero si può ottenere in due modi: innestando a dimora il portainnesto piantato l’anno precedente oppure, preferibilmente, piantando l’astone di un anno d’innesto.

Il vaso è la forma storica, tradizionale, per antonomasia. Vi sono vari tipi di vaso: il più comune è quello a 3 branche (oppure a 4, come in Piemonte) poco inclinate (circa 30-35° rispetto all’asse del tronco) e ciascuna provvista di 3-4 sottobranche o branche secondarie distanziate fra loro di cm 60-90, alternate, inclinate a 50-60° e disposte a lisca di pesce.

Il vaso è relativamente facile da mantenere, dà elevate produzioni di buona qualità, assicurando un’uniforme distribuzione di aria e luce, di cui la specie è molto esigente: in ombra i rami vegeterebbero poco, rimarrebbero sottili e i frutti sarebbero piccoli e poco coloriti.

Primo anno All’impianto, l’albero va reciso a circa cm 70-80 da terra, asportando eventuali rami anticipati e allevando, poi, 3 germogli ben disposti e distanti circa cm 10-15. Tali germogli, da luglio in poi, vanno assicurati a un cavalletto di canne o ad altri sostegni direzionali. Gli altri germogli vanno torti, cimati o asportati. La potatura cosiddetta “verde”, perché si pratica nei mesi primaveriliestivi (tra maggio e luglio), è molto importante nel pesco, perché consente di correggere e guidare la crescita dei germogli, evitando o riducendo così la necessità di tagli nell’inverno successivo.

Secondo anno Si può procedere in due modi: attraverso il taglio di raccorciamento dei 3 rami, che formano le branche primarie, all’altezza del primo palco di branche secondarie (cioè a circa cm 50 dal tronco) oppure lasciando intatti i tre rami, salvo sfruttare la presenza di eventuali rami anticipati o l’insorgenza di nuovi rami, per costituire le 3 branche seconciarie. Naturalmente, nel secondo caso, l’albero cresce più in fretta, fruttifica prima, ma si impone comunque un’attenta sorveglianza e vari interventi di potatura verde, per guidare la formazione delle branche, eliminando o cimando i germogli concorrenti o soprannumerari. Terzo anno Valgono le stesse considerazioni fatte per il secondo anno, evitando, se è possibile, di raccorciare le branche e i rami.

Bisogna fare attenzione al mantenimento dell’equilibrio fra le branche primarie (agendo sulla loro inclinazione) ed evitarne l’eccessiva attività vegetativa nelle parti terminali, che devono essere alleggerite asportando o cimando alcuni germogli, che – se troppi – produrrebbero danno alla vegetazione delle parti più basse.

Alla fine del terzo anno l’albero presenta anche due palchi di branche secondarie.

Quarto anno II completamento dello scheletro si ha perciò al quarto anno, durante il quale comincia anche la potatura di fruttificazione con numerosi tagli di diradamento dei rami e con netta preponderanza della potatura invernale, mentre quella estiva sarà ora limitata a qualche taglio al momento del diradamento dei frutti. Inoltre, la potatura verde, se eseguita troppo presto, può favorire l’emissione di poco fertili rami anticipati e, se troppo tardi, può nuocere allo sviluppo delle pesche.

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Come allevare e potare un pesco: la palmetta e la forma libera

La palmetta

È questa una forma adatta per il giardino solo in particolari circostanze: per esempio, per fare un setto divisorio arboreo, una siepe perimetrale, per accostare alberi a un muro esposto a mezzogiorno, se si opera in una zona piuttosto fredda, ecc. La palmetta è anche meno ingombrante del vaso, in quanto il pesco è obbligato a crescere in due sole dimensioni.

La potatura all’impianto, a differenza del vaso, può essere evitata, lasciando quindi intatto l’astone, che deve essere “ripulito” dei rami anticipati troppo esili e corti o cresciuti troppo in basso.

L’astone, intero, può essere allevato a “tutta cima”, senza tagliare quindi il ramo di prolungamento (o freccia) dell’asse centrale anche negli anni successivi. Anzi, si può fare di più: si possono utilizzare, fin dal momento del trapianto, i migliori rami anticipati dell’astone da destinare alla costituzione scheletrica delle prime branche, i cui apici, come la freccia centrale, non devono essere mai spuntati o tagliati. È questa la nuova “palmetta anticipata” o “libera”, che consente di accelerare al massimo la formazione dell’albero, anticipando la messa a frutto dell’albero stesso, che già al secondo anno può produrre da kg 5 a 15 di pesche e al terzo da kg 30 fino a 60 per albero. Se si vuole avere successo, occorrono però condizioni ambientali favorevoli e terreno fresco e fertile.

La potatura è perciò, al primo come al secondo e al terzo anno, limitata a qualche taglio di diradamento dei rami, specie nelle parti distali delle branche (da farsi soprattutto durante i mesi di maggio, giugno e luglio), e all’eliminazione di alcuni eventuali rami vigorosi e diretti in senso trasversale alla linea longitudinale del filare.

È ovvio che si otterrà un albero irregolare, esteticamente criticabile, ma abbastanza equilibrato e precocemente produttivo. Dal terzo al quarto anno, si deve cominciare, poi, la potatura di fruttificazione, con molti tagli di diradamento dei rami fruttiferi, ove questi sono troppo numerosi (l’asportazione può superare il 50%).

Nella forma tradizionale – la “palmetta regolare o irregolare a branche oblique” – si vuole invece costituire una struttura scheletrica prefigurata da 3 o 4 coppie di branche sovrapposte e quindi simmetriche, egualmente sviluppate e distanziate, inclinate di circa 50-60° rispetto all’asse centrale verticale. A tal fine, occorre apportare un maggior numero di tagli e di correttivi (inclinazione e piegatura delle branche, torsione o cimatura estiva di germogli concorrenziali, ecc.), nonché praticare ogni anno, compreso quello di impianto, tagli di raccorciamento della freccia a un’altezza di poco superiore a quella cui si vuole ottenere un palco di branche: in pratica, a cm 70-80 da terra dopo il trapianto dell’astone; a circa cm 150 da terra alla fine del primo anno; successivamente, a cm 80-100 al di sopra del taglio precedente, per ottenere un albero la cui eventuale quarta impalcatura non si trovi a un’altezza superiore a m 3-3,50 da terra.

Se ogni anno (in inverno) si raccorcia la freccia, bisogna anche fare vari altri tagli di diradamento, cioè asportare alcuni rami laterali e in certi casi anche raccorciare le stesse branche, per mantenere una certa proporzione fra le dimensioni delle varie parti della chioma. In tal modo, l’albero risulterà geometricamente ben fatto e anche strutturalmente equilibrato, anche se questo risultato deve essere pagato in termini di minore produzione iniziale, cioè di ritardo nella “messa a frutto”.

Di solito, un albero a palmetta produce meno di un vaso, ma, rispetto allo spazio di giardino che tiene occupato, può produrre di più. Se un vaso adulto produce, a seconda delle varietà, da kg 60 a 120 di pesche, una palmetta può produrne da kg 30 a 80. (Nelle annate climaticamente avverse, la produzione può però ridursi notevolmente.) Nella palmetta, grazie al limitato spessore della chioma (circa cm 60-80) la raccolta dei frutti, distribuiti come su una parete fruttifera, è facilitata e, se l’orientamento delle branche (cioè dell’eventuale filare) è nordsud, l’albero sarà ugualmente sviluppato, e produttivo, sulle due “facciate”; se l’orientamento è estovest, invece, i rami della parete sud saranno più sviluppati e produttivi di quella a nord.

