Add Me!Close Menu Navigation
Add Me!Open Categories Menu

La frutta: albicocco, scelta varietale, la sua coltivazione e i problemi sanitari

La coltivazionc dell’albicocco è abbastanza problematica, prima di tutto perché l’albero fiorisce molto presto, nelle prime due decadi di marzo, quando, almeno nelle regioni settentrionali, sono molto frequenti i rischi delle gelate e dei bruschi cambiamenti climatici che, insieme a cascola di gemme e colatura di fiori, provocano anche difetti di impollinazionefecondazione e quindi ridotta allegagione dei frutti. Inoltre, l’elevata umidità durante la fioritura favorisce l’insediamento di pericolose malattie fungine e in particolare della Sclerotinia oMonilia che, insieme alla perdita dei fiori colpiti, provoca cancri e disseccamenti ai rametti, nonché, più tardi, la caratteristica “muffa a circoli” nei frutti.

Per quanto attiene l’ambiente, le zone climatiche più favorevoli sono caratterizzate da inverno freddo (clima continentale), primavera secca e mite, estate calda e soleggiata. Date tali esigenze, l’albicocco può essere coltivato in molte zone meridionali (specialmente Campania) e, al Nord, fino a m 1000 di altezza (per esempio, in Val Venosta). Nelle aree settentrionali, come in Emilia-Romagna, Liguria, Trentino-Alto Adige, Veneto, l’albicocco trova posto solo in zone collinari o pedemontane ben esposte a sud, sudest o sudovest e riparate dalle correnti fredde e ventose, ma con buon movimento d’aria.

L’albicocco si adatta a molti terreni, grazie anche all’anipia gamma di portainnesti su cui può essere innestato, sebbene preferisca i suoli leggeri, che si scaldano rapidamente in primavera, e molto permeabili.

L’apparato radicale (se franco, cioè proveniente da seme di albicocco) è molto sensibile all’asfissia radicale indotta da ristagni idrici, per evitare i quali spesso si sceglie, come albicocco da impiantare, il mirabolano, che si adatta anche a terreni argillosi e umidi, perfino a quelli siccitosi dei calanchi appenninici.

La scelta varietale

Il calendario di maturazione copre il periodo dalla prima metà di giugno (al Sud) fino a tutto luglio (al Nord).

L’albicocco, in fatto di acclimatizzazione, è una specie poco “plastica” e, per evitare sgradevoli sorprese, è bene scegliere solo cultivar già collaudate o diffuse nella zona ove si opera. Soltanto in Campania si dispone di un’ampia gamma di varietà selezionate localmente e diffuse da molto tempo: “Cafona”, “S. Castrese”, “Baracca”, “Boccuccia”, “Palummella”, “Pellecchiella”, “S. Francesco”, “Don Gaetano”, “Monaco bello”, ecc. Queste cultivar danno frutti abbastanza grossi, consistenti, adatti per confetture, sciroppati e altri derivati industriali.

Altre note cultivar sono: “Reale d’Imola” in Romagna, “Luizet” e “Precoce di Nancy” (francesi), “Canino” e “Bulida” (spagnole), “Tyrinthos” (greca), ecc.

La coltivazione

Essendo albero piuttosto vigoroso, l’albicocco di solito si pianta a sesti piuttosto larghi (per esempio, m 6×5 oppure 5×4), in modo da disporre di almeno m2 20 di superficie per albero. L’innesto sul mirabolano si esegue piuttosto alto (a circa cm 70-80 da terra), in modo da rendere meno probabile la rottura dell’albero nel punto d’innesto, possibile per la parziale “disaffìnità d’innesto” col mirabolano. Alcuni cloni di quest’ultimo però, come il mirabolano belga e l’ibrido GF31, danno sicura affidabilità e piante longeve. La piantagione di solito è autunnale.

Un albero di albicocco produce facilmente oltre kg 60-70 di frutta. La specie è autofertile.

La forma d’allevamento più frequente è il vaso mediobasso (a tre branche primarie) oppure la forma libera, globosa, espansa. L’albicocco si presta poco, invece, a essere allevato in forme obbligate (come la stessa palmetta), a causa deWhabitus vegetativo disordinato e incontrollabile con le stesse operazioni di potatura.

