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La frutta: l’actinidia, le varietà maschili e femminili e la moltiplicazione e allevamento

l’actinidia è una pianta esotica, che ha origine nelle lontane terre orientali del continente asiatico, e più precisamente in Cina.

E pianta sarmentosa, cioè dal fusto lungo e flessibile, e rampicante (i lunghi tralci la fanno somigliare, nel portamento, alla vite) e presenta sessi separati: vi sono, infatti, piante con soli fiori femminili (che sono coltivate per il frutto) e altre con soli fiori maschili, che si rendono necessarie per l’impollinazione (generalmente, ne occorre una ogni 5-10 piante femminili).

L’actinidia, in Italia, è uscita dai recinti degli orti botanici negli anni ’70, dopo il successo colturale conseguito in Nuova Zelanda (col nome di kiwi) e quello, specialmente di mercato, ottenuto in Europa, dove il frutto, pur essendo di aspetto poco attraente, è ricercato per la tavola in virtù del suo altissimo contenuto in vitamina C e di alcune presunte proprietà salutari.

Tuttavia, le prime esperienze di coltivazione nel nostro Paese suggeriscono molta prudenza nella diffusione di questa specie, la cui acclimatazione si è dimostrata abbastanza soddisfacente solamente in alcune aree dell’Italia centrale, lungo i litorali meridionali, in alcune ristrette zone del Nord e intorno ai laghi.

L’actinidia richiede, infatti, clima mite e limitate escursioni termiche primaverili (cioè sbalzi di temperatura); teme il vento, la siccità e l’eccessiva irradiazione solare, mentre richiede un elevato grado di umidità dell’aria e, soprattutto, terreni sciolti, caldi, fertili, subacidi, non calcarei, ben drenati (soffre, come il pesco, di possibile asfissia radicale).

Infine, pur resistendo al freddo invernale, l’actinidia teme in special modo le gelate primaverili, che spesso colpiscono non soltanto i fiori, ma addirittura gli stessi germogli, il cui risveglio è solitamente abbastanza precoce.

La collocazione di due o più piante di actinidia nel giardino presuppone quindi l’accertamento di siffatte condizióni ambientali. Si richiede, poi, la predisposizione di pali di sostegno, su cui sistemare vari fili orizzontali di ferro zincato (disposti rispettivamente a cm 90, 150, 220 ed eventualmente anche a cm 300 da terra), oppure di un pergolato, in coabitazione con le viti, o di un berceau variamente strutturato.

Lo spazio vitale di cui la pianta ha bisogno è di almeno m2 15-20. Nel caso che si vogliano disporre più piante su due file, le distanze consigliate sono di m 4 tra le file e di m 4-6 tra le piante di ogni fila.

Le varietà maschili e femminili

Non più di 3-4 sono le cultivar di actinidia che hanno dimostrato di adattarsi al nostro Paese. Esse coprono un calendario di maturazione che va dalla prima decade di dicembre fino a gennaio inoltrato. Di solito, però, anche per evitare danni da gelate ai frutti in pianta, la raccolta viene eseguita in novembre.

Le varietà maschili, infruttifere, sono due: “Matua” e “Tomuri”. I frutti pesano in media da g 30-40 (se piccoli) a oltre g 100 (se grossi) e contengono ognuno centinaia di piccoli semi. La polpa è butirrosa, molle a maturazione, acidula, poco zuccherina ma di sapore delicato, appena profumata, ricca di acido ascorbico (mg 150-200 per g 100 di polpa).

Le principali varietà femminili sono elencate qui sotto.

Moltiplicazione e allevamento

Le piantine di actinidia di solito si moltiplicano per talea autoradicata (legnosa e invernale; semilegnosa e autunnale; o anche erbacea ed estiva). Talvolta però, se non sono sufficientemente attrezzati per ottenere una buona radicazione, i vivaisti ricorrono all’innesto su semenzali. Queste piantine, di costo superiore a quello delle altre piante da frutto, sono generalmente vendute sia in vaso con zolla, che va conservata al momento del trapianto, sia a radice nuda, da trapiantare in autunno inoltrato.

L’impianto va fatto accuratamente, legando subito la “liana” a un paletto o a una canna, fino al primo filo.

L’allevamento più comune è quello a controspalliera, cioè su un unico piano verticale. La notevole quantità di vegetazione che, in assenza d’interventi, crescerebbe in modo disordinato, durante la primavera e l’estate deve essere indirizzata, longitudinalmente, sul filare e, in altezza, con vari accorgimenti. Tali interventi sono rappresentati da legature, ai fili e a volte anche fra loro, dei germogli scelti per essere allevati e da cimatura o eliminazione di germogli mal situati o troppo vigorosi.

La pianta può essere allevata anche con 2-3 tronchi, purché adeguatamente sorretti da sostegni.

In alternativa alla controspalliera, esiste la pergoletta singola e doppia. In tal caso, dopo che la pianta ha raggiunto circa m 1,80 da terra, si allevano uno o più cordoni permanenti, disposti su un piano orizzontale o leggermente inclinato, come nella vite. Le ali delle pergolette, su cui pure vanno stesi fili orizzontali, devono essere larghe cm 80-120 circa per ogni lato (se doppia). •

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