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Il lampone: impianto e cure colturali e problemi sanitari

Impianto e cure colturali

Il lampone non ha problemi di propagazione, radicando con estrema facilità e dando origine a numerosi polloni, ognuno dei quali è, potenzialmente, una nuova piantina; quindi, non c’è bisogno d’innesto. Le piante autoradicate, ottenute anche per talee legnose o erbacee, devono però offrire anche sufficienti garanzie di sanità (specie per quanto riguarda l’assenza di virosi). Si trapiantano in autunno, subito dopo la caduta delle foglie, in luogo soleggiato, possibilmente non esposto a gelate primaverili o venti freddi (se in zona collinaremontana).

Per una famiglia media occorrono da 10 a 20 piantine, disposte in fila (se si deve delimitare un bordo di giardino) o in circolo (se si vuole fare una macchia cespugliosa) a una distanza di cm 40-70 l’una dall’altra. Se vi sono più file, tra queste occorre una distanza di m 1,80 circa. Non occorre preoccuparsi della distanza perché, dopo un paio di anni, si saranno formati tanti polloni da rendere indispensabile un loro drastico diradamento, con tagli di asportazione alla base, se non si vuole avere una siepe o un boschetto fìtto dove la fruttificazione diverrebbe scadente.

Le piantine vengono poste a dimora in buchette o in fossette (se l’impianto è a file) larghe circa cm 50-60 e profonde cm 20-25. In fondo alla fossa andrebbero posti letame ben maturo e poi terreno fine arricchito di perfosfato (g 35 per ogni m2) e un po’ meno di solfato potassico.

La piantina va poi raccorciata a cm 15-20-30 da terra, lasciando cioè poche gemme, al fine di evitare che si abbia una parziale fruttificazione fin dall’anno di impianto (le gemme fiorifere sono infatti nei tratti mediani e distali dei rami).

Se non si è in grado di farla in autunno, la piantagione può essere rinviata all’anno successivo, in marzo.

L’impianto può presumibilmente avere una durata di almeno 10-12 anni e per mantenerlo ben efficiente ogni anno, oltre a una corretta potatura, occorre una buona concimazione a base di concimi azotati (circa g 60-70 per ogni m2 di solfato ammonico o 30 di urea), perfosfato (g 20-30 per m2) e solfato potassico (g 30-35 per m2). Ogni 2-3 anni occorre anche una buona letamazione (circa kg 2-3 per m2), da interrare con una leggera lavorazione del suolo. Dato che l’apparato radicale è molto superficiale, in primavera sarebbe bene anche ricoprire il terreno con una pacciamatura di paglia, torba o letame; va bene anche l’erba di rasatura del prato, che mantiene il terreno fresco, limitando l’evaporazione e ritardando l’epoca in cui cominciare l’irrigazione, che, in caso di siccità, è comunque necessaria, anche dopo la raccolta. Per non danneggiare le radici è bene non lavorare il terreno in primavera o in estate. Se vi sono erbe infestanti, tagliarle insieme ai polloni sorti “fuori bordo”.

Allevamento Al primo anno si allevano tutti i germogli e alla fine dell’anno (in inverno) si lasciano solo

2-3 rami, mentre si eliminano gli altri deboli o sottili; al secondo anno se ne potranno lasciare 5-6 o anche più. I rami fruttiferi sono eretti, ma, siccome col peso dei frutti e col vento possono curvarsi e creare problemi vari, è necessario predisporre un’impalcatura di sostegno. Essa di solito consiste in una doppia guida di fili di ferro zincato sovrapposti (a cm 90 e 150-170 da terra), collegati, alle estremità del filare, a pali di legno o di cemento, piantati nel suolo per circa cm 60 e alti, fuori terra, cm 200-250. Meglio ancora sarebbe porre due fili laterali, ciascuno a cm 30-40 dall’asse del filare e a cm 120 dal suolo, per impedire l’incurvamento dei rami. In tal modo, la vegetazione delle spalliere risulterebbe delimitata anche nell’ingombro.

Potatura La potatura, se la varietà non è rifiorente, si esegue in piena estate, subito dopo la raccolta. È facile: si tagliano raso terra tutti i rami che hanno fruttificato. Se i germogli sono troppi, si eliminano i più deboli.

Una seconda potatura deve essere effettuata in inverno, entro febbraio, per raccorciare i rami dell’anno a un’altezza di poco superiore al secondo filo di ferro, cui dovrebbero essere legati. Nei terreni meno fertili i nuovi rami sono di lunghezza inferiore e allora conviene tagliarli al di sopra del primo filo.

Nelle varietà rifiorenti (per esempio, “Zeva”), i rami che hanno fruttificato devono essere invece asportati in inverno, perché la produzione arriva fino all’autunno. È consigliabile tagliarli tutti a cm 10 dal suolo, cosi la fruttificazione si avrà sui soli germogli dell’anno. In tal caso, cessa anche la necessità dei sostegni, perché la pianta avrà solo rami di un anno. Raccolta Dato che la maturazione è scalare, la raccolta può essere eseguita in 5-6 volte (ogni 3-4 giorni), via via che i frutti sono ben colorati, pronti per il consumo; non si devono raccogliere in anticipo, ma neanche in ritardo, perché altrimenti, oltre che divenire troppo molli e spappolarsi durante la raccolta, possono risultare preda di uccelli o insetti (in particolare, cimici) o deteriorarsi con facilità.

