Add Me!Close Menu Navigation
Add Me!Open Categories Menu

La frutta: il pesco

Le pesche sono suddivisibili in due grandi gruppi: le pesche a polpa bianca, più antiche, che conservano alcuni caratteri della specie originaria (anche nel sapore, un po’ asprigno) e sono sempre meno coltivate; e le pesche a polpa gialla, che sono invece molto diffuse, perché meno liquescenti e in genere più colorite e più resistenti alla manipolazione.

Le pesche gialle, a loro volta, possono essere “da dessert”, cioè a polpa tenera e di solito spicca, oppure “da industria” (percoche), con polpa molto consistente anche a maturazione e nocciolo aderente. Le percoche sono utilizzate anche per il consumo diretto, ma sono idonee soprattutto per l’inscatolamento (per farne prodotti sciroppati) e per la preparazione di confetture.

Inoltre, un altro gruppo di pesche, le nettarine, derivate per successivi incroci dalle vecchie peschenoci, possono essere sia a polpa gialla (quasi tutte le varietà) sia bianca, e servono unicamente per il consumo diretto, come le pesche a polpa bianca. Le nettarine si distinguono somaticamente dalle altre pesche per un solo carattere: la buccia glabra, che è anche di solito colorata di rosso acceso, lucente e priva quindi del tomento più o meno visibile nelle pesche comuni.

Esiste infine un’altra specie di pesco, di origine cinese, da cui sono state ottenute alcune varietà nane, sia di pesche sia di nettarine, bianche e gialle (per esempio, “Bonanza”, “Nectarina”). Gli alberi nani, che hanno rami cortissimi e sono quasi privi di intemodi, appaiono come cespugli globosi, alti non più di m 1-2 da terra. Questi peschi, molto decorativi, sono ugualmente produttivi, ma le pesche, mediopiccole, sono di qualità scadente. Questi peschi, non utilizzati per le colture frutticole, sono prodotti dai vivaisti soltanto per i giardini, dove possono trovare posto in piccolissimi spazi.

La coltura del pesco in Italia, dal Piemonte alla Sicilia, trova ampie possibilità di adattamento, con esclusione ovviamente, al Nord, della collina medioalta (oltre i m 500-600) e delle aree montane.

Terreno La specie è tuttavia esigente in fatto di terreno, che deve essere profondo, fresco, fertile, sciolto o poco argilloso, non calcareo, ma soprattutto ben drenat.o. L’apparato radicale del pesco franco (cioè da seme) teme infatti moltissimo l’asfissia radicale provocata da ristagni idrici, specialmente autunnali o primaverili, e la presenza di calcare che provoca facilmente la clorosi delle foglie.

Con l’uso di adatti portainnesti, tuttavia, il pesco può essere coltivato anche in terreni tendenzialmente argillosi, compatti e umidi (per esempio, innestando il pesco su alcuni cloni di susino “Damasco” o “S. Giuliano”) o anche in terreni “stanchi” da “reimpianto” (mediante il polrtainnesto ibrido “Pesco x mandorlo 677”). Clima Le varietà resistenti al freddo superano agevolmente l’inverno nelle regioni settentrionali (purché non si scenda oltre —18-20°), mentre quelle, abbastanza numerose, che hanno uno scarso “fabbisogno di freddo” (di origine generalmente californiana), si adattano bene al Sud. Alcune, per esempio “Springtime”, si adattano a tutto il territorio nazionale.

Il pesco, tuttavia, per la sua fioritura precoce (tra il 10 marzo e il 10 aprile) può subire gli effetti delle gelate tardive o di un cattivo andamento climatico, con perdita di gemme e di fiori. Di solito, comunque, la fioritura è molto abbondante e tale da mascherare anche eventuali danni da fattori climatici avversi.

Inoltre il pesco, tranne qualche eccezione (per esempio, “J. H. Hale”) è specie autofertile e si impollina perciò facilmente neU’ambito dello stesso fiore, purché vi sia nel frutteto presenza di api o di altri pronubi.

Nella maggior parte delle cultivar, poi, necessita anche il diradamento dei frutti, tanto è elevato il numero di quelli che rimangono dopo la cascola (anche 1.000-2.000, mentre ne bastano poche centinaia).

Rispondi