La forma libera

L’albero, piantato intatto oppure con il solo taglio di raccorciamento dell’astone, cresce liberamente quasi senza interventi per 2-3 anni.

La chioma, nel primo caso, acquisisce dapprima un aspetto fusiforme che, sotto il peso della produzione di pesche, tende in seguito a espandersi più lateralmente che in altezza. Il fuso diventa cosi un globo o un tronco di cono irregolare, con branche molto aperte, soggette anche a scosciarsi o a spezzarsi (salvo l’apposizione di sostegni) e con zone di eccessivo ombreggiamento e assembramento di vegetazione, che si riflettono negativamente sulla qualità dei rami misti (sottili o poco fertili) e soprattutto sulla quantità, sulla pezzatura e sulle caratteristiche qualitative dei frutti.

A partire dal terzo e dal quarto anno, dopo aver sfruttato l’iniziale, rapida e abbondante messa a frutto, prima di tutto occorre una potatura di ristrutturazione o di riforma della chioma, consistente nell’eliminazione delle branche troppo sviluppate o equilibrate e nel riportare la struttura scheletrica a una forma accettabile (piramidale o appiattita). In alternativa, si possono diradare solo le branche per dare luce e aria e continuare a sfruttare intensamente l’albero fino a ridurre la sua longevità o comunque la durata economica del pescheto, che verrà cosi spiantato dopo 7-8 anni, anziché dopo 12-14 anni come avviene nei frutteti industriali.

La spalliera a ipsilon

Oltre ai metodi di allevamento del pesco fin qui descritti, esiste anche la spalliera a ipsilon. Ma, dal momento che essa è. stata più precisamente presentata a proposito del melo.

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La frutta: ribes, allevamento e potatura

Ribes

Esistono varie specie di ribes: quello nero (coltivato nel Trentino e in Piemonte), quello rosso, presente solo nei giardini e coltivato invece in altri Paesi del Nord, e, infine, quello bianco, piuttosto raro.

Il ribes fruttifica a grappoli che si formano sui rami dell’anno precedente e, in seguito, su corti rametti fruttiferi inseriti sul legno vecchio (specie nel ribes rosso).

Le bacche o acini del ribes nero, ricche di vitamina C, acidule, di un sapore asprigno, aromatico, sono adatte alla preparazione di succhi. Quelle del ribes rosso, invece, sono adatte sia per la preparazione di marmellate, gelatine, succhi anche fermentati, sia per la tavola; ma per il consumo diretto sono preferite, in genere, le varietà bianche, più dolci.

Negli Stati Uniti d’America il ribes nero è proibito per legge, perché portatore di una malattia, la ruggine trasmessa al pino.

Il ribes è un arbusto abbastanza rustico, che, in Italia, si adatta bene solo nelle zone prealpine, non troppo fredde in inverno (fino a m 700-800) e non soggette a gelate primaverili tardive, che colpirebbero anche gravemente le piantine, la cui germogliazione è molto precoce (marzo). Alcune varietà, in pianura, temono l’esposizione in pieno sole specie nei periodi siccitosi (le foglie si abbronzano e poi possono, parzialmente, arrostire e seccare); in certi casi, si rende perciò necessario ombreggiare parzialmente le piante con apposite reti di filo plastico nero, che proteggono le piantine anche dalla grandine e dagli uccelli che si cibano di frutti e gemme.

Per quanto riguarda il terreno, il ribes si adatta ovunque, sebbene quello rosso prediliga terreni leggeri, freschi, ben drenati.

Per le necessità di una famiglia media bastano alcune piantine, al massimo una decina, la cui maturazione cade in un periodo che va, a seconda delle varietà scelte, da metà giugno a metà agosto. La produzione si aggira intorno a kg 1 per pianta nel ribes nero e va oltre in quello rosso. Lo sviluppo della pianta e il suo ingombro sono relativamente modesti, tanto che le distanze di piantagione oscillano da m 1 a 1,50 sulla fila, fino a m 2-2,50 tra le file. L’altezza non supera m 1-1,50. L’epoca di piantagione può essere autunnale o a fine inverno se il terreno è praticabile.

Prima dell’impianto concimare bene con letame o residui organici, e con perfosfato (g 50 per pianta) e solfato potassico (g 40), di cui il ribes ha alquanto bisogno.

Allevamento e potatura

Le piantine si possono allevare: a cespuglio naturale, con numerosi rami eretti che si irradiano un po’ obliquamente dal ceppo; ad alberello, cioè, in pratica, ricavando il cespuglio su un unico tronco alto cm 20 circa; a ventaglio o a cordone verticale, semplice, doppio, sovrapposto o in qualsiasi altro modo lo si voglia foggiare su un piano verticale (nel caso, per esempio, che la pianta sia accostata a un muro). Nel caso del cespuglio o dell’alberello, non è necessario alcun sostegno, mentre nelle forme obbligate, tipo cordone, bisogna predisporre un traliccio oppure mettere in opera su un filare dei fili orizzontali, sui quali si possano legare, nella posizione voluta, i cordoni permanenti e, se del caso, i nuovi rami di sostituzione.

Dopo il trapianto, la piantina, in inverno, va tagliata a poche gemme, vicino a terra, oppure a cm 30 se si vuole allevare un solo tronco. Durante i primi due anni si devono fare pochi tagli, sempre che la forma sia libera (a cespuglio o ad alberello), limitandosi all’asportazione dei rami in soprannumero sorti (da terra) intorno al cespuglio oppure alla base dei rami già scelti come branchette fruttifere permanenti. Queste ultime, se si dimostrano troppo deboli, possono essere raccorciate di un terzo circa, operando il taglio al di sopra di una gemma esterna.

Nel terzoquarto anno, lasciare sviluppare liberamente i rami laterali del cespuglio, che sarà costituito, in complesso, da 8-10 branche principali. Alcuni tecnici suggeriscono di raccorciare ogni anno i prolungamenti di tali branche, facendole cosi crescere effettivamente di pochi centimetri all’anno, ma ciò non è necessario se il cespuglio è ben equilibrato.

Dopo il quartoquinto anno, è bene mantenere un buon diradamento all’interno del cespuglio, eliminando le branche più vecchie che cominciano a divenire improduttive o a occupare troppo spazio e lasciando i rami di sostituzione vigorosi, provenienti dal basso.

NeH’allevainento a cordone verticale, si deve allevare, invece, il solo prolungamento del fusto, raccorciandolo ogni anno di un terzo, finché non raggiunge l’altezza di m 1,80 circa. I rami laterali devono essere raccorciati fortemente, perché questi dovrebbero originare solo corti rametti fruttiferi.

