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Il fico: le varietà coltivate, la potatura e la fruttificazione

Le varietà coltivate

Esistono fondamentalmente due gruppi varietali a frutto edule, cioè commestibile: quelli a frutto bianco (in realtà, con buccia verdegiallo chiaro) e quelli a frutto nero (in realtà, con buccia rosso scura o violacea).

Ogni regione, poi, ha proprie varietà o meglio popolazioni varietali propagate dagli stessi agricoltori senza selezione clonale; il miglioramento genetico del fico, infatti, almeno in Italia, è stato finora quasi inesistente e le varietà sono quindi coltivate in genere da vecchia data. Ne ricordiamo alcune fra quelle che danno una sola produzione annua: “Brogiotto bianco”, “Brogiotto nero”, “Verdino”. Fra quelle a due produzioni, invece, sono note soprattutto “Dottato”, “Albo”, “S. Piero”, “Nerello”. Altre cultivar note sono “Fico dalla goccia” e “Mattalo”.

È bene ricordare che nell’Italia meridionale varie cultivar (“Smirne”, “S. Piero”, “Gentile”, “Portoghese”, ecc.) fruttificano solo se si pratica la caprificazione, cioè se in giugno si favorisce l’impollinazione appendendo negli alberi di tali varietà dei rami con i profichi o fioroni del caprifico (fico selvatico, non edule), entro i quali sono gli insetti (blastofaghe) incaricati di svolgere l’impollinazione anche sui fichi domestici (le infiorescenze femminili si trovano infatti all’interno del grande ricettacolo, detto siconio, che diventerà il frutto).

I fichi si possono propagare per seme, ma le piante che si ottengono sono diverse dai genitori; per propagare le varietà si deve ovviamente ricorrere a metodi di propagazione vegetativa, che peraltro sono molto facili da attuare; fra questi, si ricorda l’uso delle talee di ramo, da piantare solo durante il riposo vegetativo (per esempio, a fine autunno), oppure dei polloni radicali, della propaggine o dello stesso innesto.

Di solito, gli alberi si piantano in autunno o preferibilmente a fine inverno entro buchette relativamente profonde, drenate sul fondo con ciottoli, tubi forati, ecc., mescolando al terreno concime organico (kg 1 o anche di più) o letame e un po’ di perfosfato (circa g 250 per buca).

L’albero a dimora deve essere tagliato all’altezza cui si vuole ottenere l’impalcatura scheletrica. Lo spazio assegnato a un albero deve essere proporzionato allo sviluppo della chioma, che può raggiungere anche m 8-10 in altezza e un po’ meno in diametro.

Il fico, negli ambienti meridionali o in quelli settentrionali riparati da muri, può essere allevato a “forma naturale” con tronco alto, a “vaso” con tronco basso o a “cespuglio”, costituito da una serie di 2-3 tronchi che si diramano (come se fosse una ceppaia) obliquamente, a raggiera, in modo abbastanza ingombrante, ma, essendo la chioma cespugliosa, facilmente raggiungibile da terra per la raccolta dei frutti. Questa forma, se accostata al muro, può essere trasformata in un ventaglio di branche o in una palmetta. In conclusione, il fico può essere allevato in tanti modi, anche se spesso prevale la forma naturale, che non richiede interventi.

La potatura d’allevamento consiste in pochissimi tagli, meglio se estivj, con finalità correttive della formazione scheletrica. Per esempio, asportazione dei germogli superflui; cimatura di quelli da cui si vogliono ottenere rami laterali; piegatura dei rami cui si vuol dare una giusta inclinazione attraverso legature, tiranti, canne e distanziatori, specialmente nel caso in cui si vogliono formare una spalliera o una palmetta affiancata a muri.

La potatura e la fruttificazione

La potatura di fruttificazione si fa di rado: quando ci sono rami o branche secche, oppure per sfoltire la chioma troppo fitta o da ristrutturare.

I frutti si formano all’ascella delle foglie dei nuovi germogli e la raccolta può essere fatta quasi ogni giorno, via via che avviene la maturazione. I frutti maturi si riconoscono non solo per le relativamente maggiori dimensioni, ma per il loro colore più marcato (per esempio, verde ambrato o rossoviolaceo), per qualche iniziale screpolatura e soprattutto per l’intenerimento che si avverte al tatto.

I fichi maturi e non raccolti si deteriorano perché sono preda di uccelli, api e altri insetti, che se ne cibano attratti dalla polpa zuccherina.

La raccolta si fa a strappo, tenendo però ben serrato il peduncolo e il collo fra due dita, per evitare il sollevamento della buccia. I fichi si conservano male e bisogna ricorrere all’essiccazione, da farsi stendendoli al sole e in ambienti molto caldi.

Circa le malattie, il fico può essere colpito da marciume al colletto o radicale in terreni umidi (nel qual caso non vi sono praticamente metodi di cura) e, per quanto riguarda gli insetti, attaccato da cocciniglie, mosche e, talvolta, da tignole varie.

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