La fruttificazione avviene sia sui rami di un anno (negli alberi giovani) sia su corti rainetti (dardi o mazzetti), che si formano su branche di due o più anni e che assicurano la continuità produttiva nell’età adulta; la potatura si basa soprattutto su tagli di diradamento dei rami di un anno e di rinnovamento di quelli più vecchi, in modo da consentire all’albero di mantenere ogni anno un buon numero di dardi fruttiferi ed efficienti.

Di solito, si rende necessario anche il diradamento manuale dei frutti (in maggio, a circa 50-60 giorni dalla fioritura), per evitare che rimangano troppo piccoli e maturino troppo scalarmente. A tal fine, è utile anche l’irrigazione in almeno 2-3 tempi. In caso di siccità, occorre irrigare anche dopo la raccolta, in agosto.

La concimazione dovrebbe farsi ogni anno con solfato ammonico (almeno kg 1-1,50 per albero) oppure urea (kg 0,50 per albero) miscelata a solfato potassico (kg 0,50-1 per albero) e, ogni 2-3 anni, altrettanto perfosfato minerale.

La raccolta si fa in più tempi, via via che i frutti maturano, per far loro acquisire i migliori caratteri di gusto e nutritività. Una raccolta troppo precoce, infatti, peggiora le caratteristiche qualitative, mentre se è tardiva i frutti possono facilmente ammaccarsi o spappolarsi per l’eccessivo intenerimento della polpa. Il periodo di raccolta, su uno stesso albero, dura in media da 10 a 20 giorni (con punte anche superiori), in quanto la maturazione è molto scalare.

La conservazione in frigorifero non può spingersi oltre qualche giorno.

Problemi sanitari

La principale malattia dell’albicocco è rappresentata, in caso di piogge, dalla moniliosi, o “muffa a circoli” dei frutti, che, come si è detto, può colpire anche i fiori e i rami.

Altri patogeni fungini, come Cytospora (valsa), Cytosporina (Eutypa armeniaca), o batteri, come Pseudomonas syringae, provocano, singolarmente o nell’insieme, frequenti casi di “gommosi” su rami, branche e tronchi. Un’altra temibile batteriosi (causata da Xanthomonas pruni) provoca tipiche perforazioni fogliari e tacche necrotiche su frutti e rami.

La virulenza di questi patogeni è favorita da fattori ambientali (per esempio, l’umidità) e colturali (per esempio, portainnesti e cultivar suscettibili) e, nei casi più gravi, gli alberi vanno anche soggetti a deperimenti progressivi e quindi a moria e a improvvisi “colpi apoplettici”, capaci di decimare il frutteto senza materiale possibilità di intervenire con trattamenti o terapie efficaci.

Contro queste malattie, ci sono vari metodi di lotta preventivi o curativi, con trattamenti specifici da eseguire a concentrazioni e momenti opportuni (per esempio, a base di prodotti rameici in autunno, se trattasi di batteriosi, oppure a base di benzimidazolici, ftalimidici od ossazolidine alla vigilia della fioritura e dopo contro la Sclerotinia). Se, per esempio, gli alberi sono colpiti da verticilliosi, un’altra malattia fungina, vascolare, che s’insedia attraverso le ferite al colletto o all’apparato radicale, occorre, preventivamente, evitare le lavorazioni al terreno, eliminando però le erbe che ospitano il fungo. Temibili sono anche alcune virosi, fra cui “l’accartocciamento clorotico delle foglie”, incurabile.

Dannosi sono anche vari insetti, fra cui la mosca mediterranea, le cocciniglie, larve di lepidotteri (alcune “ricamatrici” dei frutti e altre che vi scavano gallerie, ecc.), coleotteri come il capnodio, che attacca soprattutto il colletto e le radici, ecc.

La difesa dalle malattie e dai fitofagi dell’albicocco, da questi brevi cenni, risulta dunque complessa e, in certi casi, anche difficile o addirittura impraticabile. Se nel giardino vi sono pochi esemplari di alberi sani e di varietà resistenti, possono bastare pochi trattamenti annui, ma se la situazione sanitaria si fa grave e sfugge di mano, occorre rivolgersi a un fìtoiatra e impostare accurati programmi di intervento anche di lungo periodo.

Rispondi

Devi aver effettuato il log in per scrivere un commento.