La potatura (sia nel cespuglio sia nelle altre forme) va eseguita in due tempi: in inverno, quando è bene attendere il momento del rigonfiamento delle gemme, per tener conto di eventuali danni da freddo, da uccelli, ecc., facendo tagli di raccorciamento, come si è già detto sopra; e in giugno, quando i giovani germogli cominciano a diventare di colore verdebruno chiaro, cimando i germogli laterali sopra la quarta foglia (nel cordone, anche quello di prolungamento).

Un’altra operazione complementare di potatura è l’eliminazione dei polloni basali. Infine, in estate, c’è chi esegue, durante la raccolta, una potatura sostitutiva di quella invernale, tagliando addirittura molte branchette coi grappoli, che poi devono essere distaccati a casa manualmente o con appositi “pettini”.

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Il ribes: moltiplicazione e cure colturali

Il ribes si propaga facilmente per talea; a tale fine, in ottobrenovembre, si prelevano rami dell’anno di buona vigoria e diritti, tagliandoli alla base.

Il ramo va ridotto alla lunghezza di cm 40, eliminando la parte apicale meno lignificata e altri tratti, se cresciuti male nel periodo più caldo; accecare poi col pollice le gemme della talea, a eccezione, ovviamente, di quelle superiori (4-5), da cui si devono formare i germogli; le altre, invece, vanno eliminate per evitare che sorgano germogli sotterranei e per favorire quindi, al loro posto, l’emissione delle radici. La talea, prima di essere piantata verticalmente in una fossetta del vivaio, può essere immessa in una soluzione di ormoni, che favoriscono la radicazione (si trovano facilmente in commercio). I “bastoncini” vanno poi addossati alla parete verticale della fossetta a intervalli di circa cm 15 e a profondità tale che, dopo la copertura di terra fine, la talea sporga per circa cm 15 sopra il livello del suolo.

Dopo un anno, cioè nel novembre successivo, quando la talea è divenuta una “barbatella” radicata, trapiantarla a dimora avendo cura di metterla un po’ più profonda che in un vivaio.

I rami della piantina devono essere subito accorciati a poche gemme, come detto sopra. Alla fine dell’inverno, in caso di gelo e se risultasse sollevato, comprimere il terreno ai piedi delle piantine.

Poi, bisogna avere cura di estirpare le erbe infestanti o, se c’è il prato, di mantenere sempre ben rasata l’erba, che può essere utilizzata per la pacciamatura sotto il cespuglio. È bene non lavorare il terreno sotto la pianta per non rompere le radici. Anche la concimazione deve essere fatta, quindi, spargendo i concimi in superfìcie: circa g 15-20 di solfato ammonico per ogni m2, g 20-30 di solfato potassico, un po’ meno di perfosfato da mescolare con terriccio organico fine.

L’irrigazione, se c’è il prato, va eseguita abbastanza spesso, anche settimanalmente.

Quanto alle malattie si ricordano: l’oidio e la ruggine, che si curano con zolfi e fungicidi; gli afidi, gli acari e varie larve di insetti, che si combattono con insetticidi specifici. Nel complesso, la difesa non è difficile.

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La frutta: rovo

Il rovo, allo stato naturale, è un arbusto spinoso, infestante, spontaneo lungo i corsi d’acqua, nei litorali, come nell’impenetrabile vegetazione della macchia mediterranea. Ma quello coltivato è tutt’altra cosa. Prima di tutto, è inerme (senza spine), più vigoroso e molto produttivo; le more (un aggregato di drupeole) non sono piccole, ma grosse, nere, acidule, di sapore gradevole, adatte tanto al consumo diretto (a tavola oppure come succo, anche fermentato) quanto soprattutto per la surgelazione, per ricavarne poi, a tempo debito, marmellate, torte, ecc.

Le nuove varietà americane di rovi inermi hanno dimostrato una grande adattabilità a condizioni ambientali assai diverse. Infatti, vegetano piuttosto bene e prosperano anche in posizioni poco ombreggiate, non temono il freddo invernale, si adattano a vari terreni, anche compatti e umidi, sebbene preferiscano i suoli leggeri, soffici, purché acidi (pH 5-6) e abbastanza ricchi di sostanze organiche.

I tralci di rovo sono lunghissimi (fino a m 6), striscianti o semieretti, per cui è indispensabile sorreggerli con sostegni, fili, tralicci (come se il rovo fosse un rampicante), anche per evitare che, nel giardino, occupino troppo spazio e soffochino le altre piante.

Per una famiglia bastano 2-3 piante, che possono dare kg 8-10 di more ciascuna. Le varietà sono generalmente autofertili.

Allevamento e coltivazione

Il rovo è di facile propagazione: basta infilare o soltanto appoggiare a terra in estate la cima di un germoglio (propaggine a capogatto) e questa subito radica, creando una nuova piantina con alla cima del germoglio interrato le nuove radici. Il rovo però, si propaga anche per talea.

La piantagione si fa in autunno, tardi, dopo la caduta delle foglie, o alla fine deH’inverno, prima del risveglio delle gemme, che è molto precoce. È bene acquistare piante sane, anche perché la specie è molto sottoposta a malattie da virus o nematodi, poi incurabili.

Le distanze di piantagione sono differenti a seconda della varietà, della forma di allevamento e del terreno. Nei terreni più fertili e freschi occorrono circa m2 6 per pianta (per esempio, m 3×2), ma possono diventare 8-9 (come nella “Thornless Evergreen”) o ridursi a 4,50-5 per le varietà meno vigorose.

Subito dopo la piantagione, è bene accorciare la piantina a cm 20-30 da terra. La fruttificazione inizia al secondo anno (per arrivare poi fino a kg 1-2 per pianta). Le infiorescenze, a petali rosei grandi, si formano in cima a corti germogli fruttiferi che fioriscono in maggiogiugno.

La forma di allevamento può essere scelta a piacimento, ma deve essere necessariamente obbligata. Nel modo più semplice basta tendere fra due pali (alti m 2-3) alcuni fili (3-4) orizzontali, sovrapposti, ad altezze diverse da terra partendo da cm 70-80, in modo che la nuova vegetazione sia indirizzata lungo il filare a formare una sorta di siepe con i nuovi tralci procombenti lateralmente e carichi di more, facili da raccogliere. La nuova vegetazione deve invece crescere legata ai fili superiori per non ombreggiare i tralci a frutto.

Data la grande facilità di rinnovo della vegetazione, non conviene allevare un solo fusto, ma, ogni anno, scegliere vari tralci, i meglio sviluppati e lignificati, e legarli a ventaglio su entrambi i lati, oppure a palizzata, cioè a tralci sovrapposti su 5-6 fili. In ogni caso, vanno eliminati completamente, con tagli raso terra o quasi, i tralci dell’anno precedente che hanno fruttificato.

La potatura, quindi, è molto facile e consiste nel tagliare ogni anno una grande quantità di legno, sia vecchio sia nuovo, perché altrimenti la nuova vegetazione sarebbe poi troppo fitta e la fruttificazione scadente. Bisogna però avere sempre cura di separare, con interventi di potatura verde (estiva), i nuovi germogli di sostituzione, che partono dal piede, dai tralci fruttiferi legati ai fili; tale separazione può essere ottenuta o in altezza, indirizzando i nuovi germogli al di sopra della fascia produttiva, o in larghezza, indirizzando i tralci fruttiferi da un lato della pianta madre e orientando i nuovi germogli dall’altro.

