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La frutta: melograno e il mirtillo

Melograno

È un arbusto molto longevo, pollonifero, spinescente, con fogliame verde lucente e spogliarne e con fiori rossoarancio, imbutiformi, solitari, che compaiono in giugno, in cima a brevi rami o “dardi” di 2-3 anni.

I frutti sono grossi, globosi, color gialloaranciobronzato o vermiglio, un po’ irregolari, talvolta soggetti a screpolarsi in caso di piogge o squilibri idrici (specialmente nelle varietà a maturazione precoce). All’interno contengono, alloggiati entro segmenti cartilaginosi, numerosi granelli (irregolarmente sagomati) di polpa rossogranata, il cui gradevole succo dolceacidulo serve anche per preparare granatine, sorbetti, ecc.

La pianta è molto sensibile al freddo invernale: oltre i —10° o —12° può facilmente seccare, salvo poi ricacciare nuovi germogli dal tronco o dal pedale. Per questo, nell’Italia del Nord si trova solo in giardini riparati da muri, in pendici molto soleggiate o comunque in zone a clima relativamente mite.

II melograno preferisce i terreni freschi e profondi, ma resiste abbastanza alla siccità. Si adatta anche ai suoli alluvionali, umidi.

Non si può parlare di scelta varietale, perché la propagazione viene fatta soprattutto per polloni radicali e per talea nell’ambito di tipi localmente diffusi. Tuttavia, dal punto di vista commerciale, si distinguono melograni a frutto dolce e altri, più precoci, a frutto alquanto acidulo, poco gradevole al palato.

Alcuni non amano le melagrane perché hanno troppi semi; le loro dimensioni sono infatti relativamente grosse rispetto alla polpa circostante, per cui si preferisce estrarne il succo.

Vi sono tuttavia alcune varietà coltivate sotto varie denominazioni locali che vengono moltiplicate anche per innesto su piantine selvatiche ottenute da seme. Sono note pure varietà di melograno nano, utilizzate per soli scopi ornamentali.

La pianta si può allevare ad alberello o a cespuglio. Nel primo caso, si impalca a cm 80-100 e poi si alleva liberamente, cercando di privilegiare

– e non è facile – l’asse centrale. L’altezza complessiva sarà di m 2,50-3,50. L’alberello tende infatti a rivegetare sempre dal basso, sia alla base del tronco sia alla base delle branche, per cui spesso si è costretti a ricostituire, con nuovi rami, i prolungamenti apicali delle branche e la stessa freccia centrale, che anche per questo risulteranno spesso contorte. La chioma, in definitiva, è globosa, espansa, disordinata, con branche aperte, fra cui è difficile stabilire gerarchie. I rami, per esempio, tendono a biforcarsi e con la potatura occorre eliminare le ramificazioni che disturbano l’equilibrio generale.

Per i motivi appena esposti, la forma a cespuglio è più naturale e facile da allevare, anche perché richiede un minor numero di tagli.

Nelle zone aride è necessaria l’irrigazione purché non sia tardiva, altrimenti provoca lo spacco dei frutti (che maturano in autunno), la cui buccia, con la siccità, diviene coriacea e anelastica.

Fra le principali avversità, si ricordano gli afidi, che vanno combattuti con trattamenti aficidi non appena se ne scopre la presenza.

Mirtillo

Tutti conoscono il mirtillo come piccolo arbusto sempreverde, spontaneo nei boschi (nell’Appennino si spinge, in alto, fino ai limiti della vegetazione), ricercato per i suoi prelibati frutti blu o neri, di cui sono ghiotti anche gli uccelli.

La specie coltivata (mirtillo gigante) si differenzia, però, da quella spontanea per la taglia del cespuglio (alto da m 1 a 2), il frutto, le foglie assai più grandi e per le esigenze di terreno e di clima, che ne riducono alquanto le capacità di adattamento ai vari ambienti di coltura, specialmente in pianura. 11 mirtillo gigante, infatti, predilige terreni acidi (con pH basso, da 4 a 5), molto freschi o umidi, soffici, non asfittici, ricchi di humus, situati in luoghi aperti e soleggiati, anche se può crescere pure in zone leggermente ombreggiate.

Le varietà coltivate, inoltre, sono meno rustiche, anche se sopportano minime termiche invernali di — 15-20°, ma temono i venti freddi e la siccità estiva.

Se il terreno è calcareo, alcalino o argilloso compatto, è preferibile allevare il mirtillo entro vasi di cotto interrati e riempiti con una parte di terriccio e una di torba acida.

Per una famiglia bastano da 4 a 6 cespugli, che possono essere coltivati in assortimento varietale, in modo da raccogliere i frutti in epoche diverse e per assicurare una più abbondante produzione, tenuto conto che le varietà più diffuse non sono compietamente autofertili.

La produzione, per ogni pianta adulta, oscilla da kg 1 a 2 e inizia intorno al secondoterzo anno. I frutti, che si raccolgono scalarmente da giugno fino ai primi di agosto, sono idonei sia per il consumo diretto sia per ricavarne torte o marmellate.

La moltiplicazione si fa, preferibilmente, per propaggine di rami o, con qualche difficoltà di radicazione, per talea autunnale. La piantagione si può fare sia in autunno sia in primavera, quando il terreno lo permette.

La distanza tra i vari cespugli deve essere di m 1-1,50, maggiore tra le file (fino a m 2,50). Sarebbe opportuno poi pacciamare il terreno con sfagno, aghi di pino o materiale organico e minerale acidificante.

Nei primi anni, si deve concimare solo con solfato ammonico (g 100 per pianta a fine inverno) e, dopo il terzoquarto anno, è bene raddoppiare la dose, aggiungendo perfosfato e solfato potassico (g 50-100, da interrare).

L’allevamento può essere a cespuglio (naturale) o ad alberello e, conseguentemente, diversi sono anche gli interventi di potatura: nel secondo caso, inizialmente si alleva un solo ramo impalcato a cm 30-40 da terra.

La potatura, che deve essere possibilmente evitata durante i primi 2-3 anni, va effettuata ogni anno a fine inverno, in modo da favorire l’emissione di rametti vigorosi, che fruttificheranno l’anno successivo. Dopo qualche anno, la potatura ha anche lo scopo di sfoltire la vegetazione e di eliminare i rami secchi ed esauriti (nel cespuglio da 1 a 4 ogni anno). Per mantenere la forma ad alberello, bisogna asportare anche i rami che sorgono alla base del tronco.

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