Problemi sanitari

I lamponi sono soggetti a varie malattie: da virus, contro le quali non c’è altro sistema di difesa che l’acquisto di piante esenti, e da crittogame, come la botrite, e da insetti e acari, da combattere con trattamenti specifici.

La frutta: mandorlo

Questa classica specie da frutto mediterranea è diffusa soprattutto nell’Italia meridionale e insulare, ma può essere coltivata anche al Centro e al Nord, pur se limitatamente a ristrette zone pedecollinari e collinari esposte a mezzogiorno e non soggette a gelate primaverili.

Il mandorlo, infatti, fiorisce molto presto, addirittura prima dell’albicocco (in Campania fra il 10—15 febbraio e il 10 marzo e in Emilia nella prima o seconda decade di marzo), in un periodo, quindi, in cui possono ancora verificarsi nevicate e repentini, pericolosi abbassamenti di temperatura, a cui i fiori sono ovviamente molto suscettibili.

Per tali ragioni, la produttività del mandorlo, al Nord, è piuttosto aleatoria. Al Sud, d’altra parte, dove potenzialmente esistono favorevolissime condizioni, gli alberi sono talvolta abbandonati a sé stessi, non potati, non trattati contro le malattie e i parassiti, per cui frequentemente il raccolto è povero sia per quantità sia per qualità.

A tutto questo, si deve aggiungere che la maggior parte delle varietà sono autosterili, per cui occorrono consociazioni di almeno due varietà interfertili.

Il mandorlo, in effetti, è una specie molto rustica, che si adatta a terreni poveri, anche calcarei, e sopporta perfino la siccità, ma è ovvio che riesce a raggiungere livelli produttivi soddisfacenti solamente quando viene trattato con quelle cure di solito riservate alle altre piante da frutto.

Il mandorlo preferisce terreni di media fertilità con un contenuto calcareo di almeno il 5%, ma non argillosi, né asfìttici oppure umidi. Però richiede di essere accuratamente irrigato durante i mesi estivi siccitosi.

In tali condizioni l’albero è alquanto vigoroso e può raggiungere anche m 7-8 di altezza e quasi altrettanto di diametro della chioma.

Per una famiglia bastano quindi due alberi o uno soltanto se di varietà autofertile, la cui produzione può variare da kg 2 a 4 per albero di prodotto secco e sgusciato (equivalenti a kg 5-10 per albero di mandorle in guscio).

Esistono vari tipi di mandorle dolci (dure o fragili) e amare (di solito dure).

Più che per il consumo da tavola (fresche, ma, soprattutto, secche), le mandorle trovano molti usi nella preparazione di una grande quantità di dolci.

La piantagione del mandorlo si fa in autunno oppure a fine inverno. Le piante si allevano, come il pesco, a vaso basso con 3-4 branche, provviste di sottobranche ottenute con taglio di raccorciamento invernale del ramo apicale.

Il mandorlo fruttifica sia sui dardi fioriferi (mazzetti di maggio) sia sui rami misti (come il pesco). La potatura quindi deve essere più energica nelle cultivar a prevalente produzione sui rami misti (per rinnovarli annualmente).

Se ci sono molti dardi, la potatura è meno importante e può essere ridotta al minimo.

Non dimenticare di concimare il mandorlo ogni anno con solfato ammonico (g 40-50 per ogni m2), perfosfato e solfato potassico (g 30 per ogni m2) e ogni 2-3 anni anche con letame.

Irrigare quando la siccità è prolungata. Pulire bene il terreno dalle erbe infestanti.

La raccolta si fa anticipata, in giugnoluglio, soltanto per le mandorle da mangiare fresche, altrimenti si aspetta, con settembre, l’apertura del “mallo” e la caduta naturale dei frutti a terra, che può essere completata scuotendo le branche con pertiche.

I frutti devono poi essere stesi al sole per fare essiccare il mallo, se è rimasto. Quest’ultimo, infine, va tolto a mano e il frutto, in guscio (o nocciolo), è bene che sia mantenuto in luogo arieggiato per completare l’essiccazione, altrimenti corre il rischio di ammuffire. In tal modo, la conservazione può essere spinta fino a un anno e oltre, senza l’irrancidimento del seme (mandorla).

Le malattie del mandorlo sono solitamente le stesse delle altre drupacee, soprattutto albicocco e pesco.

Le più gravi sono quelle fungine: bolla, che colpisce i germogli; moniliosi, che colpisce fiori, frutti e rami; cancro da fusi cocco, che colpisce i rami; ticchiolatura, che provoca macchie sui frutti. Si devono effettuare trattamenti anticrittogamici periodici a partire da aprile.

Pericolosi sono anche il marciume radicale e il mal del piombo.

Fra gli insetti dannosi i più comuni e diffusi sono gli afidi, le tignole (tortricidi), l’antonomo, il capnodio. Contro di essi si deve tempestivamente intervenire con insetticidi, ma soltanto una volta che se ne*è avvertita la presenza.

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