Circa le cure colturali, oltre a qualche raro trattamento antiparassitario se compaiono insetti e acari o se si manifestano muffe (tipo botrite), bisogna porre attenzione all’irrigazione, che deve essere fatta 1 o 2 volte con 1 20-40 per pianta alla settimana nei periodi asciutti, specie se il suolo è inerbito. È bene, in tal caso, accumulare sotto la pianta uno straterello di erba ricavato dalla falciatura del prato, per mantenere più umidità nel terreno a benefìcio della pianta.

La concimazione deve essere eseguita annualmente con circa g 100-150 per pianta di solfato ammonico e periodicamente (ogni 2-3 anni) con perfosfato e solfato potassico mescolati ad abbondanti somministrazioni di letame o concime organico.

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La frutta: susino

I susini coltivati appartengono a diverse specie e gruppi varietali. I più noti sono i susini europei, domestici perché diffusi da tempo immemorabile. Essi includono susine sia da consumo fresco sia per usi industriali, fra cui l’essiccazione: tipiche sono le “prugne agostane” (pregiate le francesi “Agen” e derivate), le “Regina Claudia” (grosse e profumate per la tavola) e le “Mirabelle”, diffuse in Francia per usi soprattutto industriali, estrazione di acquavite, ecc.

Da qualche decennio sono andate però sempre più diffondendosi, per il solo consumo diretto, numerose cultivar del gruppo cinogiapponese, caratterizzate da alberi di rapida crescita e precoce messa a frutto e da frutti grossi e colorati (a polpa poco consistente, dolce, succosa, ma purtroppo di rapido deterioramento) che maturano di solito più precocemente di quelle europee.

Infatti, le susine cinogiapponesi (la maggior parte sono state ottenute negli Stati Uniti con incroci e selezioni) maturano da metà giugno fino a tutto luglio, mentre quelle europee, salvo alcune eccezioni rappresentate da cultivar (per esempio, “Ruth Gerstetter”) che maturano a fine giugno o in luglio (per esempio, “California blue”), si raccolgono in agosto o nella prima decade di settembre.

Esiste inoltre una terza specie di susino, il “Mirabolano” (o “Rusticano”), coltivato sia per l’estrema precocità di maturazione dei frutti (prima metà di giugno), che sono però in genere molto piccoli, sia per l’elevata fertilità che si rivela anche come capacità d’impollinazione delle cultivar cinogiapponesi.

Il susino, in generale, è una specie fra le più rustiche: sia il franco (da seme) sia gli altri susini portainnesti, e soprattutto il “Mirabolano”, si adattano a qualsiasi tipo di terreno, anche argilloso, umido e freddo (se le cultivar sono tardive), calcareo, purché profondo; è meglio comunque se il terreno è ben drenato.

Non prospera invece nei terreni poveri, sabbiosi, specie se sono anche siccitosi, nel qual caso i frutti crescono poco e cadono anzitempo.

Per il clima, tenuto conto della precocità di fioritura che, in marzo, precede quella del pesco (almeno per le cultivar cinogiapponesi), i rischi maggiori sono dovuti alle gelate e al maltempo durante e subito dopo la fioritura.

Inoltre, la quasi totalità delle susine cinogiapponesi e buona parte delle europee sono autosterili; occorre quindi disporre non solo di alberi impollinatori, interfertili, ma anche degli insetti pronubi e delle condizioni climatiche che ne agevolino i voli.

L’impianto del susino si fa in autunno e le cure iniziali degli alberi sono simili a quelle delle altre specie. L’albero è piuttosto vigoroso e, una volta adulto, può produrre facilmente oltre kg 50-60 di frutta.

La concimazione per essere equilibrata deve comprendere i principali macroelementi: azoto, fosforo e potassio. Ogni anno, a fine inverno, spargere in superfìcie g 50 e più per ogni m2 di solfato o nitrato ammonico, oppure g 25-30 di urea. Ogni 2-3 anni è bene somministrare anche letame, che va interrato con il perfosfato (g 50-60 per ogni m2) e solfato potassico (g 30-40 per ogni m2). I concimi fosfopotassici e quelli organici è bene che siano sparsi in autunno, prima dell’ultima lavorazione del terreno.

Se si vuole realizzare una produzione abbondante e di buona qualità, tenuto conto della relativa superficialità dell’apparato radicale, specie nei suoli leggeri e con falde acquifere molto profonde, è bene curare tempestivamente l’irrigazione. Gli “stress idrici” sono responsabili, fra l’altro, di alcune fisiopatie del frutto (per esempio, gommosità interna); inoltre, favoriscono i “colpi di calore” sui frutti, provocano improvvisa cascola e, dopo una pioggia, danno adito alla “screpolatura” della buccia che, con la precedente siccità, ha perso la propria naturale elasticità.

A questo fine, se non si dispone di un impianto irriguo permanente, occorre evitare l’inerbimento del suolo e peggio ancora la crescita di erbe infestanti, che competono coi susini sottraendo acqua. Insieme alle erbe, quando il portainnesto sia rappresentato da una specie di susino pollonifera (per esempio, susini “Damasco” e “S. Giuliano”), bisogna anche falciare, sarchiare e rimuovere i polloni radicali, numerosi specialmente in prossimità del colletto dell’albero.

L’uso di erbicidi nei giardini è spesso sconsigliabile, a meno che non si faccia uso di semplici disseccanti fogliari o di prodotti a basso residuo tossico e inquinante.

Fare attenzione agli uccelli, specie vicino ai caseggiati, mettendo in atto reti o allarmi intermittenti.

Un’altra operazione normalmente necessaria, se l’allegagione è risultata normale, è il diradamento manuale dei frutti, da farsi in maggio, non appena le susine sono grosse quanto un’unghia o poco più. Un ramo di media lunghezza (cm 50) può portare anche 20 e più frutti: troppi per divenire sufficientemente grossi e di buona qualità. I frutti, inoltre, non devono crescere a grappoli intorno alla branca o al dardo fruttifero, ma essere sufficientemente distanziati (cm 4-5), per un’equilibrata nutrizione e quindi una normale dimensione.

Per asportarli senza ledere la corteccia, circondare coll’indice il peduncolo del frutto, che si staccherà poi con la spinta data dal pollice, lasciando in essere quindi il solo peduncolo. È bene che ogni dardo fiorifero porti non più di uno o due frutti.

Il diradamento dei frutti, in definitiva, è un’operazione indispensabile per ottenere una fruttificazione costante, elevata e di qualità, per ridurre l’incidenza di alcune malattie e, nei susini europei, per evitare l’alternanza di produzione.

La raccolta va fatta quando il frutto, già intenerito, assume un colore di fondo rivelatore della maturazione incipiente. Per accelerare la maturazione delle susine europee, si possono eseguire trattamenti con fìtoregolatori a basse concentrazioni. Il frutto deve essere raccolto possibilmente insieme al peduncolo (si conserva meglio) ed evitando sfregamenti che asporterebbero dalla buccia la caratteristica pruina.

In frigorifero, le susine cinogiapponesi si conservano qualche giorno, mentre le cultivar europee più serbevoli (a polpa soda e spicca) possono arrivare a 30-40 giorni (a 0—4°), purché non abbiano subito manipolazioni, urti, o non siano state contaminate da funghi agenti di marciumi.

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Il susino: allevamento, potatura e la potatura di fruttificazione

allevamento e potatura

Il susino si può allevare a vaso, a piramide, a palmetta o anche secondo varie altre forme meno note.

Vaso Questa forma, che è abbastanza facile da creare, consente una buona penetrazione di luce e di aria all’interno della chioma e procura elevate produzioni. È però abbastanza ingombrante e richiede distanze di piantagione piuttosto ampie (m 6×5 oppure, come minimo, 5×4). All’impianto, l’astone deve essere tagliato a cm 80-90 da terra. Non bisogna denudare il tronco di eventuali rami anticipati (da tagliarsi a 2-3 gemme), per fare in modo che le foglie lo proteggano da eventuali scottature solari.

Primo anno Si devono allevare tre germogli, i migliori, purché sufficientemente distanziati (cm 10-15), “sterzati” sul tronco di circa 120° ognuno e inseriti con un buon angolo di apertura. Il germoglio apicale, se troppo eretto, conviene che sia cimato in estate ed eliminato, poi, in inverno; eliminare, sempre in estate, anche i germogli più bassi, al di sotto del germoglio scelto come terza branca. I tre germogli vanno inclinati in corretta posizione (almeno 30-35° rispetto alla verticale).

Secondo anno Si comincia alla fine dell’inverno col taglio di raccorciamento delle tre branche nei punti da cui si vuole sorgano le tre secondarie di primo ordine. Il taglio deve essere più energico (a cm 50-60 della sua lunghezza) nel ramo più forte e meno in quello debole, oppure, in alternativa, quest’ultimo non deve essere inclinato, mentre il primo deve essere temporaneamente aperto fino a 60° circa per indebolirlo. L’eventuale presenza di una freccia “tiralinfa”, all’apice del tronco, richiede un ulteriore raccorciamento o la sua totale asportazione. Eliminare anche i rami competitivi con le tre branche o perché mal disposti o perché troppo vigorosi; conservare, invece, i rami deboli e quelli orizzontali, perché saranno i primi a fruttificare.

Durante i mesi di maggiogiugno, controllare lo sviluppo dei germogli apicali (prolungamento delle branche) e quello dei tre germogli scelti come branche secondarie. Gli altri, se competitivi, devono essere cimati o completamente eliminati.

Terzo anno Procedere nuovamente, se necessario, al taglio di raccorciamento delle branche primarie per poter ottenere il “secondo giro” di branche secondarie opposte alle prime, a circa cm 80-90 da quello precedente. Per il resto, gli interventi, sia alla fine dell’inverno sia durante l’estate, sono paragonabili a quelli dell’anno precedente.

Occorre aggiungere, inoltre, un altro tipo di intervento, il “diradamento dei germogli apicali”, se questi sono troppo numerosi e rischiano di squilibrare la branca a favore della parte alta, distale, più ricca di vegetazione. La branca deve essere, invece, rivestita ugualmente di rami anche nelle parti basse, per cui occorre “scaricare” la parte alta.

Le branche secondarie, di regola, non si raccorciano, perché si suppone che abbiano una posizione molto inclinata, aperta e tale da consentire una crescita equilibrata e una messa a frutto più rapida. Non si dimentichi, in ogni caso, che per alcuni susini europei, i quali sono lenti a fruttificare, occorre attendere anche 3-4 anni per vedere i primi frutti.

Piramide All’impianto, l’astone deve essere tagliato a m 1,20-1,50 da terra, asportando i rami anticipati più bassi, fino a cm 50-60 da terra.

Primo amo Durante l’estate, scegliere 4-5 germogli: quello apicale deve ripristinare la continuità dell’asse verticale, mentre gli altri 3-4 devono andare a formare (distanziati di cm 10-12 l’uno dall’altro e sterzati di almeno 90°) altrettante branche, molto inclinate (a 60-70°) e irradiantisi a occupare, in proiezione orizzontale, l’intero circolo assegnato all’albero. Secondo anno La potatura consiste nell’agevolare la crescita, privilegiata sugli altri rami, di quelli scelti nel primo anno. Se questi ancora non ci sono o ne mancano alcuni, di solito si “riparte” con un nuovo taglio della freccia. Quest’ultima, però, in caso normale, dovrebbe essere raccorciata a distanza di almeno cm 60-80 al di sopra del taglio dell’anno precedente e poi, durante l’anno, occorre procedere alla scelta di germogli come indicato per il primo anno.

I rami laterali, se ben inclinati, devono essere lasciati intatti, oppure, se poco sviluppati, raccorciati proporzionalmente di un terzo o di metà (metodo tradizionale). I tagli vanno sempre fatti sopra a gemme rivolte verso l’esterno.

Terzo anno e successivi Dopo 3-5 anni, l’albero risulta completamente formato con 10-12 branche ripartite su 3-4 palchi teorici, ma in realtà inserite più o meno irregolarmente sull’asse centrale, in modo da conferire all’albero una forma conicopiramidale con le branche proporzionalmente meno sviluppate dal basso in alto. Palmetta E il metodo più diffuso nella frutticoltura intensiva, perché consente di allevare alberi siepiformi, facili da governare con l’uso di attrezzature meccaniche. All’impianto l’astone va tagliato a circa cm 70 da terra (ma nella “palmetta anticipata” si lascia intero, senza raccorciamenti e poi si allevano in coppia due branche ogni anno, fino a costituire un albero con 4-5 palchi di branche oblique (a circa 40-45° dalla verticale) distanziate tra loro di circa cm 70-80.

Per ottenere questa forma non è necessario tagliare la freccia e nemmeno i rami apicali delle branche. È difficile diradare annualmente solo i rami in soprannumero o diretti ortogonalmente al piano longitudinale della palmetta e scaricare l’estremità delle branche, se sono troppo ricche di germogli. L’albero fruttifica molto presto e abbondantemente e la sua struttura scheletrica, seppure irregolare e alquanto sviluppatta in altezza (oltre m 3-4), si presenta equilibrata, facile da mantenere e governare (perché spesso, tra una parete e l’altra, ci sono non più di m 1,5).

La potatura di fruttificazione

Il susino fruttifica sui rami dell’anno precedente, oltre che – specie nel susino europeo – sui dardi fioriferi, detti anche “mazzetti di maggio”, rami cortissimi che portano numerose gemme. Dato che questi dardi rimangono vitali per alcuni anni, vanno rinnovati solo quando sono in via di esaurimento.

I rami misti, invece, vanno diradati o raccorciati (se molto fertili) ogni anno, per consentire un rinnovamento continuo, necessario soprattutto nel susino cinogiapponese. Inoltre, con la potatura, devono essere periodicamente “ribassate” la freccia e le branche con tagli cosiddetti “di ritorno”, perché fatti al di sopra di rami o branchette capaci di ripristinare l’asse direzionale delle branche.

Si devono anche eliminare i rami verticali vigorosi, fuori posto, fra cui gli eventuali “succhioni”. La potatura di fruttificazione deve avvenire alla fine deH’inverno, ma può essere in parte anticipata in estate, dopo la raccolta, o in settembre

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La frutta: uva

In Europa esistono soprattutto due tipi di uva: quella da vino e quella da tavola. Qui è presa in considerazione solo l’uva da tavola, più adatta per un giardino che abbia anche un angolo di vigna, il cui fine sia quello di rifornire la mensa di famiglia per un paio di mesi e anche oltre, e non di alimentare una minicantina. Fare il vino “in casa” è infatti molto diffìcile se non si dispone delle attrezzature, dei locali, dell’esperienza e del tempo necessari. La soddisfazione di produrre un vino genuino rischierebbe di essere frustrata da un risultato incerto.

Meglio dunque restare alle uve da mensa, che hanno grappoli assai più attraenti, acini grossi, spesso ovali, di colore molto intenso (giallodorato o ambrato, oppure rosaviolaceo, blu o nero), con polpa croccante e succosa insieme, zuccherina, spesso aromatica (come nei Moscati) e con pochi semi. In alcune uve, “apirene”, i semi non vi sono e sono quindi adatte anche per l’essiccazione (come le sultanine) o per fare macedonie.

Le uve da vino, invece, anche se molto produttive, hanno spesso grappoli compatti, serrati, con acini piccoli e vinaccioli grossi. Ciò ovviamente non esclude che certe uve da vino (per esempio, 1’“Albana”) qualche volta siano consumate a tavola e che uve da tavola (come “Regina” e “Moscato di Terracina”) siano utilizzate per la vinificazione, sia pure con esito mediocre.

Un altro tipo che merita di essere segnalato è la cosiddetta “Uva fragola”, con gli ibridi derivati, resistente alle malattie. Queste sono uve adatte soltanto per essere inserite con qualche esemplare in giardini in cui non si ha la possibilità di eseguire i trattamenti antiparassitari, di cui le uve sia da vino sia soprattutto da tavola hanno assoluta necessità. Peraltro, queste uve, fra cui la varietà “Concord”, assai diffusa negli Stati Uniti per la produzione di succo non fermentato, hanno un caratteristico sapore “volpino” e una polpa compatta, poco gradevoli al palato.

Circa gli ambienti adatti alle uve da tavola bisogna porre alcune riserve di ordine soprattutto climatico. La vite prospera ovunque, ma, se si vogliono ottenere uve di elevate qualità, occorrono estate molto calda e poco piovosa, esposizione molto soleggiata, specialmente quando si avvicina il periodo della vendemmia.

Nell’Italia del Nord queste condizioni mancano e, inoltre, ci sono alcuni rischi derivati dalle temperature che scendono oltre i —15°: può seccarsi l’intero ceppo o, nei casi più lievi, le gemme fino a una certa altezza da terra. I danni delle gelate tardive sono invece molto ridotti o trascurabili, perché la vite germoglia tardi e le infiorescenze (grappoli) compaiono ancora più tardi, in maggiogiugno, lungo i nuovi tralci (pampini).

Sul tipo di terreno non vi sono grossi problemi, perché esiste un’ampia gamma di portainnesti, che rendono possibile piantare la vite anche in terreni poveri, aridi, calcarei, oppure compatti, argillosi, ma non troppo umidi. Per scegliere il “piede” (cioè il portainnesto) giusto, consigliarsi sempre con un esperto. Nei terreni sciolti o sabbiosi, irrigui, si possono piantare direttamente le viti “franche di piede”, cioè derivate direttamente da talea, senza innesto, come si faceva un tempo, prima che un afide radicicolo (la fillossera) avesse reso necessario il ricorso ai portainnesti ibridi euroamericani.

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Uva: impianto e cure colturali

Un ceppo di vite può produrre da kg 5 a 20 di uva (in rapporto al sistema di allevamento, alla vigoria, al vitigno, ecc.). Bastano quindi poche viti scelte con un calendario di maturazione scalare, da luglio a ottobre, per assicurare un buon raccolto alla famiglia.

In genere, le varietà più precoci o di prima epoca sono di buona qualità solo al Sud; al Nord bisogna aspettare settembreottobre per poter ottenere uve di discreta qualità. La scelta dei vitigni deve tener conto soprattutto dell’ambiente, prima ancora che del desiderio di raccogliere l’uva a una certa data. Si tenga inoltre presente che i vitigni delle uve da tavola sono in genere interfertili e quindi si potrebbe piantare anche una sola varietà; è però noto che, in annate difficili, la presenza di due o più varietà vicine favorisce l’allegagione e riduce l’acinellatura, quel fenomeno cioè per cui alcuni acini rimangono piccoli.

Alcune pratiche colturali rivolte a migliorare la fertilità e la qualità dell’uva sono: 1) lo sfregamento, in fioritura, delle infiorescenze per favorire l’impollinazione sui vitigni a grappoli irregolari (come “Primus” e “Regina dei vigneti”); 2) il diradamento degli acini, che serve a uniformare la crescita di quelli rimasti; 3) l’incisione anulare dei tralci uviferi vigorosi, per aumentare la fertilità e il tenore zuccherino degli acini; 4) la sfogliatura dei tralci uviferi, per scoprire i grappoli in prossimità della maturazione, al fine di farli maturare meglio.

Di solito, si comprano dal vivaista piantine di un anno d’innesto oppure “barbatelle” di portainnesto da innestare a dimora (quest’ultima scelta presenta maggiori rischi).

In autunno o alla fine dell’inverno, dopo i freddi, dopo essersi accertati che l’apparato radicale è folto e sano, piantare le viti. Se la piantagione autunnale avviene al Nord, è bene ricoprire con terra, fino a primavera, un tratto di cm 10-20 al di sopra del punto d’innesto, per premunirsi contro le eventuali gelate. Le distanze di piantagione oscillano da m 0,80 a 1,50 fra le piante e da m 2 a 5 tra le file, a seconda della vigoria e della forma d’allevamento. Di solito, nei terreni fertili, il trapianto della vite non presenta problemi, perché la radicazione è facile e notevole la capacità dell’apparato radicale di adattarsi e penetrare in profondità (per questo il terreno potrà essere “lavorato” superficialmente anche in seguito, senza rischi di rottura dell’apparato radicale). Sistemare nella buchetta un po’ di concime organico e un paio dii pugni di perfosfato e solfato potassico, concimi che, negli anni successivi, devono essere somministrati, prima o durante l’inverno, in ragione di circa g 30 per ogni m2, mentre alla fine dell’inverno o in primavera vanno somministrati, nei primi anni, g 40-45 di solfato ammonico e in seguito dosi dello stesso concime azotato comprese fra g 60 e 80 per ogni ni2, in rapporto allo stato di vegetazione della pianta.

Il diserbo chimico è consigliabile solamente con riserva. Meglio sarebbe lavorare il suolo.

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Uva: l’allevamento

La vite necessita per l’allevamento di un tutore; in genere, si predispone, a filare, un sistema di pali e fili di ferro zincato, variamente disposti: a) su un piano verticale e a varie altezze (se l’allevamento è a “cordone speronato”, “Sylvoz”, “capovolto”, “Guyot”, ecc.); b) su un piano orizzontale (come nel sistema a “tendone pugliese”); c) su entrambi i piani precedenti, come nei sistemi a “pergoletti”, a “raggi”, ecc. In ogni caso, siccome uno di questi fili deve essere

“portante”, cioè reggere il peso del ceppo, deve essere posto al)’altezza in cui si allevano i “cordoni permanenti” o i “capi a frutto”. Di solito, tale altezza può oscillare, nelle forme basse (solo su piano verticale) e in zone che non presentano rischi di gelate, da cm 80 a 150 da terra; oppure oltre l’altezza d’uomo (da m 1,80 a 2,10), dove la vite viene allevata su un piano orizzontale, recuperando in tal modo un ampio spazio sottochioma (per esempio “pergolati”, “berceau”, ecc.). Altri fili, più sottili e posti più in alto o più in basso di quello portante, servono poi per sistemarvi sopra, legandoli in posizione orizzontale, inclinata verso il basso o ad arco verso il basso (per esempio, capovolto), i tralci di sostituzione, che produrranno neU’anno successivo.

Nelle forme di allevamento più espanse e nei vitigni molto vigorosi, occorrono anche fili supplementari più alti (oltre m 2,50 da terra), su cui fare arrampicare mediante i viticci i nuovi germogli eretti, centrali, fra i quali, a fine annata, scegliere i tralci di sostituzione.

Se il terreno è povero oppure l’ambiente è siccitoso, la vite può essere allevata riducendo l’intera struttura a un solo filo (come nel sistema “Guyot”) oppure eliminando qualsiasi sostegno, come nel cosiddetto “alberello”, comune soprattutto in Sicilia, per cui si può fare uso di un semplice paletto o canna, cui assicurare, in estate, i nuovi germogli.

Da quanto finora esposto si deduce che la vite è allevabile in molti modi, ognuno dei quali ha i suoi motivi di validità, se viene ben fatto. Di seguito, sono descritte le operazioni da fare per alcuni sistemi relativamente facili da attuare.

Cordone speronato verticale È una forma adatta a vitigni che sopportano potature corte in ambienti centrosettentrionali, sia in pieno campo sia a ridosso di un muro, in posizione però ben soleggiata. E poco ingombrante, per cui si può piantare fìtto (circa m 1 fra pianta e pianta), ma occorre un’intelaiatura di 3-4 fik orizzontali distanti tra loro circa cm 50 (quello portante deve essere posto ad almeno cm 140 da terra). I fili orizzontali possono essere raccordati con altri fili (o rami di potatura) verticali, atti a favorire la sistemazione dei tralci con la potatura invernale e durante l’estate la separazione tra settori produttivi e settori vegetativi della parete uvifera che ne risulta.

Circa la potatura, al primo anno dopo il trapianto, raccorciare la vite a cm 10 circa da terra, allevare conseguentemente due germogli (il sottostante dei quali di riserva), cimare gli altri ed eliminare quelli eventualmente provenienti dal piede.

Tra la fine del primo anno e l’inizio del secondo, se non si è già provveduto, sopprimere uno dei due germogli, il peggiore, e raccorciare l’altro a un’altezza compresa fra cm 30 e 60 da terra.

Con la nuova vegetazione del secondo anno, scegliere, in giugno, i tre migliori germogli, uno dei quali, il più alto, costituirà il prolungamento del fusto e deve crescere verticalmente, mentre gli altri due opposti daranno origine alla prima coppia di branchette, o meglio di “speroni” laterali. Altri eventuali germogli devono essere cimati, “tollerando” qualche eventuale grappolo d’uva, oppure eliminati.

Tra la fine del secondo anno e l’inizio del terzo, in inverno, raccorciare nuovamente il tralcio superiore alL’al— tezza a cui si vuole ottenere la seconda coppia di speroni (cm 30-60 al di sopra del taglio dell’anno precedente) e raccorciare anche i due tralci laterali, sottostanti, a “sperone” con poche gemme (cm 10-20), che durante il terzo anno formeranno sia germogli uviferi sia germogli di sostituzione.

Durante il terzo anno (giugnoluglio), procedere come nel secondo, scegliendo tre germogli apicali adatti a proseguire il fusto e a formare la seconda coppia di speroni. Tra la fine del terzo anno e l’inizio del quarto, potare come alla fine del secondo. Inoltre, sopprimere i tralci che hanno fruttificato e speronare quelli di sostituzione per “mantenere” in essere la prima coppia di speroni. Procedere cosi ancora finché il “cordone” non ha raggiunto circa m 2,50 di altezza, se è vicino a un muro, con 4-6 coppie di speroni.

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Uva: l’allevamento con il cordone verticale

Il cordone verticale è in ogni caso diffìcile da mantenere, per cui c’è chi preferisce farlo in orizzontale, per attenuarne gli inconvenienti (difficoltà di mantenere un buon equilibrio fra vegetazione in alto e in basso, ecc.) quasi tutti riconducibili alla potatura corta. Per questo, oggi, si preferisce spesso allevare la vite con sistemi di potatura mista o lunga, anziché corta come quella testé descritta.

La potatura di fruttificazione è molto facile nella vite: basta sopprimere a ogni fine inverno, quando la vite ha iniziato il “pianto” dalle ferite da taglio, tutti i tralci dell’anno precedente, eccetto quelli basali, più sviluppati e meglio lignificati, che devono essere raccorciati a poche gemme (1-3). Se la pianta è molto vigorosa e non tollera tagli cosi corti ed energici (lo si può verificare dalla qualità di uva raccolta) oppure se le gemme basali sono sterili (come nel “Moscato d’Amburgo”), conviene trasformare il cordone verticale speronato in un sistema “Guyot” misto, consistente nel raccorciare i tralci di sostituzione non a 2 bensì a 7-8 gemme (cm 40-60), che diventano cosi dei “capi a frutto”, sistemati con legature ai fili, in posizione inclinata o quasi orizzontale (tipo palmetta). Alla base del capo a frutto, tuttavia, deve essere mantenuto anche un corto sperone. In questo modo, la distanza fra le piante di solo m 1 può essere insufficiente e allora si può pensare di allevare i capi a frutto sovrapposti, ma su un solo lato del cordone, oppure su entrambi i lati (“Guyot” bilaterale, sovrapposto), oppure ancora intersecando i capi a frutto di un ceppo con quelli del ceppo vicino, ma ad altezze diverse, per dare più spazio.

In ogni caso, nella vite assume sempre molta importanza la potatura verde, sia durante l’allevamento, per privilegiare i germogli scelti e mortificare o sopprimere gli altri, sia durante l’età adulta, per migliorare l’intercettazione della luce da parte degli stessi grappoli che, altrimenti, nelle zone meno soleggiate, darebbero acini poco colorati.

La cimatura dei tralci uviferi, di solito, viene fatta al di sopra della quartaquinta foglia dopo l’ultimo grappolo, mentre la “sfemminellatura” consiste nell’eliminazione dei germogli anticipati (femminelle), che sottraggono energie alla pianta e spesso ombreggiano eccessivamente i grappoli e gli stessi germogli di sostituzione.

Cordoni orizzontali II sistema “Sylvoz” è costituito da un cordone orizzontale permanente (eventualmente bilaterale) a circa m 1,30-1,50 da terra e lungo da m 1 a 3, in cui si allevano, a distanza di cm 40-60 alcuni capi a frutto raccorciati a cm 40-80 e ripiegati ad archetto su un filo sottostante.

Se a fianco o al di sotto di ciascun capo a frutto si alleva anche un secondo tralcio di sostituzione (che deve essere poi speronato a 2 gemme), si avrà un sistema di potatura mista (corta e lunga assieme) e una forma d’allevamento costituita da una serie di capi a frutto accoppiati a speroni (come nel “Guyot”) che in questo caso prende il nome di sistema “Cazenave”.

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Uva: forma libera e la raccolta

Forma libera

Forma libera a potatura lunga Praticabile solo in terreni molto fertili e freschi, questa forma consiste nell’allevare fin dal primo anno un solo tralcio da portare direttamente al filo portante (messo per esempio, a m 1,50-1,80 da terra).

Alla fine del primo anno, il tralcio va raccorciato poco al di sopra del filo portante e durante il secondo anno i germogli laterali porteranno già vari grappoli d’uva.

Alla fine del secondo anno, scegliere in alto, sopra il filo, un solo tralcio, raccorciato a cm 60-80, oppure due che, pure raccorciati, devono essere lasciati liberi o ripiegati ad archetto su un filo sottostante. Gli eventuali tralci sottostanti vanno eliminati.

Alla fine del terzo anno, asportare i tralci che hanno fruttificato e tutti gli altri meno due, che devono essere raccorciati come l’anno precedente, oltre a due tralci basali che vanno invece speronati a 2 gemme.

La potatura invernale deve proseguire quindi col sistema “Guyot” lungo bilaterale, finché la perdita di potenzialità produttiva del ceppo o difficoltà di rinnovamento della vegetazione non suggeriranno di attuare una potatura di riforma.

Tendone È la forma più diffusa nei vigneti di uva da tavola del Centro-Sud, ma è poco praticabile in un giardino misto, perché richiede, prima di tutto, la preparazione di una trama di fili a maglia quadrata, disposti su un solo piano orizzontale e tirati ai bordi da pali di sostegno. Il piano è posto intorno a m 1,80-2 da terra. Poi, l’allevamento della vite è abbastanza facile.

Per ogni palo tutore (a distanze di m 3×3 o maggiori) si piantano una o due viti il cui ceppo deve essere elevato all’altezza delle strutture portanti, dopo di che si allevano uno o due cordoni permanenti per ceppo. Invece dei cordoni permanenti si possono allevare vari “capi a frutto” (con alla base qualche sperone) che poi, con la potatura invernale, sono sistemati radialmente fino a ricoprire l’intera superficie del suolo (da cui il termine di “tendone”).

I tralci uviferi penderanno sotto la intelaiatura e la vendemmia sarà cosi facilitata, potendo operare da terra, sotto al tendone.

La raccolta

L’uva da tavola si raccoglie man mano che matura e non, come quella da vino, in una volta sola, in modo che tutti i grappoli possano raggiungere un avanzato grado di maturazione, che si scopre non solo dal colore degli acini, ma soprattutto dal-, l’aumento di grado zuccherino e magari dalla presenza di api, vespe e uccelli che si dirigono sempre verso gli acini più maturi. I grappoli non vanno strappati: bisogna tagliarli con appositi coltelli o forbici e, se non sono destinati al pronto consumo, è bene manipolarli con riguardo, per evitare lesioni e quindi marciumi e muffe. La conservazione si può fare, anche per due mesi, in frigorifero da +4° a +6°, possibilmente entro sacchetti di plastica oppure spargendo col “soffietto”, sui grappoli, zolfo polverulento. La serbevolezza è maggiore se il grappolo viene reciso con circa cm 10 di tralcio legnoso.

Se si dispone solo di un fruttaio, stendere i grappoli su graticci sovrapposti in un ambiente arieggiato, oppure – come fanno talvolta i contadini emiliani con l’uva “Paradisa” che si conserva fino a Capodanno — legare i grappoli a fili appesi al soffitto, o ancora, se hanno un pezzo di tralcio, immergere questo in una bottiglietta contenente acqua e carbone.

Un sistema ancora più pratico, utilizzato dai viticoltori laziali e abruzzesi, è quello di ricoprire la vite con una specie di tettoia di plastica, che ripara i grappoli da eventuali piogge e quindi da possibili insediamenti di muffe (la vendemmia viene cosi ritardata di varie settimane).

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La frutta: uva spina

Questo piccolo arbusto, i cui rami sono provvisti di aculei rigidi e pungenti (tre alla base del picciolo di ciascuna foglia), non ha nulla in comune con la vite. All’uva somiglia lontanamente solo nel colore degli acini verdegiallo chiaro (peraltro settati e con rilievo calicino apicale), che non sono riuniti in grappoli, ma sparsi intorno alle branche erette e coperti dal fogliame.

La maturazione dell’uva spina è precoce (dalla fine di maggio a giugnoluglio) e le bacche possono essere consumate fresche o usate per fare marmellata. Circa l’ambiente, vuole zone soleggiate, non troppo calde, oppure semiombreggiate, e prospera in terreni freschi e ben drenati. La fioritura è precoce (marzo), per cui teme le gelate tardive.

Lo spazio che occupa la pianta è minimo. Si possono fare file distanti appena m 1,50-2, con piante intervallate di m 1 a 1,50 sulla fila (anche meno se si allevano a “cordone”). Non sono necessari sostegni, a meno che non si allevino le piante a cordone (semplice, doppio o a candelabro), nel qual caso occorrono i fili per reggere le branche verticali. In genere, però, l’uva spina si alleva a cespuglio libero, con varie branchette che si ergono dritte, a cm 100-150 da terra o, nel caso dell’alberello, sopra un tronco alto cm 20-30, e che restano finché l’entità di fruttificazione non è soddisfacente; poi, si asportano o raccordano al di sopra di una nuova branca di sostituzione. Si fanno quindi solo tagli di sfoltimento e di rinnovamento della piantina.

La potatura è molto semplice, perché i fiori si formano soprattutto sui rami dell’anno precedente e, in parte, su corti rami fioriferi, fertili per vari anni, portati dal legno vecchio.

La piantagione si fa in autunno, con piantine di 2-3 anni, moltiplicate per via vegetativa. Le talee, lunghe cm 30-40, vanno prelevate in ottobrenovembre.

È bene concimare con letame e con un po’ di perfosfatosolfato potassico (g 30-50) da mettere nella buchetta dove si pianta; poi, annualmente, si deve concimare con solfato ammonico (g 30 per ogni m2) e con gli stessi concimi fosfopotassici, cui ogni 2-3 anni si deve aggiungere un po’ di terriccio o torba. E bene anche accumulare sotto la pianta l’erba ottenuta con la falciatura del prato. Ultime avvertenze: non lavorare il terreno per non rompere le radici superficiali e irrigare in piena estate anche dopo la raccolta dell’uva.

Tra le principali malattie si ricorda l’oidio (mal bianco), la botrite e, fra gli insetti, gli afidi e le tentredini. Dannosi, nei confronti dei frutti e delle gemme, sono anche gli uccelli, da cui ci si può difendere con apposite reti, che, durante la fioritura, possono servire anche per limitare gli eventuali danni da gelo.

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